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Lo sfidante di Maduro, González Urrutia, costretto a lasciare il Venezuela: avrà asilo politico in Spagna

(afp)

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Dopo una lunga trattativa mediata dall’ex premier spagnolo Zapatero, il probabile vincitore delle presidenziali del 28 luglio è fuggito a Madrid. Restano a Caracas la leader dell’opposizione Corina Machado e i suoi collaboratori chiusi nell’ambasciata argentina circondata dalle forze speciali di Maduro
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Edmundo González Urrutia ha lasciato il Venezuela verso la Spagna che gli ha concesso asilo politico. Finisce così, almeno per il momento, la lunga cavalcata dell’ex diplomatico prestato alla politica e probabile vincitore alle elezioni presidenziali del 28 luglio scorso come candidato delle opposizioni, impegnato in un braccio di ferro con il regime di Caracas che prima o poi lo avrebbe sopraffatto.

Nascosto in rifugi sicuri e segreti sin dal 30 luglio scorso quando il Consiglio nazionale elettorale ha assegnato la contestata vittoria a Nicolás Maduro, González ha retto il peso della clandestinità senza mai tradire debolezze e momenti di sconforto. È rimasto quasi sempre in silenzio postando in due sole occasioni su X messaggi nei quali ribadiva la sua vittoria, invitava chi lo aveva eletto a sostenere la battaglia ma offriva al regime anche una nuova opportunità di dialogo e confronto. Si era poi rifugiato nell’ambasciata spagnola a Caracas.

Maduro ha risposto con un mandato di c…

Edmundo González Urrutia ha lasciato il Venezuela verso la Spagna che gli ha concesso asilo politico. Finisce così, almeno per il momento, la lunga cavalcata dell’ex diplomatico prestato alla politica e probabile vincitore alle elezioni presidenziali del 28 luglio scorso come candidato delle opposizioni, impegnato in un braccio di ferro con il regime di Caracas che prima o poi lo avrebbe sopraffatto.

Nascosto in rifugi sicuri e segreti sin dal 30 luglio scorso quando il Consiglio nazionale elettorale ha assegnato la contestata vittoria a Nicolás Maduro, González ha retto il peso della clandestinità senza mai tradire debolezze e momenti di sconforto. È rimasto quasi sempre in silenzio postando in due sole occasioni su X messaggi nei quali ribadiva la sua vittoria, invitava chi lo aveva eletto a sostenere la battaglia ma offriva al regime anche una nuova opportunità di dialogo e confronto. Si era poi rifugiato nell’ambasciata spagnola a Caracas.

Maduro ha risposto con un mandato di cattura per accuse gravi, come la sovversione, che un giudice ha accolto su richiesta della Procura generale. Difficile, con i suoi 75 anni e un carattere mite, sebbene battagliero, continuare a vivere protetto da una scorta, cambiando in continuazione rifugio, costretto a rinunciare a qualsiasi apparizione pubblica. Il governo di Caracas gli ha fatto terra bruciata attorno e ha lasciato che fosse Maria Corina Machado, leader del movimento di opposizione ma esclusa dal confronto elettorale, a farsi vedere dai suoi sostenitori nei tre appuntamenti di piazza che è riuscita a fissare in un mese di durissimo scontro e avvolta da un clima di paura e di tensione.

Dopo aver disertato tre convocazioni del Procuratore generale William Tareck Saab che gli chiedeva conto della pubblicazione dei dati sui voti disaggregati seggio per seggio su un sito a sostegno della sua vittoria schiacciante, è scattata la misura restrittiva. Edmundo González ha atteso qualche giorno e poi ha spedito dal magistrato il suo avvocato. Il legale ha depositato una serie di documenti e una dichiarazione nella quale il suo assistito negava di essere autore della pubblicazione sul web dei risultati elettorali ricavati dai registri e schede cartacee raccolti tra molte difficoltà dai rappresentanti di lista dell’opposizione subito dopo la chiusura delle urne, così come consente la legge.

Non ha preso le distanze dalla sua alleata. Ha contestato, sul piano del diritto, i reati contestati nel mandato di cattura. Il dialogo ha contribuito ad allentare la tensione e aprire la strada verso una soluzione che lo staff dell’ex diplomatico stava prospettando.

Dalla Spagna, nel frattempo, era stata avviata un’operazione diplomatica guidata dall’ex premier José Luis Rodriguéz Zapatero, il leader socialista da sempre in prima fila nei difficili rapporti con Maduro ma fautore del dialogo e spesso di un riconoscimento del delfino di Chávez che gli hanno attirato critiche e accuse di cedimento. Madrid sostiene che è stato González a chiedere asilo. Ma fonti vicine alle conversazioni di queste settimane affermano che la soluzione è frutto di una trattativa con figure apicali del governo di Caracas, come i fratelli Delcy e Jorge Rodríguez, fedelissimi del due volte presidente del Venezuela.

Un primo segnale che qualcosa stava cambiando nel braccio di ferro tra i due contendenti è arrivato venerdì. Il primo ministro Pedro Sánchez, durante una riunione del Comitato Federale del Psoe, ha definito “un eroe” Edmundo González e ha assicurato che la Spagna non lo avrebbe abbandonato.

Sabato il piano ha subito un’accelerazione. Un aereo militare spagnolo è atterrato a Santo Domingo ed è rimasto in attesa dell’illustre ospite. A Caracas si è lavorato tutto il giorno per far approvare i lasciapassare che consentivano di raggiungere lo scalo venezuelano. Una volta ottenute tutte le garanzie, il convoglio con Edmundo González ha lasciato il rifugio e ha proseguito il viaggio. È stato in quel momento che la notizia della partenza del probabile vincitore alle elezioni è stata confermata da Delcy Rodríguez. “Abbiamo concesso il doveroso salvacondotto”, ha scritto sui social, “per la tranquillità e la pace politica del Paese”.

Il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares, che ha seguito la situazione passo dopo passo, ha ribadito che la richiesta di asilo è arrivata dall’ex diplomatico e non da Madrid. “González ha diritto a chiederlo e la Spagna ovviamente glielo concederà”, ha precisato sull’aereo presidenziale che portava Sánchez per la visita ufficiale in Cina. “Ho potuto parlare con lui, mi ha espresso la sua gratitudine e io gli ho trasmesso la gioia per sapere che sta bene”.

In Venezuela restano gli altri oppositori ancora liberi ma nascosti e la stessa Maria Corina Machado. I suoi collaboratori fanno sapere che non ha alcuna intenzione di lasciare il Paese. È certo. Non lo ha mai fatto in tutti questi anni di battaglie. È una pasionaria ed è l’unica, rispetto a tanti altri, ad essere rimasta sul campo. Ci sono sei suoi stretti collaboratori e alti esponenti del partito Vente Venezuela, tra cui un ex ministro, che da sei mesi sono rifugiati nell’ambasciata argentina a Caracas.

La polizia e gli uomini del Sebin, i servizi segreti di Maduro, l’hanno circondata e minacciano di fare irruzione. Hanno tagliato la luce e stringono l’assedio. Il Brasile aveva assunto la rappresentanza di Buenos Aires ma il leader chavista, in rotta con Lula che ondeggia tra sostegno e critiche nei suoi confronti, ha deciso di revocarla. Le regole sull’immunità territoriale delle sedi diplomatiche prevedono che ci sia un Paese terzo a rappresentarle in caso di rottura delle relazioni. Adesso si lavora per trovare quale sia disposto a farlo. Si tratta con Messico, Ecuador, Francia. Appesi a un limbo di incertezza e senza più tutela, i sei rifugiati nell’ambasciata argentina rischiano grosso. Maria Corina Machado non vuole abbandonarli.

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