Domenica, quando un camionista giordano ha sparato a tre israeliani sul ponte di Allenby, la principale arteria che collega la Giordania alla Cisgiordania, uccidendoli, ad Amman centinaia di persone sono scese in piazza per celebrare le gesta della “resistenza” palestinese, con dolcetti da distribuire ai passanti e nei negozi. Tra loro c’erano anche i sostenitori del Fronte di azione islamica (Fai), il braccio politico dei Fratelli Musulmani in Giordania, principale partito di opposizione, che alle elezioni parlamentari di oggi spera di capitalizzare la rabbia scatenata dalla guerra di Gaza, che ha fatto finora quasi 41mila morti – ed è un bilancio provvisorio – portando a casa un numero di seggi tale da poter influenzare l’opinione pubblica già in ebollizione.
Più della metà della popolazione in Giordania ha origini palestinesi, il 70% approva gli attacchi del 7 ottobre, dicono i sondaggi, e già prima dei massacri di Hamas nei kibbutz israeliani del Sud oltre il 90% dei giorda…
Domenica, quando un camionista giordano ha sparato a tre israeliani sul ponte di Allenby, la principale arteria che collega la Giordania alla Cisgiordania, uccidendoli, ad Amman centinaia di persone sono scese in piazza per celebrare le gesta della “resistenza” palestinese, con dolcetti da distribuire ai passanti e nei negozi. Tra loro c’erano anche i sostenitori del Fronte di azione islamica (Fai), il braccio politico dei Fratelli Musulmani in Giordania, principale partito di opposizione, che alle elezioni parlamentari di oggi spera di capitalizzare la rabbia scatenata dalla guerra di Gaza, che ha fatto finora quasi 41mila morti – ed è un bilancio provvisorio – portando a casa un numero di seggi tale da poter influenzare l’opinione pubblica già in ebollizione.
Più della metà della popolazione in Giordania ha origini palestinesi, il 70% approva gli attacchi del 7 ottobre, dicono i sondaggi, e già prima dei massacri di Hamas nei kibbutz israeliani del Sud oltre il 90% dei giordani era contrario all’accordo di pace con Israele del 1994. Le stragi nella Striscia, le politiche di annessione in Cisgiordania - con le violenze degli estremisti ebraici contro i villaggi palestinesi - e le provocazioni della destra estrema israeliana sulla Spianata della Moschee a Gerusalemme, non hanno fatto altro che fomentare questi sentimenti anti-israeliani, mettendo re Abdallah in una difficile posizione. Ad aprile, Amman aveva dato copertura aerea agli americani per proteggere Israele dall’attacco dei droni e dei missili iraniani, provocando le ire di Teheran e le proteste di una parte di popolazione. Ma dopo l’omicidio di Haniyeh nella capitale iraniana, la diplomazia del Re ha indurito la postura retorica nei confronti di Israele, spedendo il ministro degli Esteri a Teheran - prima visita dopo quasi dieci anni - per evitare una escalation della crisi che metterebbe la Giordania al centro di più fuochi, circondata com’è da milizie fedeli all’Iran che sono pronte a sconfinare nel suo territorio dall’Iraq e dalla Siria.
Sebbene distanti per affiliazione politica e religiosa, gli iraniani vedrebbero di buon occhio il successo elettorale della Fratellanza, che contribuirebbe a destabilizzare il principale alleato americano nella regione. È improbabile tuttavia che il Fai conquisti la maggioranza in Parlamento perché la legge elettorale è disegnata per favorire il blocco tribale e quello nazionalista filogovernativo. Le autorità, inoltre, hanno cercato di boicottare i candidati e la propaganda islamista, che vorrebbe interrompere i legami commerciali con Israele anche se la Giordania dipende dal suo vicino per le forniture di acqua e gas. Ma come ha spiegato lo stesso capo della Fratellanza in Giordania alla Reuters, Murad Adailah, «è sufficiente che ci sia un blocco significativo in grado di influenzare l’opinione pubblica e la scena politica generale».