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Zelensky, a fine agosto l’ordine più difficile: “Nascondete nei boschi la Costituzione e la bandiera”

(ansa)

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La notte del 26, durante il maxi raid su Kiev, il presidente temendo la disfatta chiese a due fedelissimi di salvare dai russi i simboli dello Stato ucraino
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Due settimane fa a Kiev ha tremato la terra e ha tremato lo Stato. E nessuno se n’è accorto. Il massiccio attacco russo di fine agosto con missili ipersonici e droni era stato sì rabbioso quanto Vladimir Putin che lo aveva ordinato per lavare l’onta dell’invasione improvvisa di Kursk, ma visto da qui, dal comodo Occidente, non era parso diverso dai mille e uno attacchi precedenti. Bombe, droni, palazzi che bruciano, persone che muoiono, l’indignazione dell’istante. Dopo neanche un’ora, avevamo già dimenticato tutto.

Assuefatti all’orrore, e stanchi da tre anni di notizie di guerra, si dà tutto per scontato: la Russia bombarda, l’Ucraina si difende con le nostre armi e resta in piedi, fino a quando, prima o poi, faranno la pace e comincerà la fase della ricostruzione. I fatti che seguono, riferiti da alcuni collaboratori di Zelensky durante un evento privato al Forum Ambrosetti di Cernobbio, raccontano invece di come l’Ucraina talvolta passeggi sull’orlo della dissoluzione. E quanto sp…

Due settimane fa a Kiev ha tremato la terra e ha tremato lo Stato. E nessuno se n’è accorto. Il massiccio attacco russo di fine agosto con missili ipersonici e droni era stato sì rabbioso quanto Vladimir Putin che lo aveva ordinato per lavare l’onta dell’invasione improvvisa di Kursk, ma visto da qui, dal comodo Occidente, non era parso diverso dai mille e uno attacchi precedenti. Bombe, droni, palazzi che bruciano, persone che muoiono, l’indignazione dell’istante. Dopo neanche un’ora, avevamo già dimenticato tutto.

Assuefatti all’orrore, e stanchi da tre anni di notizie di guerra, si dà tutto per scontato: la Russia bombarda, l’Ucraina si difende con le nostre armi e resta in piedi, fino a quando, prima o poi, faranno la pace e comincerà la fase della ricostruzione. I fatti che seguono, riferiti da alcuni collaboratori di Zelensky durante un evento privato al Forum Ambrosetti di Cernobbio, raccontano invece di come l’Ucraina talvolta passeggi sull’orlo della dissoluzione. E quanto spesso si senta sul punto di scivolare.

È una storia di dettagli, questa. Di uomini cui viene data una missione, di decisioni drammatiche, di fughe nella foresta, di simboli nazionali elevati a testimoni della sopravvivenza dello Stato ucraino, comunque vada. Dunque: una storia enorme. Che comincia il 26 agosto, prima del sorgere del sole.

Zelensky è svegliato intorno alle 3 di notte dallo Stato maggiore. «Presidente, i russi hanno lanciato un attacco aereo su larga scala su quindici regioni, non è il solito attacco…». Da quel momento e per le successive 48 ore la contraerea vedrà 200 bombe volanti, tra razzi e droni, puntare e colpire 25 infrastrutture strategiche, civili e militari. Sette civili moriranno. I russi armano anche i costosissimi missili ipersonici Kinzhal (il loro arsenale ne possiede non più di qualche decina) e ne calibrano la rotta sulla centrale idroelettrica della capitale. Nel bunker del palazzo del governo a Kiev si tiene una riunione d’urgenza. All’esterno i boati, e i missili che bucano la contraerea scavano crateri e producono possenti onde d’urto: l’asfalto di Kiev non tremava così dai tempi della prima fase dell’invasione.

Zelensky prende una decisione.

Chiama due suoi uomini fidati, «due energumeni» ricordano a Cernobbio i suoi collaboratori, e affida loro una missione che definisce la gravità del momento. «Tu vai a prendere la copia originale della Costituzione ucraina. Tu invece prendi la bandiera originale della nostra nazione. Portatele lontano da Kiev, andate nella foresta, nascondetele e rimanete lì fino a nuovo ordine».

La bandiera e il libro con le leggi fondamentali dell’Ucraina, ossia i due oggetti che hanno sancito l’indipendenza conquistata nel 1991. La prova che tra la Russia e la Polonia esiste uno Stato chiamato Ucraina, che si è dato un ordinamento giuridico, che ha un popolo, e una bandiera gialla come il grano e blu come il cielo di primavera.

Ora, perché il presidente abbia preso una decisione così drastica non si sa, i suoi collaboratori non l’hanno spiegato e non hanno fornito altre informazioni in merito alla vicenda, ma le ipotesi più probabili sono due. O aveva avuto informazioni di intelligence che tra gli obiettivi del Cremlino c’erano anche i palazzi dove sono custodite la Costituzione del 1996 (una copia è anche alla Verchovna Rada, il parlamento che l’approvò con 315 voti su 400) e la bandiera, adottata ufficialmente nel gennaio del 1992 dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Oppure, peggio, temeva che l’offensiva russa nei giorni successivi sarebbe salita talmente di livello da indurre Kiev alla capitolazione.

Congetture, ipotesi. I fatti, così come li hanno riportati i collaboratori del presidente, dicono che i due guardiani improvvisati sono rimasti nel bosco per quasi due settimane, a proteggere il cuore dello Stato minacciato, non si sa dove né in quali condizioni. Alla fine Zelensky ha dato loro l’ordine di tornare a Kiev perché il grande allarme era rientrato. L’Ucraina è in piedi, lo Stato resiste. Il precipizio è ancora lì. Non si vede ma è vicinissimo, a volte.

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