✕

11 settembre 2001: l’attentato alle Torri Gemelle, il “grande stupro” e i “miserabili del terrorismo”

Ascolta l'audio

Il più grande attentato della storia occidentale come lo raccontò Vittorio Zucconi su Repubblica. “Il giorno del grande stupro. I bambini di New York cercheranno di tornare subito a scuola, ha promesso Giuliani. E speriamo che sia vero. Nulla come vivere il coraggio della normalità, disarma i miserabili del terrorismo”
7 minuti di lettura

L' AMERICA è stata violentata in un atto di guerra che ha usato bombe umane e vite di americani, per ferirla a morte.


Iniziava così il racconto di Vittorio Zucconi pubblicato su Repubblica del 12 settembre 2001. Un racconto a caldo, con le informazioni disponibili in quel momento (i morti saranno quasi tremila), struggente da leggere e rileggere, sia per chi quel giorno lì lo ricorda o per chi non c’era. Ve lo riproponiamo oggi, a 23 anni di distanza.


Sarebbero almeno ventimila le vittime dell'attacco terroristico che ha polverizzato le Torri gemelle di Manhattan e mandato in fiamme il Pentagono. Bush si è impegnato col paese: "Prenderemo gli attentatori e risponderemo". Dieci ore dopo l' attacco contro New York e Washington, Kabul, la capitale dell'Afghanistan che ospita il terrorista bin Laden, è stata colpita da missili ma il Pentagono nega si tratti di un attacco Usa. Nulla, nella storia americana, aveva mai straziato la nazione come questa giornata di un Settembre nero senz…

L' AMERICA è stata violentata in un atto di guerra che ha usato bombe umane e vite di americani, per ferirla a morte.


Iniziava così il racconto di Vittorio Zucconi pubblicato su Repubblica del 12 settembre 2001. Un racconto a caldo, con le informazioni disponibili in quel momento (i morti saranno quasi tremila), struggente da leggere e rileggere, sia per chi quel giorno lì lo ricorda o per chi non c’era. Ve lo riproponiamo oggi, a 23 anni di distanza.


Sarebbero almeno ventimila le vittime dell'attacco terroristico che ha polverizzato le Torri gemelle di Manhattan e mandato in fiamme il Pentagono. Bush si è impegnato col paese: "Prenderemo gli attentatori e risponderemo". Dieci ore dopo l' attacco contro New York e Washington, Kabul, la capitale dell'Afghanistan che ospita il terrorista bin Laden, è stata colpita da missili ma il Pentagono nega si tratti di un attacco Usa. Nulla, nella storia americana, aveva mai straziato la nazione come questa giornata di un Settembre nero senza eguali.

Nessun nemico esterno aveva mai colpito l'America dall'aria e con tanta violenza, scegliendo i più ovvi, quasi banali simboli del suo potere economico, le due torri del commercio, e del suo potere politico, a Washington. Nessun aggressore era riuscito a paralizzare le reti di comunicazione, i telefoni cellulari, i trasporti aerei, il comando militare e politico, i ministeri, il Pentagono, le banche, le Borse come è facile fare in una società libera e aperta.

Anniversario 11 settembre: lo skyline di Manhattan tagliato dalle luci blu nella notte è commovente

E invece ieri, dopo il primo schianto dell'aereo di linea contro una torre del World Trade Center, a una a una le luci di Manhattan si sono spente, gli aeroporti, dall'Atlantico al Pacifico, si sono chiusi, i treni del metrò si sono fermati, il mercato dei cambi si è bloccato, Wall Street ha chiuso le porte, i palazzi di uffici sono stati evacuati, le scuole sono state chiuse, il Presidente si è rifugiato sul suo Air Force in volo, come previsto dallo scenario "Stranamore" dell'attacco nucleare ed è sceso il silenzio dello sbigottimento.

Gli ospedali più sofisticati del mondo si sono trasformati in accampamenti da Caporetto di fronte alle migliaia di feriti e di moribondi che uscivano dalla polvere e che i luminari strappati ai loro studi eleganti di Park Avenue e accorsi nelle Emergency Room come studenti di medicina, dovevano condannare a morte, accettare o lasciare direttamente nel carnaio sui marciapiedi, dopo un'occhiata sbrigativa, come chirurghi di guerra al fronte. Sangue, sulle strade, tra le rovine, dappertutto, meno che nei luoghi dove servirebbe disperatamente, negli ospedali che invocano donatori.

Tutto sembrava impossibile, tutto è invece accaduto in una mattina che ha visto, come tutte le mattine, alzarsi i quattromila voli commerciali che trasportano attraverso l' America la gente che va a lavorare e a vivere. Ma quattro di questi aerei portavano passeggeri sfuggiti a quella blanda, formale, apparentemente inutile griglia di sicurezza che serve soltanto ad annoiare gli innocenti e lascia evidentemente passare i dementi.

Da Boston si era alzato il Boeing dell' American Airlines volo numero 11, un 767, diretto a Los Angeles. Sempre da Boston il volo United numero 175 per Los Angeles. Da Newark, uno dei tre aereoporti di New York, lo United Airlines 757 per San Francisco. Dal Dulles, l'aereoporto internazionale di Washington, un 757 dell' American Airlines, il numero 64, per la California.

Nessuno di loro arriverà a destinazione: a bordo c'erano 256 persone tra passeggeri e membri degli equipaggi.

Alle 8 e 42, il volo numero 11 punta il muso verso la prima delle due torri del World Trade Center. "Che fai, AA 11?", strilla il controllore di volo quando vede la traccia deviare di 90 gradi. "America 11, rispondi". E' una giornata splendida, limpida, di autunno perfetto, quelle giornate nelle quali i piloti degli aerei civili invitano i passeggeri ad ammirare la vista di Manhattan dal finestrino. Il volo 11 si infrange contro le vetrate all'altezza del 75esimo piano, volando diritto, senza deviazioni, senza che nessuno possa fare nulla, nei 14 minuti trascorsi dal dirottamente allo schianto.

Salvador Martinez, un lavavetri che stava uscendo dal palazzo, racconta di avere pensato al terremoto, come nel suo Nicaragua nativo. Sotto, i passanti stavano correndo verso Wall Street, vicinissima, le banche, i carretti degli hot dogs, la vita di tutti i giorni.Alzano gli occhi e guardano il grattacielo fumare in alto, una colonna nera vomitata come dal fumaiolo di una nave alla quale siano esplose le caldaie e stia per affondare.

Ancora non lo sanno, ma Manhattan è un Titanic, e le due torri sono i suoi più alti fumaioli.

Arrivano i primi furgoni delle TV locali, tutti pensano a un incidente, a un incendio, anche se erano 60 anni da quando un aereo, un bombardiere B25, aveva urtato un grattacielo a Manhattan, l'Empire State Building, e la visibilità era perfetta.

Puntano gli obbiettivi verso la cima dei palazzi e nei loro visori i cameramen vedono qualcosa che neppure il più coriaceo di loro aveva mai visto.

Un altro aereo, un 767 con i colori della United, sbuca e punta a 400 chilometri l'ora verso la seconda torre, 18 minuti dopo il primo. Qualcuno sta lottando, nella cabina di comando. L'aereo, carico di carburante come tutti quelli dirottati e scelti appunto per questo dagli assassini, vira e ondeggia, tenta di evitare la torre di cristallo, ma il terrorista vince. Per pochi metri, sbatte contro lo spigolo ed esplode in una bolla di fiamme rosse che New York non aveva più visto da quando il dirigibile Hindemburg bruciò in atterraggio, anche allora sotto lo sguardo di una cinepresa.

Sono passate da poco le nove del mattino.

Dall'aeroporto internazionale di Washington, il Dulles, si alza un 757 Boeing, un grosso aereo, verso Los Angeles. Anch'esso, serbatoi gonfi per le cinque ore di volo. Non arriva neppure in quota. Racconta un pilota civile, che stava per caso alla finestra del suo albergo, accanto al Pentagono: "Sento i jet atterrare e decollare normalmente, dall'aeroporto National, che è accanto al Pentagono, poi ascolto un rumore di motori troppo forte. Strano. Mi affaccio. Vedo un 757 volare bassissimo, fuori ogni rotta. Punta verso il Pentagono, lo vedo colpire alcuni pali della luce. Sotto i miei occhi, l'aereo si schianta nel parcheggio, vedo il muso sbriciolarsi a terra, le due ali continuare andando a sbattere contro la parete del Pentagono".

Negli stessi istanti, a 200 chilometri da Washington, un 757 sorvola Pittsburgh, diretto anch'esso verso Ovest. E' in quota di volo, i passeggeri sorseggiano il caffè con le ciambelle dolci offerte dagli assistenti.Sul radar di Pittsburgh controllo, improvvisamente, l' aereo perde quota. I controllori ricevono il segnale segreto e inaudibile di "dirottamento" che il pilota o i secondo hanno azionato. Lo guardano scendere, risalire, scendere ancora in una picchiata a spirale, uno "spin" come si dice in gergo, dalla quale è impossibile riprendere il controllo di un bestione come quello. Capiscono quello che sta accadendo, perché un passeggero, chiuso nella toilette, ha chiamato con cellulare un numero di emergenza e sta gridando "ci hanno dirottato, ci hanno dirottato".

Cinque minuti più tardi, il 757 si sbriciola tra i campi di granoturco di Somerset, contea accanto a Pittsburgh. Dice un esperto di aviazione: "Sono certo che il comandante ha capito la situazione e ha mandato in stallo e poi nella spirale fatale il suo aereo, per sacrificare sé stesso e i passeggeri e salvare migliaia di persone".

Più tardi alcune fonti ipotizzeranno che i dirottatori volessero puntare su Camp David, il luogo simbolo degli accordi mediorientali. La guerra è appena cominciata. A New York, le due torri che pure avevano resistito alle bombe di terroristi islamici in passato, cedono, come torte nuziali alle quali sia stato portato via il supporto. Crolla la Torre nord per prima e qualcuno grida alla bomba atomica, perché si alza una nube di polvere a forma di fungo. Crolla dieci minuti dopo la Torre sud e la polvere inghiotte la città dei sogni e di Woody Allen, dei soldi e della Statua della libertà in una nebbia che alla sera ancora coprirà downtown, il parco sulla punta, midtown fino al Central Park, le boutique dei ricchi, i marciapiedi dei barboni, la storia di una città metafora del mondo che paga oggi per l'odio del mondo.

Ci sono normalmente diecimila persone in ciascuna delle due torri, ventimila in tutto.

Il World Trade Center è una piccola città, con un codice postale a parte. Oggi non esiste più. E' un cimitero popolato di cadaveri, di pompieri, di diecine di migliaia di persone che ora vagano per le vie di Manhattan coperte di polvere, stupefatte e furiose. "Bush ammazzali tutti, tutti" grida una giovane donna davanti a ogni microfono che riesce a trovare. Lo farà, se li troverà. E se uno stato, una nazione li protegge e li aiuta, "remember Hiroshima".

Alla Cnn si dice che una lista di "obbiettivi per la rappresaglia" sia già pronta. Panico. Il Pentagono è colpito. Ventiquattromila militari, dai generali alle reclute, fuggono. Un’autobomba esplode davanti al Dipartimento di Stato. I simboli sono ovvi. Impazzano le voci. C'è un altro aereo dirottato che punta alla Casa Bianca, non è vero, ma si alzano i caccia, gli agenti del Servizio Segreto puntano i loro "stingers", i missili terra aria da spalle che il Pentagono diffuse tra i talibani afghani per abbattere gli aerei sovietici. Washington impazzisce.

Bush che stava tornano dalla Florida alla Casa Bianca è dirottato, il suo Air Force One è tenuto in volo per ore, come vuole il protocollo nucleare. Atterra in una base militare in Louisiana, poi in Nebraska, al comando strategico dei bombardieri, appena il tempo per pronunciare la sua promessa di "dare la caccia senza respiro e punire i vigliacchi senza volto". Soltanto a sera rientra a Washington per pronunciare un discorso in diretta alla nazione e rassicurarla contro aggressori che sembrano poter colpire a volontà, con un' organizzazione e un coordinamento che pare perfetto, e si fonda sulla cieca disperazione, sull'odio folle dei suicidi che la compongono.

New York è in agonia. Washington annaspa, evacua tutte gli edifici pubblici, i templi del potere, il Dipartimento di Stato, il Tesoro, la Federal Reserve, la zecca dove si stampano i dollari, poi quelli privati, le scuole. Il sindaco dichiara lo stato d' emergenza. Giuliani, a New York, vaga coperto di polvere, fingendo di guidare i soccorsi, per il "morale" della popolazione. La gente, i civili, si chiudono in casa a guardare la TV e a sbigottire. Nessuno, in questa nazione che si credeva invulnerabile, si sente più sicuro. E questo era l'obiettivo del primo giorno di guerra.

Tutto chiude. Aereporti chiusi, almeno fino a tutto oggi. Stazioni ferroviarie. Borse, anche per evitare il sicuro collasso di un mercato già agonizzante. Banche. Scuole. Madri corrono verso asili ed elementari a raccogliere i figli piccoli, a fare piani con le altre madri, a dare l' assalto a supermercati per comperare acqua, scatolami, latte. La sola luce accesa in una nazione che precipita in una sorta di oscuramento psicologico e morale è il focolare freddo degli schermi TV al quale ci si scalda le mani senza tepore, aspettando una spiegazione, una ragione, un conforto, anche in quel Bush che sembrava tanto fiacco, tanto leggero, tanto estraneo nel suo disprezzo per il resto del mondo ma che è l'unico salvagente al quale aggrapparsi ora per vendicare lo stupro.

"Oggi siamo tutti elettori di Bush" va a dire al focolare freddo della Tv il senatore democratico Dodd, che fino a ieri giudicava il Presidente "un simpatico imbecille".

I telefonini saltano, insieme con le antenne che precipitano dai palazzi, travolti dalla valanga di chiamate. I server di Internet si strozzano nella marea di traffico on line e la gente a Washington fa la fila davanti ai pochi telefoni "hard", pubblici, alle cabine sopravvissute alla valanga dei cellulari, e sembra un' amarissima rivincita della "vecchia economia" su quella "nuova".

Rudi Giuliani va in TV a dire che "l'incubo che tutti abbiamo avuto si é avverato, ma sopravviveremo".

"Si butta, si butta" gridavano i passanti a Manhattan vedendo gli abitanti delle torri in fiamme lanciarsi di sotto, verso una morte sicura, "crolla, crolla" gridano i passanti quando un altro pezzo viene giù dalle rovine e questa sera guardano il cielo, temendo che porti un altro aereo carico di orrore, come altre generazioni in altri continenti guardavano il buio temendo l' arrivo di bombardieri. Ma il cielo è vuoto, per ora. Volano soltanto l' Air Force one e stormi di caccia F16 ed F14 che incrociano su Washington e New York, più per rassicurare che per proteggere davvero.

Finisce il giorno del grande stupro e per ora non c'è piú niente da raccontare. Tranne una cosa: oggi, i bambini di New York cercheranno di tornare a scuola, ha promesso Giuliani. E speriamo che sia vero. Nulla come vivere il coraggio della normalità, disarma i miserabili del terrorismo.

Leggi i commenti