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Sciami di droni sui cieli di Mosca, così Kiev prova a rompere l’assedio russo

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L’Ucraina ha sferrato uno degli assalti più massicci contro la Russia. I tre aeroporti di Mosca sono rimasti chiusi per ore e nella periferia un palazzo è stato devastato con la distruzione di cinquanta appartamenti
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Tempestato di domande sul divieto all’uso di missili statunitensi contro Kursk o contro altre zone del territorio russo, la scorsa settimana il ministro della Difesa americano Llyod Austin ha risposto in maniera quasi sorprendente: “L’Ucraina ha già di suo significative capacità per attaccare bersagli che sono fuori della portata degli Atacms e degli Storm Shadows”. Le parole del capo del Pentagono riconoscono la realtà che si vede da settimane: l’apparato industriale di Kiev è in grado di produrre migliaia di droni a lungo raggio, che possono colpire a oltre mille chilometri di distanza.

L’altra notte c’è stato uno degli assalti più massicci del conflitto e il ministero della Difesa russo ha detto di avere abbattuto 144 droni ucraini, venti nel distretto della capitale: i tre aeroporti di Mosca sono rimasti chiusi per ore e nella periferia un palazzo è stato devastato con la distruzione di cinquanta appartamenti. Ordigni sono piovuti in tante parti diverse del Paese e vengono se…

Tempestato di domande sul divieto all’uso di missili statunitensi contro Kursk o contro altre zone del territorio russo, la scorsa settimana il ministro della Difesa americano Llyod Austin ha risposto in maniera quasi sorprendente: “L’Ucraina ha già di suo significative capacità per attaccare bersagli che sono fuori della portata degli Atacms e degli Storm Shadows”. Le parole del capo del Pentagono riconoscono la realtà che si vede da settimane: l’apparato industriale di Kiev è in grado di produrre migliaia di droni a lungo raggio, che possono colpire a oltre mille chilometri di distanza.

L’altra notte c’è stato uno degli assalti più massicci del conflitto e il ministero della Difesa russo ha detto di avere abbattuto 144 droni ucraini, venti nel distretto della capitale: i tre aeroporti di Mosca sono rimasti chiusi per ore e nella periferia un palazzo è stato devastato con la distruzione di cinquanta appartamenti. Ordigni sono piovuti in tante parti diverse del Paese e vengono segnalati a Belgorod, Lipetsk, Kaluga, Kursk, Tula, Voronezh e Bryansk. Per la prima volta è stata riconosciuta la morte di una donna di 49 anni e il Cremlino ha dovuto fare una dichiarazione ufficiale: “Questo attacco dimostra la natura del regime di Kiev, sono i nostri nemici”.

Strumenti e tattiche dell’operazione Deep Strike sul territorio russo sono uno dei segreti più protetti della guerra. La campagna viene condotta interamente dall’intelligence militare e non ci sono quasi mai dichiarazioni del presidente Zelensky o degli altri ministri. In genere le operazioni sono di tre tipi. Anzitutto, i raid contro gli aeroporti: la priorità sono le basi da cui decollano i caccia che bombardano il fronte o che lanciano missili contro le città. Uno dei più pesanti ha devastato il 22 agosto l’aeroporto di Marinovka nel distretto di Volgograd, la Stalingrado sovietica: le foto satellitari britanniche mostrano quattro hangar e diversi radar rasi al suolo.

A luglio, nel timore che i Paesi della Nato potessero autorizzare l’impiego delle armi a lungo raggio contro gli aeroporti, i russi avevano spostato le squadriglie migliori in basi fuori del raggio d’azione degli Atacms statunitensi e degli Storm Shadows europei. Una mossa che però non li ha messi al riparo dai droni ucraini: si sono spinti fino a Murmansk, alle soglie dell’Artico. A questa missione – tecnicamente chiamata di contro-aviazione e fondamentali per le sorti del conflitto - sembra vengano dedicati gli ordigni più potenti e più precisi.

Poi ci sono le incursioni contro le raffinerie e i depositi di carburante, dove anche un drone con una piccola carica esplosiva può causare danni enormi: ci sono volute due settimane per estinguere il rogo dei serbatoi di petrolio della gigantesca riserva statale di Proletarsk.

Infine, ci sono gli sciami di velivoli senza pilota che planano sulle grandi aeree urbane: sono diretti soprattutto contro le centrali elettriche o le cabine di distribuzione, ma in molte occasioni finiscono contro le case, seminando morte e panico tra gli abitanti. Sono chiaramente una ritorsione per i missili e i droni che vengono scagliati contro le città ucraine dal febbraio 2022 e hanno ridotto ai minimi termini la produzione di elettricità. La finalità di questi blitz, condotti nel pieno della notte o alle prime ore del mattino, è in pratica la stessa dell’offensiva contro Kursk: “La Russia ha portato la guerra nel nostro territorio e dovrebbe sentire su di sé ciò che ha fatto”, per usare le parole di Zelensky. I canali social più vicini a Kiev sostengono che il boato delle esplosioni dovrebbe spingere la popolazione ad aprire gli occhi sulla reale natura della guerra e minare il consenso per Putin, l’uomo forte che non riesce a proteggere la patria.

Avvistare questi piccoli aerei telecomandati è difficile: sono in vetroresina o in plastica, procedono a bassa quota e hanno motori a scoppio che emettono poco calore. Adesso i comandi di Mosca stanno schierando semoventi contraerei intorno alle città e alle installazioni strategiche, ma è impossibile blindare lo sterminato territorio russo. E le ondate di incursori sono sempre più vaste.

Secondo una stima, dall’inizio di agosto gli ucraini avrebbero utilizzato più di tremila droni nell’operazione Deep Strike. Sono tutti di costruzione nazionale, anche se alcuni sono stati progettati in altri Paesi. Il modello più diffuso è il Lyuty – ossia “Feroce” – che somiglia al celebre Bayraktar turco e forse risente della storica collaborazione con l’azienda di Istanbul. Ha un’apertura alare di sette metri e può arrivare a distanze superiori a mille chilometri: in alcune occasioni hanno colpito a quasi millecinquecento chilometri. Trasporta cinquanta chili di esplosivo ad alto potenziale, che possono salire a 75 chili riducendo l’autonomia. Non sono trapelate indiscrezioni sul sistema di guida, che però sembra in grado di resistere alle contromisure elettroniche e ai disturbi delle coordinate satellitari.

Lo scorso 24 agosto c’è stato l’esordio di un mezzo con motore a reazione, il Palyanytsia, utilizzato sulla Crimea. Le caratteristiche non sono state rivelate, ma da tempo gli ucraini stanno lavorando a droni con questi propulsori, che dovrebbero permettere velocità maggiori e quindi minori rischi di venire intercettati dalle difese russe: sono state fotografate pure versioni modificate del britannico Modini Dart 250 e del radiobersaglio Banshee.

Attualmente il governo ucraino chiede ad alcuni degli alleati non di fornire armi, ma di finanziare i piani della sua industria bellica più avanzata: ieri la Lituania ha stanziato dieci milioni di euro proprio per i Palyanytsia. Oggi vengono costruiti ogni mese 150 mila droni, in stragrande maggioranza i minuscoli quadricotteri utilizzati in prima linea, introducendo sempre più spesso sistemi con intelligenza artificiale o con guida autonoma: veri e propri robot guerrieri. Il viceministro della Trasformazione digitale Oleksandr Bornyakov, passato dalle start up ai bombardieri hitech, prevede che gli sviluppi saranno rapidi: “La vittoria sui campi di battaglia moderni è impossibile senza innovazione”. O, come ha detto un ufficiale americano commentando i nuovi progetti ucraini: “I migliori innovatori sono le persone che devono farlo altrimenti moriranno il giorno successivo”.

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