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Harris batte Trump nel dibattito tv: speranza contro rabbia e fake news

(agf)
La vicepresidente punta su economia e politica estera, attaccando il rivale per l’amicizia con Putin: “Può manipolarlo”. Il tycoon, furioso, accusa la democratica su migranti, aborto e ritiro dall’Afghanistan. E definisce l’avversaria “una marxista”. Ma secondo il New York Times gli indecisi non sono stati convinti
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PHILADELPHIA — Che Kamala Harris abbia vinto il dibattito di martedì sera è un giudizio abbastanza assodato e condiviso. L’impatto sul voto del 5 novembre è un altro discorso, tutto ancora da verificare.


Secondo il sondaggio condotto dalla Cnn subito dopo la sfida di Philadelphia, il 63% degli americani ha preferito lei, e la sua visione positiva è salita dal 39% al 45%. Il senatore repubblicano Lindsey Graham ha definito il dibattito «un disastro», chiedendo il licenziamento di chi ha preparato Trump, e un editoriale del Wall Street Journal critica Donald per non aver inchiodato Kamala all’impopolarità di Biden. Nel 2016, però, anche Hillary aveva vinto i tre dibattiti, salvo poi perdere le elezioni, e per il New York Times dopo questa serata gli indecisi rimangono tali.

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Harris ha parlato del futuro, Trump del passato. Speranza contro rabbia, la differenza è tutta qui. Resta da vedere se bas…

PHILADELPHIA — Che Kamala Harris abbia vinto il dibattito di martedì sera è un giudizio abbastanza assodato e condiviso. L’impatto sul voto del 5 novembre è un altro discorso, tutto ancora da verificare.


Secondo il sondaggio condotto dalla Cnn subito dopo la sfida di Philadelphia, il 63% degli americani ha preferito lei, e la sua visione positiva è salita dal 39% al 45%. Il senatore repubblicano Lindsey Graham ha definito il dibattito «un disastro», chiedendo il licenziamento di chi ha preparato Trump, e un editoriale del Wall Street Journal critica Donald per non aver inchiodato Kamala all’impopolarità di Biden. Nel 2016, però, anche Hillary aveva vinto i tre dibattiti, salvo poi perdere le elezioni, e per il New York Times dopo questa serata gli indecisi rimangono tali.

(agf)

Harris ha parlato del futuro, Trump del passato. Speranza contro rabbia, la differenza è tutta qui. Resta da vedere se basterà a convincere i pochi elettori indecisi rimasti che rimandare alla Casa Bianca il vecchio tycoon non sarebbe nell’interesse degli Usa. Lei ha presentato una visione per migliorare l’America, dall’economia alla politica estera, mentre lui è apparso furioso, ripetendo le false lamentele sulle elezioni rubate nel 2020. Ad un certo punto è finito a parlare della balla secondo cui gli immigrati illegali in Ohio rubano cani e gatti per mangiarli.
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La candidata democratica ha iniziato con un gesto inusuale, di questi tempi, andando verso l’avversario per tendergli la mano: «Piacere, Kamala Harris». Da quel momento in poi però lo ha messo sulla difensiva. Lui ha evitato di dare il peggio di sé, tipo gli insulti, ma non è riuscito a nascondere l’ira. Harris ha attaccato sull’economia: «Trump ci ha lasciato la disoccupazione più alta dalla Grande Depressione. Quello che abbiamo fatto è stato mettere a posto il pasticcio che lui ha creato», ricordando le sue politiche fallimentari sul Covid. Così ha distolto l’attenzione dall’inflazione, ora in calo al 2,5%, che doveva essere il cavallo di battaglia di Donald, insistendo invece sul piano per costruire «un’economia delle opportunità», attraverso le agevolazioni fiscali per famiglie e piccole imprese, gli aiuti per comprare la prima casa, la sanità.

Sull’immigrazione, centrale per Trump, gli ha rimproverato di aver bloccato la legge negoziata con i repubblicani per la sicurezza del confine, «perché preferiva avere un problema su cui basare la campagna elettorale, invece di risolverlo». Lui ha rinfacciato a Kamala l’impennata della criminalità, che in realtà secondo l’Fbi è diminuita. Quindi lei ha contrattaccato: «È singolare che a parlare di criminalità sia lui, condannato e incriminato».

(afp)

Harris ha attaccato sulla politica estera, accusando Trump di «aver venduto gli Usa alla Cina» con la politica dei chips. Lo ha rimproverato di essere amico di dittatori come Putin e Kim, che «tifano per lui perché lo possono manipolare». Donald dice che se fosse stato alla Casa Bianca la guerra in Ucraina non sarebbe mai cominciata, ma Kamala ha risposto: «Se fossi presidente, Putin sarebbe seduto a Kiev con gli occhi puntati sull’Europa. Finiresti la guerra arrendendoti. I leader stranieri ti ridono dietro. Sei amico di Putin, un dittatore che ti si mangerebbe a colazione».

Sull’aborto è stata molto decisa: «Il governo, e soprattutto Trump, non dovrebbero dire ad una donna cosa fare col suo corpo». Lui ha risposto affermando che i democratici vogliono consentire l’aborto nel «nono mese o uccidere i bambini dopo la nascita», ma nessuno ha mai parlato di proposte del genere. Quindi lei lo ha sfottuto anche sulle folle ai comizi: «La gente va via dai tuoi rally per noia ed esasperazione».

(fotogramma)

Donald ha usato le accuse abituali, dicendo che Harris «è una marxista». Quando gli è stato chiesto della «razza», che Kamala avrebbe cambiato per convenienza politica, ha risposto «non me ne potrebbe fregare di meno». Però il danno ormai è fatto. Trump ha provato a metterla in difficoltà sul ritiro dall’Afghanistan, ma Harris ha risposto ricordando che fu lui a «firmare un accordo disastroso, invitando persino i talebani a Camp David».

Quindi ha concluso così: «Non sono né Biden né Trump. Sono la leader di una nuova generazione. È il momento di voltare pagina da questa politica del risentimento. Il mio piano è una nuova strada per il futuro». Qui sta l’appello forse più forte agli americani, affinché guardino al futuro il 5 novembre.

Lui dopo il dibattito è comparso nella spin room, dove in genere vanno dei rappresentanti dei candidati. Un chiaro segno delle difficoltà, perché si è reso conto che è andato male e ha sentito la necessità di correggere il messaggio. Harris lo ha sfidato, invitandolo a un secondo incontro. Lui frena, perché spera che Philadelphia non scalfisca il vantaggio dei repubblicani nel collegio elettorale, e non vuole aggiungere danno al danno.

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