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Gli Usa pronti ad appoggiare due seggi permanenti per l'Africa nel Consiglio di Sicurezza dell'Onu, un rischio per l'Italia

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Da oltre trent’anni si parla della necessità di aggiornare l’organo formato dai cinque membri permanenti con diritto di veto, ossia i vincitori del conflitto mondiale Usa, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna, e dieci membri non permanenti eletti ogni due anni, senza potere di veto
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New York - Gli Stati Uniti aprono alla creazione di due seggi permanenti per i Paesi africani, senza potere di veto, nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Un’accelerazione che potrebbe sbloccare la riforma del più importante organismo delle Nazioni Unite, ma in una direzione contraria agli interessi dell’Italia, che l’ha sempre osteggiata per non restarne fuori.

Parlando ieri al Council on Foreign Relations di New York, l’ambasciatrice americana al Palazzo di Vetro Linda Thomas Greenfield ha annunciato la nuova posizione, che prevederebbe anche un seggio a rotazione assegnato ai Paesi insulari del Pacifico. Questo, secondo quanto ha detto la diplomatica alla Reuters, "muoverà l’agenda in avanti, in modo da arrivare alla riforma del Consiglio ad un certo punto nel futuro".

La motivazione di Washington è legata anche alla necessità di rilanciare le relazioni con l’Africa, e in generale con il Sud del mondo, dopo averlo a lungo trascurato. Con l’effetto che si è lasciato spesso sedurre …

New York - Gli Stati Uniti aprono alla creazione di due seggi permanenti per i Paesi africani, senza potere di veto, nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Un’accelerazione che potrebbe sbloccare la riforma del più importante organismo delle Nazioni Unite, ma in una direzione contraria agli interessi dell’Italia, che l’ha sempre osteggiata per non restarne fuori.

Parlando ieri al Council on Foreign Relations di New York, l’ambasciatrice americana al Palazzo di Vetro Linda Thomas Greenfield ha annunciato la nuova posizione, che prevederebbe anche un seggio a rotazione assegnato ai Paesi insulari del Pacifico. Questo, secondo quanto ha detto la diplomatica alla Reuters, "muoverà l’agenda in avanti, in modo da arrivare alla riforma del Consiglio ad un certo punto nel futuro".

La motivazione di Washington è legata anche alla necessità di rilanciare le relazioni con l’Africa, e in generale con il Sud del mondo, dopo averlo a lungo trascurato. Con l’effetto che si è lasciato spesso sedurre da Cina e Russia sul piano economico, ma anche su quello geopolitico, a partire dal mancato appoggio convinto alla difesa dell’Ucraina e alle sanzioni contro Putin.

Il rischio è che questi Paesi si saldino con Pechino e Mosca, e magari anche Teheran e Pyongyang, per creare una coalizione internazionale alternativa a quella occidentale, che metta in discussione il mondo basato sulle regole condivise emerso dopo la Seconda guerra mondiale. Per l’Italia, però, questa riforma potrebbe avere l’effetto negativo di emarginarci.

Da oltre trent’anni si parla della necessità di aggiornare il Consiglio di Sicurezza, formato dai cinque membri permanenti con diritto di veto, ossia i vincitori del conflitto mondiale Usa, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna, e dieci membri non permanenti eletti ogni due anni, senza potere di veto. Lo scopo sarebbe quello di fare in modo che il massimo organismo dell’Onu rispecchi meglio la realtà contemporanea, anche se aumentare i seggi potrebbe complicare le sue già difficili attività, soprattutto se altri Paesi acquistassero la capacità di paralizzarlo.

I candidati originali al cosiddetto "quick fix" erano Germania e Giappone, perché sono Paesi importanti, ma anche perché hanno le risorse economiche per aiutare a finanziare il Palazzo di Vetro. Il loro ingresso però accrescerebbe la presenza e la potenza dei Paesi ricchi occidentali, perciò per equilibrarlo si era aggiunta l’idea di dare un altro seggio permanente a Africa, Asia e America Latina. Ai "grandi pretendenti" quindi si erano aggiunti soprattutto Brasile, India, e uno da individuare tra Egitto, Nigeria e Sudafrica.

L’Italia si è opposta a questa riforma, perché la emarginerebbe in Europa in favore di Germania, Francia e Gran Bretagna. Roma ha sperato a lungo in un seggio europeo, a cui però si oppongono Londra e Parigi. Quindi attraverso l’iniziativa Uniting for Consensus ha puntato invece sulla soluzione di aggiungere 9 seggi non permanenti a rotazione più frequente senza potere di veto, con la possibilità di rielezione immediata, assegnati ai gruppi regionali.

Così si darebbe più spazio ai Paesi che vogliono entrare, senza però chiudere la porta agli altri e conservando un approccio democratico alla composizione del Consiglio. A questi 9 poi si aggiungerebbe altri 2 seggi non permanenti, come quelli già esistenti. L’Italia ha costruito un’alleanza con gli altri potenziali esclusi, tipo Spagna, Turchia, Canada, Pakistan, Messico, Argentina, Corea del Sud, riuscendo quanto meno ad evitare la riforma non desiderata.

Ora, però, gli Usa hanno deciso ora di accelerare, anche per il momento delicato nelle relazioni internazionali. Oltre al sostegno per Germania e Giappone, a cui in seguito avevano aggiunto l’India, adesso favoriscono la creazione di due seggi permanenti per l’Africa, senza veto. Se il continente accettasse la proposta, con i suoi 54 Paesi membri delle Nazioni Unite potrebbe creare una massa critica di voti capace di sbloccare la riforma, sommati a quelli degli stati insulari del Pacifico.

La chiave per fermarla potrebbe stare nella rivalità tra le varie nazioni che ambirebbero ai due seggi, e soprattutto nel fatto che finora gli africani hanno rifiutato l’idea di ricevere posizioni senza veto, e quindi di serie B rispetto agli altri cinque permanenti. La scommessa degli Usa è che a questo punto il continente sia pronto a superare tali resistenze, pur di ottenere i due seggi, sbloccando così la riforma.

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