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I missili Nato e la nuova “linea rossa” di Putin: ora la Russia rivede la dottrina nucleare

(afp)

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L’aggiornamento del documento sull’uso dell’atomica è “in fase avanzata”. E i falchi incalzano il leader del Cremlino perché aumenti la deterrenza contro i Paesi Nato e dimostri che Mosca “fa sul serio”
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Per il quotidiano Kommersant di ieri, Vladimir Putin ha tracciato una nuova «linea rossa». Se la Nato consentirà all’Ucraina di usare i suoi missili a lungo raggio per colpire il territorio russo, «non significherà altro che la sua partecipazione diretta alla guerra in Ucraina», ha detto il presidente russo, il che a suo dire porterà la Russia a «prendere decisioni adeguate». Una velata minaccia nucleare, secondo alcuni.

L’ennesimo bluff, secondo altri. In oltre due anni e mezzo di conflitto, Putin ha più volte tracciato “linee rosse” e più volte le ha viste oltrepassare, dando prova di tollerare più di quanto si pensasse: l’affondamento della Moskva, la riconquista di Kharkiv e Kherson, l’esplosione sul ponte di Crimea, i droni sul Cremlino e, per finire, l’incursione ucraina nella regione meridionale russa di Kursk. Tutti eventi che, secondo la politologa indipendente Tatiana Stanovaja, «hanno reso chiaro che Putin non userà armi nucleari in situazioni che possono sembrare gravi e …

Per il quotidiano Kommersant di ieri, Vladimir Putin ha tracciato una nuova «linea rossa». Se la Nato consentirà all’Ucraina di usare i suoi missili a lungo raggio per colpire il territorio russo, «non significherà altro che la sua partecipazione diretta alla guerra in Ucraina», ha detto il presidente russo, il che a suo dire porterà la Russia a «prendere decisioni adeguate». Una velata minaccia nucleare, secondo alcuni.

L’ennesimo bluff, secondo altri. In oltre due anni e mezzo di conflitto, Putin ha più volte tracciato “linee rosse” e più volte le ha viste oltrepassare, dando prova di tollerare più di quanto si pensasse: l’affondamento della Moskva, la riconquista di Kharkiv e Kherson, l’esplosione sul ponte di Crimea, i droni sul Cremlino e, per finire, l’incursione ucraina nella regione meridionale russa di Kursk. Tutti eventi che, secondo la politologa indipendente Tatiana Stanovaja, «hanno reso chiaro che Putin non userà armi nucleari in situazioni che possono sembrare gravi e imbarazzanti, ma che non invertono strategicamente il corso del conflitto a favore dell’Ucraina».

Il fatto è che Putin sa che violare il “tabù nucleare” lo renderebbe un vero e proprio paria a livello internazionale e gli rivolterebbe contro anche i Paesi che finora si sono mantenuti neutrali. Il che però non vuol dire che non vi farà mai ricorso. Anche secondo l’amministrazione di Joe Biden, non è ancora stata oltrepassata la “linea rossa finale” che, stando a un sondaggio condotto tra ricercatori statunitensi, potrebbe essere un attacco contro il comando nucleare russo o l’invio di forze occidentali in Ucraina.

La domanda è se l’eventuale via libera all’uso dei missili Atacms contro la Russia — che, come ha sottolineato Putin, comporterebbe il «coinvolgimento diretto di personale militare Nato» — possa essere il temuto punto di non ritorno. Ieri la Russia ha espulso sei diplomatici britannici accusandoli di «attività d’intelligence sovversive», una decisione che aveva tutta l’aria di essere un avvertimento al Regno Unito in vista del vertice tra Biden e Keir Starmer alla Casa Bianca. Ma è ovvio che Mosca non si fermerà qui.

Dal tono della sua dichiarazione di giovedì, sembra che Putin ritenga davvero che i missili a lungo raggio possano portare il conflitto a un nuovo livello. Lo aveva del resto già chiarito lo scorso giugno quando aveva ventilato come possibile risposta l’eventualità di armare «i nemici» dei Paesi occidentali per colpire le loro «strutture sensibili», nonché ordinato una revisione della dottrina nucleare che, stando a recenti dichiarazioni del ministro degli Esteri Sergej Lavrov e del suo vice Rjabkov, sarebbe oramai «in fase avanzata».

Né Lavrov né Rjabkov hanno specificato quando verrà diffusa la nuova dottrina, né quali modifiche preveda. Il testo attuale autorizza il ricorso al nucleare in quattro scenari: minaccia nucleare credibile; attacco nucleare diretto; attacco convenzionale che neutralizzi la capacità russa di rilevare e reagire a un attacco nucleare; aggressione che metta a rischio l’esistenza stessa della Russia.

Una formulazione «irresponsabile» e «immorale», l’ha definita giovedì in un’intervista con Kommersant il falco Sergej Karaganov, cofondatore del Consiglio per la Politica estera e la Difesa. Il politologo è anche tornato a suggerire quanto aveva teorizzato un anno fa sul periodico Profil: un «attacco nucleare limitato» contro un Paese Nato per dimostrare che la Russia fa sul serio. Lo aveva riproposto anche lo scorso giugno moderando la sessione plenaria del Forum economico di San Pietroburgo in quella che era parsa una recita orchestrata: Karaganov che da “poliziotto cattivo” incalzava Putin e il leader russo che da “poliziotto buono” si ritraeva. L’intervista con Kommersant potrebbe nascondere lo stesso messaggio in codice ai Paesi Nato da parte di Putin: i falchi mi incalzano e, se continuerete ad alzare la posta, dovrò cedere.

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