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Tra pacifisti e filorussi, l’anomalia italiana del voto sulle armi di Kiev

A Strasburgo ha prevalso l’arte del sotterfugio, il calcoletto elettorale
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Vladimir Putin non ha torto quando dice che gli italiani gli appaiono diversi dagli altri. Gli altri occidentali, cioè. È comprensibile che al dittatore russo piaccia la nostra fluidità, quell’eterno spirito da 8 settembre ’43 che irradia la politica estera del Paese.

Chi volesse ricostruire la posizione dell’Italia sulla guerra in Ucraina partendo dalla risoluzione votata l’altro giorno dal Parlamento europeo ne uscirebbe peggio che confuso: stordito. Contorsioni, giravolte, astensioni e assenze strategiche. In particolare sul voto all’articolo 8, quello che invitava i Paesi membri dell’Unione a rimuovere le restrizioni all’uso su territorio russo delle armi fornite a Kiev, è andato in scena uno spettacolo indegno di un voto così delicato. Non solo per il merito delle scelte dei nostri europarlamentari, la stragrande maggioranza ha votato no, ma perché in molti casi non c’è stata nemmeno la chiarezza di una scelta dichiarata. Ha prevalso l’arte del sotterfugio, il calcoletto elet…

Vladimir Putin non ha torto quando dice che gli italiani gli appaiono diversi dagli altri. Gli altri occidentali, cioè. È comprensibile che al dittatore russo piaccia la nostra fluidità, quell’eterno spirito da 8 settembre ’43 che irradia la politica estera del Paese.

Chi volesse ricostruire la posizione dell’Italia sulla guerra in Ucraina partendo dalla risoluzione votata l’altro giorno dal Parlamento europeo ne uscirebbe peggio che confuso: stordito. Contorsioni, giravolte, astensioni e assenze strategiche. In particolare sul voto all’articolo 8, quello che invitava i Paesi membri dell’Unione a rimuovere le restrizioni all’uso su territorio russo delle armi fornite a Kiev, è andato in scena uno spettacolo indegno di un voto così delicato. Non solo per il merito delle scelte dei nostri europarlamentari, la stragrande maggioranza ha votato no, ma perché in molti casi non c’è stata nemmeno la chiarezza di una scelta dichiarata. Ha prevalso l’arte del sotterfugio, il calcoletto elettorale, la mossa da sondaggino.

Un chiarimento decisivo sulla natura dell’articolo 8. Non si trattava di dare il via libera a un uso indiscriminato delle armi in mano agli ucraini, magari per abbattere palazzi, supermercati e ospedali come i russi fanno da due anni e mezzo nel silenzio di chi si strappa i capelli all’idea che Kiev possa fare qualcosa per difendersi. Ciò che l’Ucraina chiede è di poter colpire siti strategici per l’offensiva militare di Mosca, anche al fine di evitare che i civili ucraini siano sterminati nel pilatesco silenzio dei presunti alleati. L’Europarlamento ha detto sì all’articolo 8, nonostante gli italiani. Tutti i partiti della destra al governo si sono infatti compattati sul no, allineandosi ai gruppi sovranisti che ormai non hanno più nemmeno il pudore di nascondere il loro favore alle tesi di Mosca. Per Giorgia Meloni, che sulle ragioni dell’aiuto militare all’Ucraina tenne il suo miglior discorso in Parlamento, forse l’unico degno di nota, è un altro non piccolo passo indietro rispetto alla linea assunta a inizio legislatura. Alla fine gli europarlamentari di Fratelli d’Italia si sono limitati a votare a favore del testo finale della risoluzione, che comunque comprende l’articolo 8. Equilibrismi. La Lega, ovviamente, ha votato contro tutto. Come è noto, non gradisce il sostegno all’Ucraina. Sulla politica estera il governo della Nazione, come la chiama Meloni, ha una politica estera da operetta.

(ansa)

Peggio ancora, se possibile, ha fatto l’opposizione, con poche lodevoli eccezioni. Sull’articolo 8 il Partito democratico si è esibito in coreografie circensi: c’è chi ha votato coerentemente sì, come la vicepresidente dell’Europarlamento Pina Picierno, chi si è fatto cadere la scheda al momento del voto per non scontentare nessuno, come l’ex candidato alla segreteria Stefano Bonaccini e altri eurodeputati di area riformista, e chi ha votato no insieme a Meloni e al generale Vannacci, tra questi l’ex segretario del partito Nicola Zingaretti e l’ex sindaco di Bari Antonio Decaro. Qual era la linea ufficiale del partito? Non è chiaro. Un mandato deliberato da un organismo dirigente non esiste. Una discussione in una sede ufficiale nemmeno, se si eccettua un confronto in segreteria, che è l’esecutivo nominato da Schlein. Da Strasburgo fonti dem fanno sapere che a indirizzare il voto verso il no all’articolo 8 è stata una intervista tv di Elly Schlein. In sostanza, il Pd si è rifugiato in un no ufficioso, per poi virare sul sì al testo finale della risoluzione. Ma nemmeno sul voto conclusivo il Pd ha mantenuto l’unità. Cecilia Strada e Marco Tarquinio hanno votato contro. Come, del resto, l’altro pezzo di coalizione che dovrebbe comporre il cosiddetto campo largo: M5S e Alleanza Verdi-Sinistra.

Forse qualcuno nel Pd è convinto di aver evitato una spaccatura peggiore e di aver trovato un compromesso: con il no all’articolo 8 i dem possono presentarsi a un pezzo di elettorato dicendo di aver “evitato l’escalation”, con il sì al testo finale possono sostenere con l’altro pezzo che alla fine è stato comunque approvato un testo che comprende anche l’articolo della discordia. Colpisce per cinismo l’idea che uno snodo strategico e storico possa essere affrontato con un bricolage da basso Transatlantico.

L’idea di tenere aperte tutte le porte era già evidente nella scelta di candidare l’ex direttore dell’Avvenire Marco Tarquinio, il quale sostiene dall’inizio dell’invasione che le responsabilità della prosecuzione del conflitto sono da addebitare all’Occidente più che a Putin. Tarquinio può rallegrarsi, oltre che per una elezione ottenuta per il rotto della cuffia, anche per aver ribaltato la situazione. È iniziata che lui era il candidato di bandiera, messo in lista per testimoniare una posizione di minoranza, è finita prestissimo che tra la sua linea e quella del Pd non si vede più la differenza.

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