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Israele-Hezbollah, raid e missili. Gli Usa: “Evitare l’escalation”

Jake Sullivan 

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Il consigliere per la Sicurezza nazionale Jack Sullivan: “Non è vero che abbiamo smesso di negoziare la pace per Gaza”. Lo Stato ebraico colpisce altri 180 obiettivi in Libano, la milizia sciita risponde con il lancio di 90 razzi sul Nord del Paese
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NEW YORK – “Il rischio di un’escalation in Libano è acuto", dice il consigliere per la sicurezza nazionale americano Jake Sullivan, mentre Israele ed Hezbollah continuano a scambiarsi lanci di missili lungo il confine. Washington sottolinea che l’offensiva è stata cominciata dalla milizia sciita legata all’Iran, però non ha rinunciato a fermare l’allargamento del conflitto e cercare di negoziare il cessate il fuoco a Gaza, perché mollare «sarebbe una scelta folle”.

I numeri sono cambiati nel corso della giornata, ma le forze armate israeliane hanno detto di aver colpito almeno 180 obiettivi nel Sud del Libano, durante gli attacchi di ieri. In risposta, Hezbollah ha lanciato circa 90 razzi nel territorio dello Stato ebraico, prendendo di mira soprattutto la zona della città di Safed, evacuata ormai da tempo. La milizia sciita ha poi confermato che nei raid Beirut è stato ucciso Ahmed Wahbi, capo delle forze speciali Radwan Force, dopo la morte di Ibrahim Aqil, responsabile tra le …

NEW YORK – “Il rischio di un’escalation in Libano è acuto", dice il consigliere per la sicurezza nazionale americano Jake Sullivan, mentre Israele ed Hezbollah continuano a scambiarsi lanci di missili lungo il confine. Washington sottolinea che l’offensiva è stata cominciata dalla milizia sciita legata all’Iran, però non ha rinunciato a fermare l’allargamento del conflitto e cercare di negoziare il cessate il fuoco a Gaza, perché mollare «sarebbe una scelta folle”.

I numeri sono cambiati nel corso della giornata, ma le forze armate israeliane hanno detto di aver colpito almeno 180 obiettivi nel Sud del Libano, durante gli attacchi di ieri. In risposta, Hezbollah ha lanciato circa 90 razzi nel territorio dello Stato ebraico, prendendo di mira soprattutto la zona della città di Safed, evacuata ormai da tempo. La milizia sciita ha poi confermato che nei raid Beirut è stato ucciso Ahmed Wahbi, capo delle forze speciali Radwan Force, dopo la morte di Ibrahim Aqil, responsabile tra le altre cose degli attentati del 1983 nella capitale libanese, in cui erano stati uccisi oltre 300 marines e militari francesi. Lo scontro dunque continua, alimentando il timore di un allargamento del conflitto e la creazione di un secondo fronte a Nord, dopo quello di Gaza, con un’operazione di terra israeliana.

Contrari all’escalation

Sullivan, commentando la crisi con i giornalisti a margine del vertice del Quad ospitato dal presidente Biden a Wilmington, ha ammesso che "il rischio di un’escalation è reale. Lo è dal 7 ottobre. Ci sono momenti in cui è più acuto, e credo che ora ci troviamo in uno di questi momenti”. Il consigliere per la sicurezza nazionale ha sottolineato che questa situazione è stata creata da Hezbollah, che dopo l’aggressione di Hamas ha iniziato a colpire le regioni settentrionali dello Stato ebraico, costretto ora a difendersi. Ha definito «un buon risultato» l’uccisione di Aqil, perché le sue mani erano macchiate di sangue: "È qualcuno che gli Stati Uniti avevano promesso di portare davanti alla giustizia molto tempo fa. Tante famiglie vivono ancora nel dolore provocato dalle sue azioni. E ogni volta che un terrorista che ha ucciso degli americani viene consegnato alla giustizia è un risultato positivo”.

Questo però non significa che Washington sia favorevole ad un’offensiva israeliana in territorio libanese: “Eravamo e restiamo contrari ad un’escalation. Esiste la possibilità di evitarla, ci stiamo lavorando attivamente, e continueremo a farlo”.

Lo stesso discorso riguarda Gaza, perché le due crisi sono intrecciate. Qualche giorno fa il Wall Street Journal ha scritto che l’amministrazione Biden ha rinunciato a raggiungere un accordo per il cessate il fuoco prima delle presidenziali americane del 5 novembre, o la fine del mandato, ma Sullivan ha smentito: “Sarebbe folle. Questo non vuol dire che l’intesa sia dietro l’angolo, ma certamente non abbiamo smesso di lavorarci, perché la soluzione diplomatica resta l’unica via percorribile per riportare a casa gli ostaggi e mettere fine al conflitto”.

La speranza poi è quella di poter riaprire il dialogo diplomatico per stabilizzare l’intero Medio Oriente, con la ripresa dei negoziati per la creazione di uno stato palestinese e il possibile riconoscimento di Israele da parte dell’Arabia Saudita.

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