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L’ultimo discorso di Biden all'Onu, omaggio alla democrazia: “Bisogna sapere quando lasciare”

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Nel suo intervento d’addio al Palazzo di Vetro, il presidente Usa scandisce il suo decalogo: “Servire il popolo e promuovere la convivenza”
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NEW YORK — «Certe cose sono più importanti che restare al potere. Sono le vostre genti che contano più di tutto. Non lo dimenticate. Siamo qui per servire il popolo, non il contrario». Forse queste parole pronunciate da Joe Biden, durante il suo ultimo discorso all’Assemblea Generale dell’Onu, passeranno anche alla storia come la sua eredità politica più importante sul palcoscenico internazionale. Perché raccontando il motivo che lo ha spinto a rinunciare alla ricandidatura alla Casa Bianca, ossia l’amore per il proprio Paese che viene prima di quello per se stesso, ha sfidato gli autocrati che non hanno alcuna intenzione di farsi da parte finché restano in vita.

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Questa è la sfida epocale tra democrazia e dittatura, il “punto di flesso”…

NEW YORK — «Certe cose sono più importanti che restare al potere. Sono le vostre genti che contano più di tutto. Non lo dimenticate. Siamo qui per servire il popolo, non il contrario». Forse queste parole pronunciate da Joe Biden, durante il suo ultimo discorso all’Assemblea Generale dell’Onu, passeranno anche alla storia come la sua eredità politica più importante sul palcoscenico internazionale. Perché raccontando il motivo che lo ha spinto a rinunciare alla ricandidatura alla Casa Bianca, ossia l’amore per il proprio Paese che viene prima di quello per se stesso, ha sfidato gli autocrati che non hanno alcuna intenzione di farsi da parte finché restano in vita.

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Questa è la sfida epocale tra democrazia e dittatura, il “punto di flesso” che il mondo contemporaneo si trova a vivere, da cui poi derivano tutti gli altri problemi concreti discussi dal presidente americano, dall’invasione russa dell’Ucraina alla guerra a Gaza e in Libano, fino alle promesse e le minacce delle nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale, che al momento nessuno governa ma di cui tutti possono approfittare.

Il passaggio chiave del discorso è arrivato alla fine, quando Biden ha detto che «fare il presidente è stato l’onore della mia vita e ci sono tante altre cose che avrei voluto realizzare». Però ha messo l’amore per l’America davanti alle sue ambizioni personali. I critici potranno rispondergli che lo ha fatto per convenienza elettorale, ma in fondo le due interpretazioni coincidono, perché Joe è convinto che il ritorno di Trump alla Casa Bianca distruggerebbe la democrazia americana, e quindi aprire la strada a Kamala Harris serve a fare il possibile per evitare questa catastrofe. Anche perché da qui, ossia dal tentativo di abbattere il sistema basato sulle regole che dalla Seconda guerra mondiale in poi ha salvato il mondo da tragedie analoghe, dipendono tutti i guai che viviamo adesso.

Biden ha ricordato di aver visto situazioni peggiori, perché l’inizio della sua carriera politica era coincisa con la fase più critica della Guerra Fredda e del Vietnam. Se ne venimmo fuori allora - argomenta - , possiamo riuscirci anche adesso, a patto però di tornare a difendere i valori centrali della convivenza umana.

(afp)

Non lo sta facendo Putin in Ucraina, perciò «non possiamo stancarci» di aiutare Kiev a difendersi e «non possiamo voltarci dall’altra parte». Ieri sera ne ha discusso il Consiglio di Sicurezza, oggi ne parleranno gli alleati dell’Ucraina, e domani il presidente Zelensky sarà alla Casa Bianca per ricevere il via libera al suo “piano per la vittoria”. «La guerra di Putin è fallita - scandisce Biden -. Il mondo deve scegliere se mantenere il sostegno all’Ucraina o allontanarsi da quell’aggressione. La mia risposta è che non cesseremo il nostro appoggio a Kiev».

Non prediligono la convivenza nemmeno le parti coinvolte negli scontri in Libano, dove «una guerra in larga scala non è nell’interesse di nessuno. La soluzione diplomatica è ancora possibile». Da qui le pressioni che il suo inviato Amos Hochstein, con lui all’Onu e lunedì sera al tavolo di Giorgia Meloni per la premiazione dell’Atlantic Council, sta facendo sulle parti per evitare l’escalation.

Non lo hanno fatto Hamas, e l’Iran che lo sostiene, il 7 ottobre, ma anche Israele deve rispettare le norme internazionali, e soprattutto entrambe le parti devono firmare la tregua: «Con Egitto e Qatar ho presentato un piano per il cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi. È venuto il momento di accettarlo». La speranza è che ciò apra la strada alla stabilizzazione del Medio Oriente, rilanciando il dialogo per la soluzione dei due Stati con i palestinesi, e magari il riconoscimento dello Stato ebraico da parte dell’Arabia Saudita, mentre «insieme dobbiamo assicurarci che l’Iran non otterrà mai l’arma nucleare».

E non lo stiamo facendo neppure nello sviluppo delle nuove tecnologie, che devono essere messe al servizio degli esseri umani, non il contrario: «Non esiste un esame più grande della nostra leadership di come gestiremo l’intelligenza artificiale». Perché, anche qui, «dobbiamo garantire che certe sue capacità meravigliose vengano usate per sollevare ed emancipare le persone, invece di dare ai dittatori più potere per incatenare lo spirito umano». Stesso discorso, stessa sfida epocale per tutti.


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