Non sarà come la guerra del 2006. L’esordio dell’attacco israeliano sul Libano è stato molto più potente e devastante di quello che ha segnato l’inizio del conflitto di 18 anni fa. All’epoca in una settimana sono stati distrutti dall’aviazione 850 obiettivi; il 23 settembre lo stesso risultato è stato raggiunto in poche ore. E anche il bilancio delle vittime è più drammatico: 320 morti, tra civili e miliziani, pari a un quarto dei libanesi uccisi in un oltre un mese di bombardamenti del 2006. Questi dati statistici servono a comprendere quanto sia diversa la nuova operazione scatenata contro Hezbollah e quanto siano imprevedibili le giornate che abbiamo davanti.
Imparare dal 2006
Rispetto al 2006 lo scenario è completamente differente. Allora Israele aveva cominciato le ostilità per liberare due soldati rapiti, senza una preparazione specifica né un piano di battaglia. E aveva sottovalutato l’avversario in maniera clamorosa: non conosceva il numero di razzi accumulati nei deposit…
Non sarà come la guerra del 2006. L’esordio dell’attacco israeliano sul Libano è stato molto più potente e devastante di quello che ha segnato l’inizio del conflitto di 18 anni fa. All’epoca in una settimana sono stati distrutti dall’aviazione 850 obiettivi; il 23 settembre lo stesso risultato è stato raggiunto in poche ore. E anche il bilancio delle vittime è più drammatico: 320 morti, tra civili e miliziani, pari a un quarto dei libanesi uccisi in un oltre un mese di bombardamenti del 2006. Questi dati statistici servono a comprendere quanto sia diversa la nuova operazione scatenata contro Hezbollah e quanto siano imprevedibili le giornate che abbiamo davanti.
Imparare dal 2006
Rispetto al 2006 lo scenario è completamente differente. Allora Israele aveva cominciato le ostilità per liberare due soldati rapiti, senza una preparazione specifica né un piano di battaglia. E aveva sottovalutato l’avversario in maniera clamorosa: non conosceva il numero di razzi accumulati nei depositi; ignorava l’esistenza di una rete di gigantesche basi sotterranee a ridosso della frontiera; non sapeva che i miliziani sciiti addirittura intercettavano le trasmissioni radio dei suoi reparti. C’era la convinzione che una massiccia campagna aerea avrebbe piegato Hezbollah ma 19 mila incursioni dei jet in 34 giorni non sono neppure riuscite a fermare il lancio di ordigni contro Israele. Quando si è capito che l’aeronautica non sarebbe bastata, era troppo tardi: l’irruzione di 30 mila soldati con cinquecento tank si è arenata dopo pochi chilometri.
Un piano lungo otto anni
Oggi invece l’intelligence israeliana sa tutto di Hezbollah. L’ha dimostrato con le azioni sensazionali della scorsa settimana, decimando i quadri intermedi del Partito di Dio attraverso cercapersone e radio trasformati in trappole esplosive; eliminando i vertici operativi con blitz mirati; mandando in tilt la sua rete di comunicazione. Il sistema di comando e controllo del movimento sciita è stato frantumato e adesso fatica a coordinare la reazione agli assalti dello Stato ebraico. Il governo Netanyahu, seppur diviso da mesi sulla gestione del Fronte Nord, ha deciso di sfruttare il momento di crisi dei miliziani e agire prima che possano riorganizzarsi.
I suoi generali hanno studiato quest’offensiva da almeno otto anni, perché - contrariamente a quanto avvenuto con Hamas - hanno sempre ritenuto Hezbollah il pericolo numero uno, che la fratellanza con l’Iran degli ayatollah rende una minaccia alla sopravvivenza stessa di Israele. Per questo hanno realizzato e aggiornato in continuazione una mappa dettagliata dei depositi di razzi e munizioni sparsi nelle case: in quasi tutti i video dei bombardamenti di ieri si notano esplosioni secondarie, che testimoniano la presenza di arsenali nascosti nelle abitazioni. Contemporaneamente è proseguita la caccia alla leadership militare del movimento sciita, cercando di uccidere Ali Karaki: l’esito del blitz è incerto ma ormai intorno ad Hassan Nasrallah c’è il vuoto, perché almeno sei dei suoi otto luogotenenti sono stati ammazzati.
Senza precedenti
La violenza dell’operazione del 23 settembre non ha precedenti nella Storia, né nell’invasione russa dell’Ucraina, né nella guerra in Iraq del 2003: stando alle Israeli Defence Forces, velivoli e droni in meno di quattordici ore hanno già raso al suolo 1.300 bersagli. Non è chiaro quale sia la strategia che ha ispirato un volume di fuoco così terrificante. I raid si sono concentrati sulla regione a ottanta chilometri dal confine e sulla valle della Bekaa: sono due delle roccaforti della comunità sciita. La terza è nei quartieri di Beirut Sud, finora sostanzialmente risparmiati nonostante anche lì si trovino cantine piene di ordigni. Un elemento che ha spinto alcuni analisti ad ipotizzare il tentativo di persuadere Nasrallah a ritirare le sue truppe a Nord del fiume Litani, mettendolo davanti alla prospettiva di una devastazione da cui l’intero Libano potrebbe non rialzarsi.
Senza un ripiegamento, gli israeliani sarebbero costretti a mandare l’esercito oltre la frontiera e occupare una fascia di sicurezza che impedisca o riduca i lanci di razzi. È esattamente quello che Hezbollah aspetta, convinto di potere infliggere danni pesantissimi. Per questo pochi credono a un’avanzata come nel 2006, con colonne di tank e fanti che si inoltrano tra le imboscate in un territorio denso di ostacoli.
Se ci saranno azioni sul campo, sembra più probabile che avvengano in maniera rapida e sorprendente: raid delle forze speciali in profondità, persino nella Valle della Bekaa, abbinati a incursioni limitate di piccole unità meccanizzate, per demolire le basi dei miliziani sciiti - di cui conoscono accessi e posizioni - e tornare indietro. Lasciando poi ad aerei, droni e artiglieria il compito di impedire che vengano ricostruite: una zona cuscinetto dinamica, senza lasciare soldati a presidiare il terreno. Nessuno però azzarda previsioni: le incognite di questo nuovo conflitto sono troppe, a partire da cosa farà l’Iran. E c’è una sola certezza: nonostante i colpi subiti, Hezbollah risponderà con ogni mezzo a sua disposizione.