Lo scrittore Amin Maalouf: “Povero il mio Libano. La guerra si allargherà e per il popolo sarà una tragedia immensa”
dalla nostra corrispondente Anais GinoriAmin Maalouf
PARIGI – “Sono pessimista, la guerra continuerà e si potrebbe allargare”, osserva lo scrittore franco-libanese Amin Maalouf, invitato alla conferenza internazionale per la Pace organizzata a Parigi dalla Comunità di Sant’Egidio. Nato a Beirut nel 1949, l’intellettuale eletto un anno fa alla guida della prestigiosa Académie Française ha previsto prima di altri che il Libano, un tempo crogiolo di culture e religioni, stava declinando verso il nazionalismo religioso. “Sfortunamente, quel Libano multiconfessionale è diventato un contromodello di convivenza tra identità”, commenta Maalouf che già nel 1999 aveva pubblicato un libro dal titolo profetico, “Le identità assassine”. Ora che le milizie di Hezbollah si sono impadronite in parte dello Stato libanese, davanti a un’escalation che sembra inarrestabile, lo scrittore confida il suo dolore.
PARIGI – “Sono pessimista, la guerra continuerà e si potrebbe allargare”, osserva lo scrittore franco-libanese Amin Maalouf, invitato alla conferenza internazionale per la Pace organizzata a Parigi dalla Comunità di Sant’Egidio. Nato a Beirut nel 1949, l’intellettuale eletto un anno fa alla guida della prestigiosa Académie Française ha previsto prima di altri che il Libano, un tempo crogiolo di culture e religioni, stava declinando verso il nazionalismo religioso. “Sfortunamente, quel Libano multiconfessionale è diventato un contromodello di convivenza tra identità”, commenta Maalouf che già nel 1999 aveva pubblicato un libro dal titolo profetico, “Le identità assassine”. Ora che le milizie di Hezbollah si sono impadronite in parte dello Stato libanese, davanti a un’escalation che sembra inarrestabile, lo scrittore confida il suo dolore.
Segue quello che sta succedendo in Libano?
Come qualcuno che ha lasciato quel paese ormai quarantotto anni fa. È difficile per me avere la stessa sensibilità di un libanese che è rimasto lì, conoscere tutti i dettagli della situazione politica. Ma ovviamente ho un coinvolgimento emotivo vedendo quello che succede, restando in contatto con persone che conosco e vedo soffrire. Quindi soffro anche io.
Lei aveva allertato sulla deriva che aveva preso il Paese dei cedri, quel sogno di convivenza spazzato via da un oligarchia corrotta e dalle milizie di Hezbollah.
Il Libano voleva essere un modello di convivenza. Sfortunatamente, oggi è diventato quasi un contromodello. C’è stata una lenta ma inesorabile evoluzione. Una deriva folle che nessuno ha voluto o saputo fermare. Il progetto iniziale era costruire una nazione capace di superare le diverse appartenenze etniche o religiose. Oggi quelle identità sono invece diventate strumento per attizzare tensioni e violenze. Quello che sta succedendo in Libano è una tragedia immensa. Soffrono i libanesi, ma anche il mondo intero nel vedere un Paese che rischia di non resistere alla prova della guerra.
È anche colpa di una classe politica cinica e spregiudicata?
Esistono colpe di chi è al potere, è evidente. Ma sarebbe troppo facile dare l’intera responsabilità agli attuali leader. Quello che vediamo è purtroppo il risultato del progressivo abbandono di una cultura della pace in molte delle società del Medio Oriente. I popoli sono vittime, ma è anche da loro che bisogna ripartire se vogliamo un giorno ritrovare un dialogo possibile. Alla fine della Guerra Fredda, siamo passati da un mondo diviso per linee ideologiche a un mondo diviso per linee identitarie. Questo per me è un elemento chiave di comprensione di quello che sta accadendo.
La Francia, con la sua controversa eredità coloniale, è fuorigioco per tentare mediazioni diplomatiche?
Ha provato un po’ più di altri, ma penso che la situazione sia ormai così grave che né la Francia né gli altri Paesi possono affrontarla da soli. Una media potenza non riuscirà mai a fermare questa escalation. L’unico modo, forse, sarebbe che si mettessero d’accordo i 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Riconosco che si tratta di un sogno. Io però continuo a portare questo ideale, perché mai come oggi ci sarebbe bisogno di immaginare una nuova governance mondiale che non riguarda solo il Medio Oriente, ma anche lo scontro che si profila tra Usa e Cina.
Lei è fuggito dal Libano dopo l’inizio della guerra civile del 1975.
Ho esperienza di cosa significa vivere in un Paese sull’orlo della guerra. Oggi però è una situazione comune a molte altre persone. Se venissi dall’Europa centrale, avrei le stesse preoccupazioni dei libanesi. E così pure se vivessi nel Sahel o in Sudan. Penso purtroppo che l’incapacità di impedire conflitti sia diventando un problema globale.
È pessimista?
Sì, onestamente non riesco a prevedere sviluppi positivi a breve. Penso tuttavia che non bisogna abbandonare la speranza. È anche per questo che sono lieto di aver partecipato alla conferenza di Sant’Egidio che vuole appunto immaginare la pace. Nel mondo e nelle dichiarazioni dei leader politici è diventata quasi una parola obsoleta . Viene scambiata con una resa.
Si spieghi meglio.
Bisogna precisare che la pace non è appeasement, non significa accettare la legge del più forte. La pace è prima di tutto importante per le vittime, per chi è più debole, per chi può essere protetto solo attraverso una forma di legalità internazionale. Molti leader sono invece guidati da egoismi nazionali e dalla diffidenza reciproca. Ho sempre cercato di capire i diversi sguardi che ci sono su eventi storici. Il mio primo libro, “Le crociate viste dagli arabi”, rispecchiava questo approccio. È giusto criticare e combattere idee che non si condividono, ma è sbagliato pensare tra occidentali che non si deve più parlare con cinesi e russi o, tra gli arabi, con gli americani. Dobbiamo mantenere relazioni anche con i nostri nemici.