I rifugiati israeliani venuti dal Nord: “Finalmente Netanyahu agisce un giorno torneremo a Shlomi”
di Rossella TercatinGERUSALEMME — Due ragazzine corrono tra le poltrone, felpa, pantaloncini e ciabatte. Un gruppo di signore di mezza età discutono sedute a un tavolo, accanto a loro il televisore muto trasmette le immagini della guerra. Un paio di anziani si dirigono verso il ristorante, dove hanno cominciato a servire il pranzo a buffet. Da oltre undici mesi, il Dan Boutique Hotel di Gerusalemme, ospita un gruppo di sfollati del Nord di Israele, dalla cittadina di Shlomi, ottomila abitanti a meno un chilometro dal Libano.
Non tutti hanno voglia di parlare. Poi arriva Rita Ben Yair, che nell’albergo è considerata un’autorità. Ben Yair trasporta una cassetta di frutta, una delle tante piccole donazioni che gli sfollati ricevono regolarmente, per aiutare a passare i lunghi giorni, mesi ormai, lontano da casa. Sin dalle prime notti in albergo, ha deciso di non rimanere con le mani in mano, ma di impegnarsi per aiutare la piccola comunità nelle necessità quotidiane, dal reperire indumenti e cibarie …
GERUSALEMME — Due ragazzine corrono tra le poltrone, felpa, pantaloncini e ciabatte. Un gruppo di signore di mezza età discutono sedute a un tavolo, accanto a loro il televisore muto trasmette le immagini della guerra. Un paio di anziani si dirigono verso il ristorante, dove hanno cominciato a servire il pranzo a buffet. Da oltre undici mesi, il Dan Boutique Hotel di Gerusalemme, ospita un gruppo di sfollati del Nord di Israele, dalla cittadina di Shlomi, ottomila abitanti a meno un chilometro dal Libano.
Non tutti hanno voglia di parlare. Poi arriva Rita Ben Yair, che nell’albergo è considerata un’autorità. Ben Yair trasporta una cassetta di frutta, una delle tante piccole donazioni che gli sfollati ricevono regolarmente, per aiutare a passare i lunghi giorni, mesi ormai, lontano da casa. Sin dalle prime notti in albergo, ha deciso di non rimanere con le mani in mano, ma di impegnarsi per aiutare la piccola comunità nelle necessità quotidiane, dal reperire indumenti e cibarie ad organizzare attività ricreative. «Prima lavoravo come project manager in un’azienda nel settore dell’estetica, ora faccio tutto da volontaria», spiega a Repubblica, aggiungendo che il governo, dopo i primi sei mesi in cui le ha pagato il sussidio di disoccupazione che nel Paese è standard (pari a circa il 60% del salario), non passa più nessun aiuto.
Sposata, la donna ha tre figli di cui i primi due, maschio e femmina, attualmente svolgono il servizio militare. L’ultimo ha 14 anni. «Non è facile crescere un adolescente in un albergo», dice Ben Yair, che sottolinea come bambini e ragazzi di Shlomi studino sparpagliati in varie scuole della città, senza poter contare su amicizia e abitudini.
Il 7 ottobre, Ben Yair era a casa con tutta la famiglia. Nel giro di poche ore il figlio è andato a combattere al Sud per difendere i kibbutzim dall’attacco di Hamas. «Non l’ho più sentito per una settimana», ricorda con voce rotta. «A Shlomi eravano tutti terrorizzati, siamo a 700 metri dal confine, i razzi ci possono colpire prima ancora che abbiamo la possibilità di rendercene conto, e temevano che Hezbollah ci invadesse». Per questa ragione, la popolazione non ha atteso l’ordine di evacuazione del governo, ma se n’è andata in fretta, spesso senza portarsi niente, trovando rifugio da amici e parenti, fino a che il 16 ottobre le autorità hanno messo a disposizione gli alberghi, tra cui il Dan Boutique. Qui sono stati ospitati fino a oltre 200 sfollati della cittadina, oggi ne rimangono una settantina, con gli altri che hanno trovato sistemazioni alternative o, alcuni, che hanno scelto di tornare a casa nonostante il pericolo. Negli ultimi undici mesi, Shlomi è stata colpita spesso. Anche l’abitazione di Ben Yair è stata danneggiata, quando un razzo è caduto nelle sue vicinanze. «Sono tornata due volte, è davvero difficile».
Per Ben Yair, la recente escalation al Nord rappresenta uno sviluppo positivo. «Siamo grati al governo e all’esercito perché finalmente, dopo undici mesi, sta facendo qualcosa che ci dà la speranza di poter tornare a casa. Se penso ai miei figli, ho paura di quello che potrà succedere loro se dovranno combattere al Nord, ma non abbiamo scelta, altrimenti Hezbollah e l’Iran ci faranno ciò che Hamas ha fatto al Sud».
Intanto, passata l’ora di pranzo, la lobby dell’albergo si è svuotata. Rimangono solo quattro signore avanti con gli anni, Yehudit, Rina, Sara e Tamar. Anche loro esprimono soddisfazione per il fatto che finalmente Israele sembri determinata a riportare a casa in sicurezza gli oltre 60mila sfollati. Durante la giornata in hotel, spiegano, ci sono tante attività organizzate per loro. «Facciamo arte e cucito, e anche un laboratorio di giornalismo», dice Yehudit, mentre Rina mostra un quaderno. «Ognuna di noi tiene un diario con i ricordi di guerra».
Lo staff dell’albergo è molto premuroso, però le signore sottolineano che la situazione non è facile. «Siamo come in una pentola, a volte la pressione sale. Noi ci facciamo compagnia, chiacchieriamo, le giornate passano, ma non è come essere a casa».