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La guerra del Sinaloa infiamma il Messico: cosa c'è dietro lo scontro che provoca 100 morti al giorno

(afp)

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L’intero Nord del Paese rischia di essere travolto in uno scontro feroce che vede contrapposti i seguaci de “El Mayo” e i Chapitos, due dei quattro figli ancora liberi del “Chapo” Guzmán
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Il Sinaloa sta bruciando. Lo Stato diventato noto grazie al “Chapo” Guzmán, e al Cartello che aveva costruito dominando il traffico mondiale della cocaina, è il cuore di una battaglia che adesso si estende al Sonora, Bassa California, Chihuahua, Durango. L’intero Nord del Messico rischia di essere travolto in uno scontro duro e feroce che vede contrapposti i seguaci di Ismael “El Mayo” Zambada e i Chapitos, due dei quattro figli ancora liberi dell’ex umile contadino diventato patrón a suon di tradimenti e massacri, condannato nel 2019 dal Tribunale di New York a un ergastolo che sta scontando in un carcere del Colorado.

Cento morti al giorno

Tutti lo temevano ma nessuno si aspettava che la resa dei conti esplodesse con tale violenza. La conta dei morti è impressionante.…

Il Sinaloa sta bruciando. Lo Stato diventato noto grazie al “Chapo” Guzmán, e al Cartello che aveva costruito dominando il traffico mondiale della cocaina, è il cuore di una battaglia che adesso si estende al Sonora, Bassa California, Chihuahua, Durango. L’intero Nord del Messico rischia di essere travolto in uno scontro duro e feroce che vede contrapposti i seguaci di Ismael “El Mayo” Zambada e i Chapitos, due dei quattro figli ancora liberi dell’ex umile contadino diventato patrón a suon di tradimenti e massacri, condannato nel 2019 dal Tribunale di New York a un ergastolo che sta scontando in un carcere del Colorado.

Cento morti al giorno

Tutti lo temevano ma nessuno si aspettava che la resa dei conti esplodesse con tale violenza. La conta dei morti è impressionante. Cento al giorno. Siamo tornati agli anni più letali della guerra alla droga. Ormai a un passo dalla fine del suo mandato e dalla pensione, il presidente Andrés Manuel López Obrador sdrammatizza e accusa i media di esagerare nelle cronache che pochissimi giornalisti riescono a fare dal posto.

(reuters)

Davanti alla sequela di cadaveri che vengono trovati lungo le strade, nelle macchine rubate e abbandonate, davanti al terrore di una popolazione assediata costretta a chiudersi in casa per evitare le pallottole, davanti ai negozi sbarrati, alle scuole chiuse, al deserto di vie e piazze dove neanche la polizia si azzarda a solcare, le autorità di governo regionale e centrale si affannano a ribadire che “tutto è sotto controllo”. Ma le immagini e le grida di aiuto lanciate dal Sinaloa mostrano il contrario.

Le tensioni Usa-Messico

Amlo è in affanno. Vede crollare proprio all’ultimo quanto ha costruito in quattro anni di governo. Allora torna a puntare di nuovo il dito verso gli Usa. Sono loro a vendere liberamente le armi che poi vengono usate in Messico, sono loro a chiedere la droga che il Messico produce ed esporta. Ma soprattutto è la giustizia americana che ha acceso il rogo trasformato in uno spaventoso incendio. È vero, almeno in parte. La miccia è la cattura inaspettata di Ismael Zambada Garcia, detto el Mayo, avvenuta il 25 luglio scorso a El Paso. Con lui viene arrestato anche Joaquín Guzmán López “El Güero”, il maggiore dei figli del Chapo. Erano entrambi a bordo di un bimotore che non avrebbe mai dovuto varcare la frontiera e atterrare in territorio americano.

Il tradimento

Quel viaggio si è rivelato una trappola. A tradire il più potente boss del Sinaloa, capace di restare libero e vivo per 40 anni, grazie al bassissimo profilo adottato, sarebbe stato proprio il giovane rampollo del suo ex socio. Lo ha sostenuto lui stesso in una lunga lettera che il suo avvocato ha consegnato ai giudici del Tribunale di New York, dove sarà giudicato per aver inondato di cocaina e poi di fentanyl gli Usa, resa pubblica dalla stampa. “El Mayo” si fidava di “El Güero”. Era il suo figlioccio. E quando gli ha proposto di accompagnarlo per incontrare il governatore Rubén Rocha e il suo principale avversario politico Hector Cuén per stabilire nuovi accordi, non ha fiutato alcun pericolo. Tuttavia, si è accorto troppo tardi dell’inganno. L’incontro c’è stato ed è finito male. È esplosa una sparatoria, Cuén è stato ucciso, Rocha è sparito e una volta ripartito con il piccolo aereo, Don Ismael non si è reso conto che puntava verso la frontiera Usa.

Non si sa cosa sia avvenuto a bordo. Il vecchio boss, su cui pendeva una taglia milionaria, è sceso dalla scaletta e si è ritrovato davanti una decina di uomini di varie agenzie americane. Solo in quel momento ha capito di essere stato tradito. Il giorno dopo il fratello di Joaquín, Ovidio, è stato rilasciato dal carcere dove era detenuto ed è sparito. Non si sa dove sia finito. Come si ignora se la consegna del boss alle autorità americane sia stato il prezzo di un accordo che ha cambiato i rapporti di forza nel Cartello di Sinaloa.

Il sospetto della vendetta

Il doppio arresto è stato un vero terremoto. Per un mese non è accaduto nulla. Tutti hanno cercato di capire cosa fosse successo. Se era stata una scelta precisa del socio storico del Chapo, dato in cattive condizioni di salute e forse anche stanco della latitanza, oppure di una soffiata che aveva finito per incastrare anche il suo pupillo. A chi conosce bene il mondo dei narcos non era comunque sfuggito un dettaglio che quella cattura riproponeva nel tempo.

Le testimonianze del fratello di Zambada, Jesús “Rey”, e del figlio Vincente “Vincentillo”, entrambi da tempo in carcere negli Usa, erano state determinanti per far condannare il “Chapo” all’ergastolo. Vedere adesso “El Mayo” in compagnia del figlio dell’ex re della cocaina a bordo in un aereo che finisce fuori rotta e atterra negli Stati Uniti lasciava pochi dubbi su chi avesse tradito chi. Non si sa se dietro questo colpo di scena ci sia la mano del fondatore del cartello di Sinaloa animato da vendetta per una condanna che sperava di evitare. Se nei doppi e tripli giochi che si intrecciano nella guerra infinita al traffico di droga, la stessa Dea abbia avuto un ruolo decisivo.

La spaccatura nel Cartello

Gli effetti sono arrivati il 14 settembre. Le due fazioni all’interno del Cartello, un tempo alleate, sono esplose all’improvviso. Da un lato i Chapitos, dall’altro i Mayiza. I due figli del Chapo, con il loro esercito di soldati e sicari, e i parenti di Don Ismael che avevano le chiavi della cassaforte e la rete dei distributori. L’arrivo al vertice delle nuove generazioni ha interrotto un rapporto che durava da 50 anni. Tra molti screzi ma sempre ricuciti in nome del business.

(reuters)

Senza più gli anziani capi che mediavano, ascoltavano e poi decidevano, la più potente organizzazione di narcotrafficanti in Messico si è spaccata e ha deciso di regolare vecchi e nuovi conti. “Per quasi mezzo secolo”, confermava a fine luglio José Luis Rodríguez Meza, avvocato del Chapo, “il rapporto è stato impeccabile, fatto di rispetto e armonia, cementato da matrimoni tra le due famiglie e scambi di padrinato”. I doppi tradimenti, prima al processo dell’ex re mondiale della cocaina e poi nella trappola di El Paso, hanno fatto emergere rancori mai sopiti e le sfide sempre rinviate.

La guerra che sta sconvolgendo l’intero Nord del Messico è destinata a durare. La Jalisco Nueva Jeneración, l’altro cartello egemone nel Paese, attende in silenzio che gli avversari di Sinaloa si uccidano a vicenda. Raccoglie le forze per proporsi come garante di una pace su cui tutti puntano. Usa in testa. Ma con una variabile ancora da scoprire: il primo ottobre si insedia Claudia Sheinbaum, la prima donna presidente del Messico.

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