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Tutti i perché della guerra in Libano: dagli interessi di Israele ed Hezbollah sulla tregua al ruolo di Iran e Usa

(afp)

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La richiesta di un cessate il fuoco di 21 giorni da parte di Stati Uniti ed alcuni Paesi europei non incontrerebbe gli interessi dei Paesi interessati. Ecco le ragioni
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LONDRA – Joe Biden ammonisce sul rischio che le tensioni in Libano scatenino una grande guerra mediorientale, ma sostiene che una tregua è ancora possibile. Hezbollah e Israele, tuttavia, hanno buoni motivi per non accettare la richiesta di Stati Uniti e altri Paesi (inclusi Italia e Unione Europea) di un cessate il fuoco di 21 giorni. D’altra parte, l’Iran non ha interesse a partecipare direttamente a un conflitto per difendere i suoi “eserciti per procura”, come i fondamentalisti islamici libanesi. Ecco le domande e risposte suscitate dagli sviluppi degli ultimi giorni nella regione.

Perché Hezbollah non ha interesse a una tregua?

Considerato un’organizzazione terroristica da Stati Uniti, Gran Bretagna e altri Paesi, finanziato e manovrato dall’Iran, e in possesso del più forte apparato militare non governativo di tutto il Medio Oriente, il “Partito di Dio” (questo significa il suo nome) è impegnato in una guerra a bassa intensità con Israele da decenni, ma ha alzato la posta i…

LONDRA – Joe Biden ammonisce sul rischio che le tensioni in Libano scatenino una grande guerra mediorientale, ma sostiene che una tregua è ancora possibile. Hezbollah e Israele, tuttavia, hanno buoni motivi per non accettare la richiesta di Stati Uniti e altri Paesi (inclusi Italia e Unione Europea) di un cessate il fuoco di 21 giorni. D’altra parte, l’Iran non ha interesse a partecipare direttamente a un conflitto per difendere i suoi “eserciti per procura”, come i fondamentalisti islamici libanesi. Ecco le domande e risposte suscitate dagli sviluppi degli ultimi giorni nella regione.

Perché Hezbollah non ha interesse a una tregua?

Considerato un’organizzazione terroristica da Stati Uniti, Gran Bretagna e altri Paesi, finanziato e manovrato dall’Iran, e in possesso del più forte apparato militare non governativo di tutto il Medio Oriente, il “Partito di Dio” (questo significa il suo nome) è impegnato in una guerra a bassa intensità con Israele da decenni, ma ha alzato la posta in gioco dall’8 ottobre scorso, il giorno dopo l’aggressione di Hamas allo Stato ebraico, quando Israele ha dato il via alla sua reazione militare su Gaza. Da quel momento, per solidarietà con il movimento fondamentalista palestinese, Hezbollah ha cominciato a bombardare quotidianamente il Nord di Israele con razzi, mortai e droni, impegnando Gerusalemme su un secondo fronte, oltre a quello nella Striscia di Gaza a Sud.

Il suo capo, Hassan Nasrallah, ha reso noto che il lancio di razzi continuerà fino a quando ci sarà un cessate il fuoco a Gaza, ovvero fino a quando Hamas avrà bisogno della solidarietà di Hezbollah. Se accettasse ora la proposta americana di una tregua di 21 giorni, mentre Hamas continua a combattere, Hezbollah si esporrebbe a critiche da parte dei suoi più fanatici sostenitori di avere abbandonato i propri principi e un alleato in difficoltà.

Perché Israele non ha interesse a una tregua?

L’offensiva di Hezbollah, che dura da quasi un anno, ha costretto circa 80 mila israeliani ad abbandonare le proprie case a rifugiarsi come sfollati in zone più sicure. Anche se la maggior parte dei missili vengono intercettati dalle difese antiaeree israeliane, questi attacchi hanno creato un grave disagio e un crescente scontento in Israele ((80 mila persone, in un Paese di 9 milioni di abitanti come lo Stato ebraico, equivalgono a mezzo milione di sfollati per un Paese come l’Italia). La posizione espressa dai leader israeliani è che il ritorno degli sfollati nelle loro case nel nord del Paese è uno degli obiettivi fondamentali della guerra combattuta su due fronti contro Hamas a Sud ed Hezbollah a Nord.

Perciò il governo di Benjamin Netanyahu vuole molto più di una tregua di 21 giorni: vuole un cambiamento fondamentale nelle dinamiche sulla sua frontiera settentrionale, ovvero il ritiro di Hezbollah a una distanza tale dal confine con Israele da non rappresentare più una minaccia, così dando agli 80 mila sfollati la fiducia necessaria per tornare a casa. “Israele non vuole una soluzione che offra un temporaneo cessate il fuoco, senza risolvere i suoi problemi di sicurezza a lungo termine”, commenta Michael Stephens, un esperto di affari mediorientali al Royal United Services Institute, una think tank londinese, interpellato dal New York Times.

Perché l’Iran non vuole essere trascinato in un vasto conflitto?

Dalla rivoluzione islamica del 1979, Teheran persegue l’obiettivo dichiarato di distruggere Israele, anzi, “l’entità sionista”, come la chiama per non pronunciarne nemmeno il nome. Ma con l’eccezione del lancio di 300 missili nel corso di questa estate, peraltro senza causare danni, l’Iran non si è mai fatto coinvolgere direttamente in un conflitto con Gerusalemme che lo esporrebbe a pesanti rappresaglie da parte di Israele e degli Stati Uniti. In particolare, il regime degli ayatollah teme che prima o poi lo Stato ebraico conduca un’operazione militare per distruggere o danneggiare pesantemente la sua industria nucleare civile: il programma al centro dei negoziati con l’Occidente per garantire che non porterà alla costruzione di una bomba nucleare.

Per questo Teheran ha adottato una strategia differente per attaccare Israele: una “guerra per procura”, condotta da gruppi paramilitari finanziati e manovrati dall’Iran, come sono appunto gli Hezbollah libanesi, i palestinesi di Hamas e gli Houti dello Yemen. La strategia prevede dunque che questi tre gruppi combattano contro Israele per conto dell’Iran: non prevede il contrario, cioè che l’Iran intervenga nel conflitto per difendere questi tre gruppi. Naturalmente a Teheran non c’è una unicità assoluta di posizioni su questo punto: alcuni settori radicali delle Guardie della Rivoluzione, per esempio, ritengono che l’Iran dovrebbe intervenire a fianco degli Hezbollah per mettere maggiormente in difficoltà Israele.

Di fatto, la linea espressa nei giorni scorsi all’Onu dal nuovo presidente iraniano Masoud Pezeshkian, considerato più moderato rispetto al suo predecessore Ebrahim Raisi, morto nel maggio scorso in un incidente di elicottero attribuito alle cattive condizioni atmosferiche, è ambigua. Pezeshkian ha condannato “la disperata barbarie” di Israele in Libano, ma ha anche detto che la campagna militare israeliana deve essere fermata “prima che coinvolga tutta la regione e il mondo”. Parole che secondo la diplomazia occidentale possono essere interpretate in due modi opposti: come un segnale che l’Iran aiuterà Hezbollah; o come un monito a Hezbollah di non alzare ulteriormente il livello dello scontro.

E perché l’America insiste per la tregua temporanea?

Una guerra totale in Libano, con una invasione di terra delle forze israeliane, provocherebbe reazioni a catena tali da richiedere quasi certamente l’impegno delle forze americane nella regione. Il presidente Biden e la sua vicepresidente Kamala Harris, la candidata democratica alla Casa Bianca, hanno tutto da perdere in uno scenario simile. Se abbandonassero Israele, i democratici Usa perderebbero l’appoggio della comunità ebraica americana nelle elezioni del 5 novembre prossimo; se attaccassero gli Hezbollah o l’Iran, rischierebbero di perdere l’appoggio della comunità musulmana Usa, già molto critica verso l’amministrazione Biden per la guerra in corso a Gaza.

Washington spera di spegnere per tre settimane il conflitto in Libano, approfittarne per arrivare finalmente a un cessate il fuoco anche a Gaza, e poi trasformare la tregua temporanea fra Israele e Hezbollah in una tregua definitiva, che permetta sia agli sfollati israeliani, sia a quelli libanesi, di tornare alle proprie case. È una partita sempre più complicata, ma la Casa Bianca non può rinunciare a giocarla, perché da essa dipende non soltanto la sorte del Medio Oriente ma anche quella delle presidenziali americane di novembre.

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