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Netanyahu attacca le Nazioni Unite: “È una palude di antisemitismo”

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Il premier israeliano spara a zero sull’assemblea. Numerose delegazioni disertano il discorso
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In trenta minuti di discorso alle Nazioni Unite Benjamin Netanyahu ha mandato in soffitta le speranze di una rapida soluzione della crisi in Medio Oriente, senza fare nessuna concessione al piano per un cessate il fuoco presentato nei giorni scorsi da Stati Uniti e Francia e ribadendo la volontà di Israele di continuare a combattere su più fronti.

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Un leader solo

“Non abbiamo scelta”, ha detto il primo ministro: di fronte a lui, una sala dell’Assemblea generale con molti spazi vuoti. Platealmente, i rappresentanti dei Paesi arabi ma anche di molti dei governi del Sud del mondo si sono alzati quando Netanyahu ha preso la parola. Una rappresentazione evidente dell’isolamento che, nell’anno trascorso dall’attacco sferrato da Hamas contro il Sud di Israele, è cresciuto i…

In trenta minuti di discorso alle Nazioni Unite Benjamin Netanyahu ha mandato in soffitta le speranze di una rapida soluzione della crisi in Medio Oriente, senza fare nessuna concessione al piano per un cessate il fuoco presentato nei giorni scorsi da Stati Uniti e Francia e ribadendo la volontà di Israele di continuare a combattere su più fronti.

Missili di Israele su Beirut sud, il portavoce dell'esercito: "Colpito il quartiere generale di Hezbollah"

Un leader solo

“Non abbiamo scelta”, ha detto il primo ministro: di fronte a lui, una sala dell’Assemblea generale con molti spazi vuoti. Platealmente, i rappresentanti dei Paesi arabi ma anche di molti dei governi del Sud del mondo si sono alzati quando Netanyahu ha preso la parola. Una rappresentazione evidente dell’isolamento che, nell’anno trascorso dall’attacco sferrato da Hamas contro il Sud di Israele, è cresciuto intorno allo Stato ebraico. Considerato responsabile, agli occhi delle opinioni pubbliche arabe e non solo, di un uso eccessivo della forza a Gaza, in Cisgiordania e ora in Libano. E del mancato rispetto delle vite dei civili, palestinesi o libanesi che siano. Ma non ci sono state solo contestazioni. Le parole di Netanyahu sono state accolte anche dagli applausi dei suoi sostenitori.

Il discorso prima del raid

“Fino a quando Hezbollah sceglierà la strada della guerra, Israele non avrà scelta – ha detto il premier – Israele ha ogni diritto di eliminare questa minaccia e di permettere ai suoi cittadini di tornare nelle loro case in sicurezza. Ed è quello che sta facendo. Non possiamo accettare un esercito del terrore al nostro confine Nord pronto a fare una strage come quella del 7 ottobre”. Due ore dopo la fine del discorso, l’aviazione israeliana lanciava il più duro attacco contro Hezbollah dall’inizio dell’escalation, a luglio, con l’obiettivo di colpire il leader del gruppo Hassan Nasrallah: i media israeliani scrivono che l’approvazione definitiva sarebbe stata data dal premier quando era a New York. Di certo c’è che, a conferma del momento tesisssimo, Netanyahu ha lasciato gli Stati Uniti in anticipo per tornare in patria non appena concluso il discorso.

La mappa

A New York, come ha già fatto più volte in queste settimane, il leader israeliano ha mostrato due mappe della regione: una, quella già portata a New York lo scorso anno per distinguere la “benedizione” rappresentata dai Paesi musulmani che hanno firmato gli Accordi di Abramo, l’altra, la “maledizione”, incarnata dall’Iran e dai suoi alleati: “Se qualcuno pensa che sia un problema solo di Israele si sbaglia”. “Il mondo deve unirsi a noi per fermare il programma nucleare” di Teheran, ha detto, prima di ricordare il massacro del 7 ottobre e le atrocità di Hamas. Nel futuro della Striscia “non c’è posto per Hamas – ha proseguito – non vogliamo rioccupare Gaza ma vogliamo una Gaza demilitarizzata e deradicalizzata”. E ieri sono continuati i bombardamenti nella Striscia.

“La guerra può finire oggi, Hamas deve arrendersi, abbassare le armi e lasciare andare gli ostaggi. Se non lo farà, continueremo fino alla vittoria totale”, ha detto. In aula ad ascoltarlo c’erano anche alcuni familiari dei rapiti. Ma la maggior parte è rimasta in Israele e nei confronti della linea del primo ministro continua a tenere una linea molto critica, come dimostrano le manifestazioni alternative a quella ufficiale organizzate per commemorare l’anniversario della strage.

Prima di ripartire Netanyahu ha avuto il tempo di un attacco durissimo alle Nazioni Unite, uno dei più feroci ascoltati nel Palazzo di Vetro negli ultimi anni. Nonché il culmine di un anno di tensioni fra lo Stato ebraico e il sistema dell’Onu, accusato di sostenere la causa palestinese e di aver nascosto o appoggiato Hamas e i suoi membri. “Non intendevo venire qui quest’anno, il mio Paese è in guerra e sta combattendo per la sua vita. Ma dopo aver sentito le bugie e le calunnie contro il mio Paese da molti oratori su questo podio ho deciso di venire e mettere le cose in chiaro”, ha detto Netanyahu. Non prima di accusare l’Onu di essere una «palude antisemita” e una “società terrapiattista anti-israeliana”.

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