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Amazzonia, la forza di Lula contro la rapina della grande foresta

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La rete, pure estesa e robusta, delle esperienze lavorative virtuose, dell’agricoltura compatibile con l’equilibrio ambientale, dell’ostinata ricerca di un’economia gentile, è ancora poca cosa di fronte alla micidiale potenza della speculazione, e alla brutalità con la quale mette in atto i suoi propositi
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A Terra Madre, il grande raduno contadino mondiale che Slow Food organizza a Torino, nella vitale confusione di etnie, vestiti, idiomi, cibi e profumi, può capitare di ritrovarsi in mano un’esile rivista, realizzata dai ragazzi dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, che racconta la fatica dei Juruna - uno dei popoli amazzonici decimati dal (nostro) modello di sviluppo - per proteggere la loro cultura e la loro memoria. Per tentare di ricucire una trama distrutta dalla colonizzazione e dall’economia di rapina.

Battaglia per l’Amazzonia

I Juruna – quelli non ancora integrati nel mondo “bianco” – vivono in larga parte in una riserva indigena. E con quel piccolo giornale in mano, guardandomi attorno, ho pensato…

A Terra Madre, il grande raduno contadino mondiale che Slow Food organizza a Torino, nella vitale confusione di etnie, vestiti, idiomi, cibi e profumi, può capitare di ritrovarsi in mano un’esile rivista, realizzata dai ragazzi dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, che racconta la fatica dei Juruna - uno dei popoli amazzonici decimati dal (nostro) modello di sviluppo - per proteggere la loro cultura e la loro memoria. Per tentare di ricucire una trama distrutta dalla colonizzazione e dall’economia di rapina.

Battaglia per l’Amazzonia

I Juruna – quelli non ancora integrati nel mondo “bianco” – vivono in larga parte in una riserva indigena. E con quel piccolo giornale in mano, guardandomi attorno, ho pensato che anche io, in quel momento, mi trovavo in una riserva. Una rete di agricoltori umanisti, attenti alla complessità biochimica della vita sul pianeta, appassionati delle pratiche umane, straordinarie per varietà e intelligenza, che servono a far fruttare la terra, e sfamare uomini e bestie, senza spremerla o brutalizzarla.

Un’altra economia

Ma il mondo, fuori di là, funziona diversamente. La rete, pure estesa e robusta, delle esperienze lavorative virtuose, dell’agricoltura compatibile con l’equilibrio ambientale, dell’ostinata ricerca di un’economia gentile, è ancora poca cosa di fronte alla micidiale potenza della speculazione, e alla brutalità con la quale mette in atto i suoi propositi. Mai dimenticare, quando diciamo Amazzonia, che sindacalisti e attivisti ambientalisti, a partire dal brasiliano Chico Mendes, sono stati ammazzati dai latifondisti perché impicciavano. Uomini e alberi, quando impicciano, vengono spianati.

La deforestazione dell’Amazzonia ha molteplici cause, alcune secolari, altre recenti: il prelievo di legname, lo sfruttamento delle risorse minerarie, gli incendi naturali e quelli dolosi, l’espansione vorace dell’agricoltura intensiva e dell’agro-business che riducono a una sola coltura, una sola specie (per esempio la soia transgenica, che serve per alimentare gli allevamenti intensivi) la straordinaria biodiversità della foresta pluviale. Immaginate un luogo dove migliaia di specie animali e vegetali prosperano da tempo immemorabile, in equilibrio tra loro. Ne arriva una sola che le soppianta tutte. Anzi, due sole: l’uomo e la “sua” soia.

Il Papa ambientalista

Tutte queste concause della deforestazione vengono così riassunte dal leader ambientalista Jorge Mario Bergoglio, per tutti papa Francesco, nella lettera di saluto a Terra Madre: gli abitanti dell’Amazzonia, una trentina di milioni dei quali poco più di due milioni di indigeni, “sono costretti a subire le decisioni di chi basa il suo unico credo sulla tecnocrazia e sul denaro”. Va diritto, Francesco, quando si tratta di andare alla sostanza, alla struttura di quanto accade. Non è vero, come si dice, che “gli uomini stanno distruggendo il pianeta”. Non tutti. Sono pochi gli uomini che decidono, da padroni, il futuro di tutti. E quei pochi cavalcano un meccanismo micidiale e fin qui inarrestabile. Così inarrestabile che le associazioni ambientaliste considerano un risultato eccezionale la riduzione della deforestazione amazzonica di un terzo, da quando si è insediato Lula al governo del Brasile. Cioè: non si è fermata, la deforestazione. Nessuno poteva sperarlo, nessuno ci contava. Ha solo rallentato. Ogni tre ettari distrutti, oggi uno è risparmiato.

Questo semplice dato ci rimanda alla presente debolezza della politica di fronte al potere economico. Al tempo stesso, ci rimanda al funzionamento monocorde di quest’ultimo: pratiche come la deforestazione ci illuminano sulla totale dedizione al profitto immediato, e sull’altrettanto totale incapacità di capire gli impatti, di prevedere le ricadute delle pratiche odierne sugli assetti futuri, di dare respiro alla febbrile attività dei viventi a scapito delle generazioni a venire. Spetterebbe alla politica – a chi, se no? – lavorare per un cambiamento vero, per un’alternativa di sviluppo, per la difesa della bio-diversità, compresa la diversità degli uomini tra loro. E la politica, anche quando manifesta i migliori propositi (capita) sembra non avere la forza, il potere di persuasione, la capacità di seduzione che servirebbero per fermare la grande rapina dell’Amazzonia, che è il sunto perfetto della grande rapina della Terra.

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