BEIRUT — La Guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei, aveva scommesso che la cintura di fuoco costruita intorno a Israele finanziando e armando alleati regionali, dal Libano allo Yemen, sarebbe stata per la Repubblica Islamica garanzia della sua sicurezza. La risposta di Netanyahu, che in un anno ha portato alla decapitazione di Hezbollah e di una parte della leadership di Hamas, azzera i calcoli dell’anziano leader, ponendo la Repubblica Islamica di fronte a quella che lo studioso Hamidreza Azizi definisce «una serie di cattive opzioni». Come rispondere al rischio che il gioiello della Corona, Hezbollah, venga smantellato del tutto e che la mano dell’intelligence israeliana arrivi fino a Teheran, fino alla leadership?
Ieri Khamenei ha parlato due volte, protetto da misure di sicurezza eccezionali, prima per chiamare a raccolta «tutti i musulmani» a sostegno della resistenza e poi per assicurare che il sangue di Nasrallah «non sarà versato invano». Le voci più radicali si sono fatt…
BEIRUT — La Guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei, aveva scommesso che la cintura di fuoco costruita intorno a Israele finanziando e armando alleati regionali, dal Libano allo Yemen, sarebbe stata per la Repubblica Islamica garanzia della sua sicurezza. La risposta di Netanyahu, che in un anno ha portato alla decapitazione di Hezbollah e di una parte della leadership di Hamas, azzera i calcoli dell’anziano leader, ponendo la Repubblica Islamica di fronte a quella che lo studioso Hamidreza Azizi definisce «una serie di cattive opzioni». Come rispondere al rischio che il gioiello della Corona, Hezbollah, venga smantellato del tutto e che la mano dell’intelligence israeliana arrivi fino a Teheran, fino alla leadership?
Ieri Khamenei ha parlato due volte, protetto da misure di sicurezza eccezionali, prima per chiamare a raccolta «tutti i musulmani» a sostegno della resistenza e poi per assicurare che il sangue di Nasrallah «non sarà versato invano». Le voci più radicali si sono fatte sentire con minacce e avvertimenti, come quello dell’ayatollah Mohammad Hassan Akhtari: «Possiamo inviare truppe in Libano per combattere contro Israele, proprio come abbiamo fatto nel 1981». Akthari era l’ex vice per gli affari internazionali di Khamenei, incarico che non ricopre più, e due fonti in Iran definiscono la sua dichiarazione «una mossa di propaganda», come quando dopo il 7 ottobre fu fatta circolare la notizia che c’erano «7 milioni di iraniani» pronti a partire soldati per la Striscia, narrazioni fantastiche buone per la tv cui spetta il compito di dimostrare che il popolo è col Sistema.
Ma anche ora, dopo l’uccisione del suo alleato più forte e carismatico nell’Asse della Resistenza, fonti in Iran e analisti iraniani all’estero concordano nel sostenere che un intervento diretto di Teheran nel conflitto in corso in Libano sia tutt’altro che scontato. La leadership valuterà attentamente le sue mosse in base a quella che è sempre stata la priorità strategica della teocrazia: proteggere il sistema della Repubblica Islamica, la sua sopravvivenza e tenere lontana la guerra dall’Iran. Khamenei potrebbe decidere di rafforzare il sostegno agli alleati, è vero, accettando le perdite come costi e rimettendo la risposta a Hezbollah. Tuttavia il Movimento non appare in grado in questo momento di portare avanti una azione coordinata e forte contro Israele.
Le intelligence occidentali nel frattempo monitorano i movimenti delle cellule all’estero, non compromesse dagli attacchi ai cercapersone, e dunque in teoria ancora pronte per organizzare attentati terroristici a sedi diplomatiche o ad altri obiettivi, ma sarebbe una vendetta senza una strategia precisa, che è un modo di procedere estraneo all’establishment della Repubblica islamica.
Gli iraniani non hanno risposto all’omicidio di Haniyeh perché qualsiasi mossa avrebbe potuto scatenare una guerra che Teheran non vuole. Questo non significa che l’Iran non si muoverà. L’analista iraniano Diako Hosseini evoca la possibilità che possa accelerare sul programma nucleare, fino ad avviare test per una bomba, con l’obiettivo di ripristinare la deterrenza senza fare affidamento sugli alleati regionali. Ma anche questa opzione comporterebbe rischi enormi, primo fra tutti un intervento militare di Israele contro i siti iraniani.
Mentre in Libano infuriava la guerra e Nasrallah veniva polverizzato, il presidente Pezeshkian, considerato un moderato rispetto agli ultraradicali che controllano parlamento e magistratura, era a New York per l’assemblea delle Nazioni Unite, insieme al suo ministro degli Esteri Araghchi e a un team di mediatori guidati da Zarif, l’architetto dell’accordo sul nucleare. Pezeshkian ha aperto a nuovi negoziati sul programma atomico in cambio della rimozione delle sanzioni. Diversi diplomatici europei descrivono incontri «molto positivi» con la nuova squadra di Teheran: una guerra ora manderebbe tutto all’aria. I bilaterali si sono tenuti prima dell’omicidio di Nasrallah. Dopo, né Pezeshkian né Araghchi hanno interrotto il viaggio per tornare in Iran. Le agende non sono cambiate nemmeno per i prossimi giorni. Una fonte iraniana che ha contatti con le forze di sicurezza regolari la sintetizza così: «Una parte dell’establishment in Iran non voleva l’escalation del 7 ottobre e non mi stupirei se non avesse fretta di trovare una risposta all’uccisione di Nasrallah o di altri elementi più estremisti dell’asse della Resistenza».