✕

L’Iran diviso sulla risposta a Israele

Masoud Pezeshkian (afp)

Ascolta l'audio

Teheran spaccata tra colombe e conservatori sulla reazione alla morte di Nasrallah: il timore è la guerra totale
1 minuti di lettura

BEIRUT — Spiazzato dalla campagna di guerra contro gli alleati regionali, che adesso si allarga anche allo Yemen, l’Iran si trova di fronte a un dilemma strategico: rispondere direttamente a Israele per preservare la capacità di deterrenza rischiando però un conflitto regionale o scegliere la via diplomatica, negoziando una risposta su scala minore, delegata ai suoi proxies, per non mettere a repentaglio il Paese e la sopravvivenza della Repubblica Islamica.

L’establishment è diviso, nelle dichiarazioni pubbliche e nei numerosi incontri di alto livello che si sono tenuti in queste ore a Teheran. Il campo dei moderati legato al presidente Pezeshkian ha lavorato per contenere l’escalation, ma gli ultraconservatori spingono per una reazione determinata temendo che l’inazione possa portare la guerra fino a Teheran. Pezeshkian era a New York quando è iniziata la guerra in Libano, aveva proposto la riapertura dei negoziati con l’Occidente e si era spinto a dire che l’Iran potrebbe mett…

BEIRUT — Spiazzato dalla campagna di guerra contro gli alleati regionali, che adesso si allarga anche allo Yemen, l’Iran si trova di fronte a un dilemma strategico: rispondere direttamente a Israele per preservare la capacità di deterrenza rischiando però un conflitto regionale o scegliere la via diplomatica, negoziando una risposta su scala minore, delegata ai suoi proxies, per non mettere a repentaglio il Paese e la sopravvivenza della Repubblica Islamica.

L’establishment è diviso, nelle dichiarazioni pubbliche e nei numerosi incontri di alto livello che si sono tenuti in queste ore a Teheran. Il campo dei moderati legato al presidente Pezeshkian ha lavorato per contenere l’escalation, ma gli ultraconservatori spingono per una reazione determinata temendo che l’inazione possa portare la guerra fino a Teheran. Pezeshkian era a New York quando è iniziata la guerra in Libano, aveva proposto la riapertura dei negoziati con l’Occidente e si era spinto a dire che l’Iran potrebbe mettere da parte tutte le armi se anche Israele lo facesse.

Anche dopo l’uccisione di Nasrallah, ha insistito per una risposta diplomatica, appellandosi alla giustizia internazionale. Il rappresentante permanente iraniano presso l’Onu, Amir Said Iravani, l’uomo che dialoga con gli occidentali durante le crisi, ha chiesto una riunione di emergenza del consiglio di Sicurezza che dovrebbe «condannare le azioni di Israele» e «fermare l’aggressione israeliana per impedire che la regione venga trascinata in una guerra totale».

I bombardamenti sul porto yemenita di Hodeida però segnalano la volontà di Israele di allargare la campagna militare ad altri alleati iraniani nella regione e mettono in difficoltà la linea Pezeshkian. «I leader americani ed europei hanno promesso un cessate il fuoco se non avessimo reagito all’eliminazione di Haniyeh. Le loro affermazioni erano completamente false. Dare loro una possibilità non fa che incoraggiarli a commettere altri crimini», ha detto ieri sera il presidente preceduto da una dichiarazione altrettanto dura del suo ministro degli Esteri, Abbas Araghchi: «La situazione è esplosiva, tutto è possibile, anche la guerra».

«Sono parole doverose in questo momento e necessarie sul fronte interno, ma non significano che l’Iran sia deciso a entrare nel conflitto, tutt’altro», dice una fonte a Teheran a conoscenza delle riflessioni in corso nelle forze di sicurezza. L’opzione privilegiata resta quella di lavorare per la ricostruzione rapida di Hezbollah. Il partito di Dio «è solido come una roccia», titola il Tehran Times, ricordando i colpi storici subiti dal movimento libanese da quali però è sempre uscito «rinforzato».

In Libano intanto le forze politiche chiedono il cessate il fuoco. «L’esercito libanese è pronto a implementare la risoluzione 1701» che ha posto fine alla seconda guerra del Libano nel 2006, dice il premier Mikati. «Non abbiamo altra scelta che la diplomazia».

Leggi i commenti