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Nel Sud del Libano tra i cristiani che hanno aperto le porte agli sfollati. E ora temono un’altra guerra

Foto Gabriella Colarusso 

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Jezzine era una meta turistica, oggi è il riparo per molti sciiti in fuga dai bombardamenti. Nella speranza che il Paese resti unito
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JEZZINE (SUD LIBANO) — Kareem qui ci veniva da turista. Per le cascate, il trekking, l’aria buona. Ora se ne sta seduto nella palestra della scuola che è la sua nuova casa, con gli stessi vestiti addosso da qualche giorno, le sigarette una dopo l’altra. «Io non voglio la guerra ma se ti danno uno, due, tre schiaffi cosa fai?». «Porgi l’altra guancia», gli risponde Marana in una sfida affettuosa per scacciare la paura, la guerra che ora vorrebbe separare i libanesi: lui musulmano fuggito dal Sud, lei volontaria cristiana. Quasi 2mila persone, più di 400 famiglie, hanno trovato riparo dalle bombe a Jezzine, roccaforte cristiana nel cuore del Libano meridionale.

Ci si arriva da Sidone, dopo i controlli dell’intelligence militare libanese. La strada si inerpica sulle montagne attraverso una catena di piccoli villaggi, molti svuotati, la maggior parte cristiani, altri musulmani. Jezzine è al centro. L’aviazione israeliana ha colpito intorno, soprattutto sul lato Sud, a Kfarhouna, a 7 …

JEZZINE (SUD LIBANO) — Kareem qui ci veniva da turista. Per le cascate, il trekking, l’aria buona. Ora se ne sta seduto nella palestra della scuola che è la sua nuova casa, con gli stessi vestiti addosso da qualche giorno, le sigarette una dopo l’altra. «Io non voglio la guerra ma se ti danno uno, due, tre schiaffi cosa fai?». «Porgi l’altra guancia», gli risponde Marana in una sfida affettuosa per scacciare la paura, la guerra che ora vorrebbe separare i libanesi: lui musulmano fuggito dal Sud, lei volontaria cristiana. Quasi 2mila persone, più di 400 famiglie, hanno trovato riparo dalle bombe a Jezzine, roccaforte cristiana nel cuore del Libano meridionale.

Ci si arriva da Sidone, dopo i controlli dell’intelligence militare libanese. La strada si inerpica sulle montagne attraverso una catena di piccoli villaggi, molti svuotati, la maggior parte cristiani, altri musulmani. Jezzine è al centro. L’aviazione israeliana ha colpito intorno, soprattutto sul lato Sud, a Kfarhouna, a 7 chilometri. E adesso molti temono operazioni di terra che aprono ferite dolorose nella memoria del villaggio, che fu occupato dall’Idf durante la guerra civile libanese.

«Noi dobbiamo vivere fianco a fianco, Libano e Israele, Israele e Palestina, se non troviamo questa soluzione dei due Stati la guerra tornerà sempre», ci dice Khalil Harfouche, il presidente della municipalità, che di conflitti ne ha già vissuti due. Ci accoglie nell’androne del comune che è diventato il centro logistico per la gestione dei rifugiati, si danno tutti da fare, senza sosta, anche quando i jet da guerra rompono il muro del suono e tutto trema. Ci sono abituati. «Vogliamo che si arrivi a un accordo di cessate il fuoco, ma temo che gli israeliani non vogliano fermarsi».

Anche a Jezzine la morte di Nasrallah è stato uno choc per tutti, cristiani e musulmani. «Abbiamo accolto i nostri fratelli sciiti, noi siamo una regione di passaggio e di incroci, vogliamo l’unità».

Il timore che la guerra riaccenda le tensioni settarie è l’altro incubo che incombe sul Paese. L’esercito del generale Aoun diffonde un comunicato che restituisce la difficoltà del momento: «Il Comando invita i cittadini a mantenere l’unità nazionale e ad astenersi da azioni che potrebbero compromettere la pace civile in questo periodo critico e delicato nella storia del nostro Paese».

Foto Gabriella Colarusso 

Padre Elia sa quale rischio enorme corra il piccolo e plurale Libano. «Sono giorni dolorosi, serve dialogo, solidarietà, è quello di cui parliamo in Chiesa e con i fedeli», racconta aprendoci le porte dalla Chiesa di San Marone che dalla collina veglia sulla città. Ha paura che esplodano conflitti tra le comunità? «Non sappiamo cosa succederà domani ma il nostro messaggio è che dobbiamo vivere insieme, amarci».

Padre Elia / Foto Gabriella Colarusso 

A mezzogiorno il suk è mezzo vuoto. Molti vanno ancora a lavorare a Beirut, anche se farlo in questi giorni significa attraversare i checkpoint dell’esercito libanese e percorrere strade che potrebbero essere colpite dai raid israeliani. Ma lasciare anche il poco che c’è sarebbe una catastrofe. L’economia locale è ferma, i turisti sono scomparsi. Nella macelleria di Toni c’è solo una cliente. Lui impreca in arabo misto all’inglese. «Mi disgusta la guerra, i bambini sono terrorizzati, i nostri fratelli sciiti non hanno più nulla. I love Nasrallah, pace a lui. O secondo voi dobbiamo accettare di essere sottomessi, una colonia?!». Teme una invasione? «Sono nato in guerra e morirò in guerra», dice pulendo nervosamente il bancone.

Foto Gabriella Colarusso 

A sera arrivano notizie di nuovi morti, di nuove stragi, nella provincia confinante di Sidone. Due attacchi consecutivi hanno ucciso almeno 32 persone. Il conflitto divora ogni giorno nuovi pezzi di Paese, arriva anche nello Chouf, regione drusa poco più a Nord. Anthony Samrani, direttore dello storico quotidiano L’Orient Le Jour, vicino alla comunità cristiano-maronita e simbolo della borghesia francofona di Aschrafieh, quartiere borghese di Beirut, certo non tenero con Hezbollah, mette nero su bianco la domanda che assilla le menti di tanti libanesi: «Gaza, Cisgiordania, Libano. Israele vive ora un’arroganza paragonabile a quella degli Stati Uniti dopo l’11 settembre. Militarmente nessuno è in grado di fermarlo. Ma dopo? Quale nuovo Medioriente può emergere da questa folle corsa verso la distruzione e l’umiliazione?».

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