GERUSALEMME – C’è una “casa matta” ad Ait al Chaab: sulla facciata, le finestre danno sulle colline di fronte e dunque su Israele, tanto vicino che a tratti si vedono i suoi soldati muoversi. Sul retro, la vista arriva fino a Tiro, capitale di quello Stato nello Stato che è il Sud del Libano per Hezbollah.
I fantasmi del 2006
Nel 2006 i militanti e l’esercito di Israele l’avevano occupata a turni, come raccontavano i segni dell’artiglieria sui muri e gli insulti reciproci scritti con la vernice spray. Quella casa e centinaia di altre simili sono oggi nel mirino di Israele. “Operazione limitata” è la frase che rimbalza sui media israeliani, veicolata dai vertici militari e da quelli politici per via ufficiale o ufficiosa. Il messaggio è chiaro: questa non sarà la riedizione dell’invasione dell’82 né tantomeno della guerra del 2006.
Allora, colto di sorpresa dall’attacco di Hezbollah a un tank sul confine, Israele lanciò contro il Libano una violentissima campagna dal cielo e da…
GERUSALEMME – C’è una “casa matta” ad Ait al Chaab: sulla facciata, le finestre danno sulle colline di fronte e dunque su Israele, tanto vicino che a tratti si vedono i suoi soldati muoversi. Sul retro, la vista arriva fino a Tiro, capitale di quello Stato nello Stato che è il Sud del Libano per Hezbollah.
I fantasmi del 2006
Nel 2006 i militanti e l’esercito di Israele l’avevano occupata a turni, come raccontavano i segni dell’artiglieria sui muri e gli insulti reciproci scritti con la vernice spray. Quella casa e centinaia di altre simili sono oggi nel mirino di Israele. “Operazione limitata” è la frase che rimbalza sui media israeliani, veicolata dai vertici militari e da quelli politici per via ufficiale o ufficiosa. Il messaggio è chiaro: questa non sarà la riedizione dell’invasione dell’82 né tantomeno della guerra del 2006.
Allora, colto di sorpresa dall’attacco di Hezbollah a un tank sul confine, Israele lanciò contro il Libano una violentissima campagna dal cielo e da terra. Ma se i suoi jet distrussero in poco tempo tutte le infrastrutture vitali del Paese dei cedri, sul terreno i soldati furono subito in difficoltà: troppo ampia la fascia di penetrazione, troppo vaghi gli obiettivi, troppe colline controllate da Hezbollah, troppi anfratti nascosti lungo un terreno che l’avversario conosceva palmo a palmo. I tank si bloccavano sul terreno, i soldati procedevano a piedi: e morivano, in agguati e esplosioni. 121 le vittime fra i militari israeliani (165 in tutto), più di 1.200 quelle libanesi, civili per lo più, uccisi nei bombardamenti.
Alla fine di 34 giorni di guerra non ci fu un vincitore chiaro, cosa che consentì ad Hassan Nasrallah di reclamare la vittoria per Hezbollah. Anche se, nell’unica intervista concessa alla fine del conflitto, il leader appena ucciso ammise che se avesse immaginato la distruzione che avrebbe portato sul Libano, non avrebbe mai ordinato l’attacco sul tank.
La lezione
Vero o falso? Troppo tardi per chiederlo a Nasrallah, ma di certo entrambe le parti da quella guerra hanno appreso lezioni importanti. Per Israele oggi l’imperativo è non trovarsi di nuovo nella palude libanese: per questo le sue forze non stanno entrando lungo tutto il confine ma puntano con operazioni mirate a Ait al Chaab, appunto, e poi Marun al Ras, Yarine, Rmeich, Beint Jbeil. I piccoli villaggi fedeli a Hezbollah a ridosso del confine che già nel 2006 furono distrutti ma da allora sono tornati a vivere, principalmente grazie alla ricostruzione finanziata dal Qatar.
L’Unifil sta a guardare
E sono tornati a essere basi per il deposito di armi di Hezbollah. L’Unifil, la forza Onu che da quel 2006 avrebbe dovuto evitarlo, lo ha sempre saputo: ma non ha mai potuto far nulla per impedirlo, stretta fra la politica internazionale e regole di ingaggio che le hanno sempre legato le mani. Non basta: da 18 anni Israele raccoglie intelligence su queste aree. E la usa per un training mirato delle sue migliori forze speciali: le stesse che a novembre hanno aperto la strada al resto dell’esercito a Gaza e che da settimane sono state spostate al Nord. Quelle che nella notte tra il 30 settembre e il 1 ottobre sono entrate per prime sul territorio libanese. Questo, insieme all’infiltrazione nei sistemi di comunicazione e alla decapitazione dei vertici militari e politici del nemico, dà a Israele una sicurezza mai avuta prima.
Eccessiva, forse. Perché anche Hezbollah ha imparato la lezione del 2006: e nonostante l’Onu, ha rafforzato le sue posizioni lungo il confine. Piantando alberi sotto l’egida della sua ong Green without borders – il mandato di Unifil non le consente di accedere senza autorizzazione a progetti controllati da civili, e dunque da ong – per oscurare la vista al nemico e nascondere sotto di essi armi e tunnel. Moltiplicando la rete di tunnel scavata nella roccia viva. Creando nuove basi sotterranee nei villaggi rinati.
Per anni, guidando lungo il lato libanese del confine, si è respirata una sensazione di sospensione, non di pace: come se la guerra non aspettasse che il momento per tornare. Ora quel momento è arrivato.