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Libano, la diplomazia cerca una exit strategy. Washington punta sul generale Aoun

Il ministro degli Esteri francese Jean-Noel Barrot e il premier libanese Najib Mikati (afp)

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Francia e Usa lavorano a un’intesa per applicare la risoluzione 1701 dell’Onu che prevederebbe il passaggio della sicurezza del confine nelle mani dell’esercito libanese con Hezbollah ritirato al nord del fiume Litani
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BEIRUT – Sono le 22.27 nella capitale quando si diffonde la notizia delle prime incursioni di truppe israeliane in territorio libanese, dal settore Est. La città resta in silenzio sotto il rumore dei jet da guerra: ancora ieri sera Israele ha intimato alla popolazione di evacuare alcune aree del Sud di Beirut, in previsione di nuovi bombardamenti. Per i libanesi è un trauma che ritorna, qui tutti ricordano ancora il conflitto del 2006 e tanti hanno vissuto più di una guerra. Adesso cosa accadrà? Esiste una via d’uscita?

La diplomazia al lavoro

Mentre l’Idf ammassava truppe sul confine, a Beirut il premier pro-tempore Najib Miqati incontrava il ministro degli Esteri francese, Jean-Noel Barrot, il primo diplomatico occidentale di alto livello ad arrivare nel Paese da quando è iniziata la campagna di bombardamenti israeliani. La Francia cerca da tempo di riprendere l’iniziativa diplomatica in Libano: prima dell’uccisione di Nasrallah aveva lavorato insieme agli Stati Uniti a una …

BEIRUT – Sono le 22.27 nella capitale quando si diffonde la notizia delle prime incursioni di truppe israeliane in territorio libanese, dal settore Est. La città resta in silenzio sotto il rumore dei jet da guerra: ancora ieri sera Israele ha intimato alla popolazione di evacuare alcune aree del Sud di Beirut, in previsione di nuovi bombardamenti. Per i libanesi è un trauma che ritorna, qui tutti ricordano ancora il conflitto del 2006 e tanti hanno vissuto più di una guerra. Adesso cosa accadrà? Esiste una via d’uscita?

La diplomazia al lavoro

Mentre l’Idf ammassava truppe sul confine, a Beirut il premier pro-tempore Najib Miqati incontrava il ministro degli Esteri francese, Jean-Noel Barrot, il primo diplomatico occidentale di alto livello ad arrivare nel Paese da quando è iniziata la campagna di bombardamenti israeliani. La Francia cerca da tempo di riprendere l’iniziativa diplomatica in Libano: prima dell’uccisione di Nasrallah aveva lavorato insieme agli Stati Uniti a una proposta per un cessate il fuoco di 21 giorni. L’esplosione di Dahieh ha cambiato lo scenario, rendendo chiaro a tutti che gli israeliani non si sarebbero fermati prima di aver “ripulito” il confine dalle armi di Hezbollah. Ma dopo, “la soluzione non potrà che essere politica”, dice un diplomatico europeo a Beirut, “e si sta lavorando per disegnare una road map di uscita dal conflitto. Siamo lontani da un accordo ma una linea da seguire c’è”. Si chiama 1701, è la risoluzione dell’Onu che pose fine al conflitto del 2006, mai pienamente rispettata da entrambe le parti. “Cessate il fuoco, rispetto del diritto internazionale e umanitario, attuazione della risoluzione 1701”, ha detto Barrot, ribadendo la contrarietà della Francia a un’invasione.

Un militare per trattare

L’uomo a cui gli americani guardano per questa via d’uscita dal conflitto è il generale Joseph Aoun, il capo delle Laf (Lebanese armed forces) l’esercito libanese, considerato da molti l’unica istituzione che davvero funzioni ancora in Libano. La risoluzione 1701 prevede che Hezbollah arretri a Nord del fiume Litani e che la sicurezza del confine Sud venga affidata alle Laf, in coordinamento con l’Unifil. Per farlo, le Laf hanno bisogno di finanziamenti e uomini – l’esercito libanese non ha nemmeno un’aviazione per via di veti internazionali incrociati. Aoun è considerato la personalità più forte per gestire questo passaggio delicato e di lui si parla anche come possibile presidente del Libano, che da due anni ha un governo provvisorio.

(afp)

Il generale avrebbe l’appoggio di Washington, ma sarebbe anche una figura in grado di raccogliere il consenso di molte forze politiche libanesi, se non della maggioranza. Resta l’incognita di Hezbollah, che prima di questa escalation sosteneva invece Suleiman Frangieh, già premier dal 1970 al 1976. Ma la guerra è destinata a ridisegnare anche il quadro politico in Libano.

Gli americani hanno chiesto ai francesi di usare la loro influenza per far avanzare la road map e Parigi ha un canale aperto anche con Hezbollah. Il premier Miqati è stato chiaro: “Non abbiamo altra via che la diplomazia”, e si è detto convinto che il Libano sia in grado di implementare la risoluzione 1701.

Molto dipenderà dall’impatto che il conflitto avrà su Hezbollah, se ne accentuerà più la natura di partito politico o quella di milizia dedita alla guerriglia. Ma dipenderà anche da un’altra incognita che incombe sull’intero processo. Dice la fonte diplomatica europea: “Quali garanzie darà Israele? Sarebbe davvero pronto a ritirarsi da tutti i territori e ad accettare un esercito libanese adeguatamente equipaggiato per difendere la propria sovranità nazionale?”.

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