New York - Non cambierà per questo, la dinamica del voto del 5 novembre. Gli americani non votano per i vice presidenti, e in genere i dibattiti fra i numero due non hanno un grande impatto sul risultato delle elezioni presidenziali. A meno di gravi errori e gaffe, che nella sfida di ieri sera a New York tra il democratico Tim Walz e il repubblicano JD Vance non sono avvenuti. Il tono della conversazione, semmai, avrà fatto venire a qualcuno la nostalgia per un’altra epoca, in cui il confronto politico poteva essere più civile e centrato sui temi.
Vance è parso più a suo agio, ed è riuscito ad attaccare la candidata democratica Kamala Harris sull’economia, l’inflazione, l’immigrazione, anche l’instabilità internazionale, usando la crisi in Medio Oriente per ricordare che quando c’era Trump alla Casa Bianca il mondo era più tranquillo e "non sono avvenute guerre". Ha cercato di ignorare il suo avversario diretto, rovesciando invece su Harris lei la relativa impopolarità di Biden, per legarle al collo le responsabilità dell’amministrazione di cui fa parte: "Ma se ha tutte queste belle idee, perché non le ha realizzate negli ultimi tre anni e mezzo, quando avrebbe avuto il potere per farlo?".
Walz è sembrato nervoso, soprattutto all’inizio, e ha dato risposte deboli sulla crisi in Medio Oriente. Si è ripreso quando la discussione ha toccato temi più familiari per lui, come la sanità, la violenza con le armi, il clima. La stessa immigrazione, dove ha accusato Trump di "usare i migranti come una scusa per tutto il suo programma, quando è stato lui a bloccare il passaggio della legge bipartisan che avrebbe davvero affrontato e risolto il problema". Ma soprattutto lo ha attaccato per l’assalto al Congresso del 6 gennaio, che ricorda quanto Donald resti una minaccia per il futuro della democrazia. Il momento più forte lo ha avuto quando ha chiesto a Vance se ancora non riconosce la vittoria di Biden nel 2020, senza ottenere una replica: "Questa - ha detto - è una mancata risposta che ti condanna".
Secondo gli analisti, il repubblicano è stato più efficace, anche perché è riuscito a presentarsi come un moderato, nonostante le sue posizioni spesso estremistiche, nascoste con cura dietro al comportamento affabile. Il democratico invece ha perso alcune occasioni per attaccarlo sulle bugie, come aveva fatto Kamala nel dibattito di Philadelphia con Donald. Secondo un sondaggio della tv che ha ospitato la sfida, per il 42% degli spettatori ha vinto Vance, e per il 41% Walz, mentre per la Cnn il risultato è stato assai simile, 51% a 49%. Se così fosse non si è trattato di un evento così determinante.
L’obiettivo generale di questo dibattito, del resto, era soprattutto evitare danni. E magari cercare di spostare alcuni dei pochi elettori rimasti ancora incerti, nei sei o sette stati decisivi. Forse a queste persone ha parlato meglio Walz, col suo stile folk da ex insegnate del Midwest, con i piedi piantati a terra. Perché le sue posizioni moderate ha rassicurato gli elettori, riportando invece l’attenzione sul pericolo che Trump torni a dividere l’America condannandola al caos.