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In Libano primi scontri diretti tra Idf e reparti di Hezbollah: “Usano droni e cecchini, qui non è come a Gaza”

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Al quarto giorno dell’operazione “limitata” di Israele in Libano sono già otto i soldati rimasti uccisi. Le incursioni nei villaggi vengono fatte di notte per distruggere postazioni e lanciarazzi nell’area dove operano le forze Radwan
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YIFTAH (confine libanese) — «Hezbollah non è Hamas e il sud del Libano non è Gaza», vanno ripetendo i soldati lungo la via deserta che conduce alla frontiera. Si sale da Kyriat Shmona superando una decina di tornanti sul versante non esposto ai razzi dei miliziani sciiti. È un momento nero per l’esercito israeliano, costretto a comunicare di aver perso, in ventiquattr’ore, otto militari poco più che ventenni nei primi scontri diretti con Hezbollah avvenuti in zone dove di recente era stata rilevata la presenza delle forze speciali Radwan. Gli otto sono stati uccisi durante due distinte incursioni in territorio libanese. «Caduti nelle imboscate». Al giorno quattro dell’operazione “limitata” oltre il confine nord è chiaro a tutti che un aggettivo non salverà nessuno: limitata non vuol dire una passeggiata, è comunque un’altra guerra.

Gli Hezbollah sono più esperti e più equipaggiati delle brigate al—Qassam di Hamas, hanno combattuto in Siria, sono stati addestrati dai russi e sono…

YIFTAH (confine libanese) — «Hezbollah non è Hamas e il sud del Libano non è Gaza», vanno ripetendo i soldati lungo la via deserta che conduce alla frontiera. Si sale da Kyriat Shmona superando una decina di tornanti sul versante non esposto ai razzi dei miliziani sciiti. È un momento nero per l’esercito israeliano, costretto a comunicare di aver perso, in ventiquattr’ore, otto militari poco più che ventenni nei primi scontri diretti con Hezbollah avvenuti in zone dove di recente era stata rilevata la presenza delle forze speciali Radwan. Gli otto sono stati uccisi durante due distinte incursioni in territorio libanese. «Caduti nelle imboscate». Al giorno quattro dell’operazione “limitata” oltre il confine nord è chiaro a tutti che un aggettivo non salverà nessuno: limitata non vuol dire una passeggiata, è comunque un’altra guerra.

Gli Hezbollah sono più esperti e più equipaggiati delle brigate al—Qassam di Hamas, hanno combattuto in Siria, sono stati addestrati dai russi e sono armati dagli iraniani. Ne sono consapevoli i giovani riservisti delle Israeli defence forces (Idf), più spavaldi degli anziani ma anche più smarriti, che neanche una settimana fa ricevevano l’“ordine numero 8”, cioè la telefonata da un numero sconosciuto che impone di mollare tutto ciò che stai facendo e di presentarti entro sei ore al centro di raccolta militare stabilito. «Qui i nemici hanno droni per la sorveglianza che quelli di Hamas si sognavano, hanno i cecchini e conoscono ogni sasso di questa zona».

Lo ammettono anche i veterani della 98 esima divisione, come questo comandante cinquantenne, ritto in piedi e abbronzato, che scruta la collina davanti a Yiftah come si guarda qualcosa di familiare e, insieme, di minaccioso.

Ci ha combattuto già nel 2006, quando Hezbollah non aveva a disposizione le Radwan, 2.400 uomini addestrati alla guerriglia, e non aveva dispiegato le unità scelte Aziz, Nasr e Badr tra il Litani e il confine con Israele.

La collina dista due chilometri in linea d’aria, in mezzo corre una strada asfaltata quasi in parallelo alla Linea Blu, sulla quale dal 7 ottobre non viaggia più nessuno: il computo dei razzi lanciati da Hezbollah sull’Alta Galilea, aggiornato a oggi, ha superato quota 10 mila.

Lassù ci sono gli edifici biancastri della cittadella di Ayataroun, tra cui spicca un parallelepipedo di quattro piani che i soldati chiamano “l’ospedale” e che ritengono essere uno dei mille covi. La collina è collina libanese, ricoperta per metà da fitta vegetazione mediterranea dove la visibilità a terra non va oltre i cinque-sei metri, i declivi sono dolci e senza ripari, i villaggi appollaiati sulla cima pietrosa. In altre parole, l’habitat naturale delle imboscate.

Da quel poco che filtra dalla censura militare, sei soldati del Commando Egoz (l’acronimo sta per Unità anti-guerrilla) inquadrato nella 98 esima divisione, sono stati sorpresi poco prima dell’alba mentre bonificavano un edificio. Dove non è chiaro, l’Idf non lo dice. Secondo Al Mayadeen, emittente vicina al Partito di Dio, si trovavano tra Odaisseh e Kfar Kilah, non lontano da Metulla che ospita uno dei valichi di ingresso degli incursori israeliani. L’aviazione, dopo l’imboscata, ha bombardato l’area per coprire la squadra dei soccorritori inviata a recuperare i cadaveri e cinque feriti, intervento reso difficoltoso dalla vegetazione e dalla nebbia che avvolgeva il villaggio.

Gli Hezbollah hanno risposto scaricandole addosso i razzi anticarro. Il conteggio delle perdite avversarie va sempre preso con le molle, l’Idf parla di «una cinquantina di terroristi eliminati», Hezbollah di una dozzina di militari fatti fuori. In ogni caso è un assaggio di cosa si trova inoltrandosi tra gli alberi sui pendii, e il motivo per cui alcuni analisti ritengono che il sud del Libano rischia di diventare per Israele una sorta di Vietnam mediorientale. «Vi dimenticate però che noi sono diciotto anni che ci prepariamo a questa guerra», ribattono i graduati dell’esercito di Israele.

Dell’altra imboscata si sa molto meno, solo che hanno perso la vita due dell’unita di ricognizione appartenenti alla Brigata di fanteria Golani, che fa parte della 36 esima divisione trasferita in Alta Galilea per rafforzare un fronte complesso, dalla morfologia sfavorevole del tutto differente dalla pianeggiante e sabbiosa Striscia di Gaza, dove il problema non è il sopra, ma il sotto, la rete dei tunnel. Anche qui il terreno è innervato dai tunnel, scavati però nella roccia quindi meno lunghi di quelli di Gaza, che – secondo l’intelligence – dovevano servire alle Radwan per organizzare un 7 Ottobre da Nord.

Chiedendo a ufficiali e comandanti, emerge quale sia l’obiettivo dell’invasione del Libano, l’operazione “limitata”: vogliono creare una zona cuscinetto a ridosso della Linea Blu eliminando ogni postazione, ogni deposito, ogni infrastruttura logistica, insomma, ogni traccia di Hezbollah entro una fascia di almeno 2-5 chilometri. «Sufficiente a rendergli impossibile colpire le nostre case con razzi anticarro, i droni e i missili a corto raggio». Più che a una strategia finale, assomiglia alla fase uno di un conflitto di terra destinato ad allargarsi a nord.

«Facciamo solo incursioni, cioè entriamo e usciamo, non restiamo». I raid possono durare un giorno come due settimane, dipende dalla località che intendono raggiungere. L’importante per l’esercito israeliano è non essere costretto a conquistare i villaggi e a tenere lì le truppe. È un modo per minimizzare le perdite e rimanere con gli stivali in Libano il meno possibile.

Alla popolazione di 50 cittadine libanesi è stato chiesto di evacuare. Sono il teatro delle incursioni, cominciate già mesi fa e arrivate a essere, in tutto, una settantina. «Penetriamo di notte, è più sicuro. La notte è nostra amica...», dicono i soldati. L’alba, invece, può tradire.

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