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La testimonianza da Israele: “I bambini non amano le sirene”

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L’autrice solitamente vive a soli 1200 metri dal confine con il Libano ma nel giorno dell’attacco iraniano era a Tel Aviv. Ecco il suo racconto
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Anche se cerchiamo di riempire la vita dei nostri figli e nipotini di fate e sirenette, di unicorni e magie quando arriva le sirena vera, quel sibilo che ti lacera il cervello, gli occhi stralunati di mamma e papà cercano di essere più dolci possibili ma mentre prendono in braccio i propri piccoli e corrono al mamad - il bunker, il rifugio – o alla stanza blindata, tutte le paure affiorano senza pietà.

Sono ricordi delle guerre vissute nell’infanzia, è il timore che “questa volta non ce la faremo”, sono le immagini del 7 ottobre che non riescono ad uscire dalle loro menti e per i bambini il mamad sembra la grotta dell’orco cattivo, la tana del Grifone, di Grimilde o di Medusa. E anche se i genitori hanno decorato le pareti con immagini di castelli incantati e hanno sparso giochi e libri di fiabe su ogni scaffale, i pianti accorati dei bambini di tutto il quartiere inondano l’atmosfera mentre si disperano, scalciano e si rifiutano di entrare e dormire lì dentro.

Dopo quasi un ann…

Anche se cerchiamo di riempire la vita dei nostri figli e nipotini di fate e sirenette, di unicorni e magie quando arriva le sirena vera, quel sibilo che ti lacera il cervello, gli occhi stralunati di mamma e papà cercano di essere più dolci possibili ma mentre prendono in braccio i propri piccoli e corrono al mamad - il bunker, il rifugio – o alla stanza blindata, tutte le paure affiorano senza pietà.

Sono ricordi delle guerre vissute nell’infanzia, è il timore che “questa volta non ce la faremo”, sono le immagini del 7 ottobre che non riescono ad uscire dalle loro menti e per i bambini il mamad sembra la grotta dell’orco cattivo, la tana del Grifone, di Grimilde o di Medusa. E anche se i genitori hanno decorato le pareti con immagini di castelli incantati e hanno sparso giochi e libri di fiabe su ogni scaffale, i pianti accorati dei bambini di tutto il quartiere inondano l’atmosfera mentre si disperano, scalciano e si rifiutano di entrare e dormire lì dentro.

Dopo quasi un anno di vita nella mia stanza blindata sul confine del Libano da dove si lanciavano missili giorno e notte, mi sono trovata nei pressi di Tel Aviv, in casa di uno dei miei figli, nella sera del delirio. 181 missili ha lanciato il regime iraniano sulle nostre case. Le sirene non finivano più, il rombo dell’Iron Dome che solcava il cielo per concludersi nell’esplosione del missile sembrava uscire dal salotto. Non posso non immaginare la paura dei bambini di Gaza nel Sud o di Rmesh e di Maroun el Ras nel Nord o di Teheran a cui è proibito entrare nei rifugi sotterranei che sono riservati solo a Hamas e Hezbollah o ai capi del regime unici nefasti e imputabili artefici di questa guerra non voluta, non aspettata, non immaginata da noi tutti in Israele.

In questi giorni, in tutta Israele, indosseremo abiti bianchi, accenderemo le candele e sulla tavola imbandita porremo le mele da intingere nel miele per augurarci un anno più sereno, più dolce, più normale di quello che ci sta lasciando, di questo anno terribile intriso di sangue innocente, di brividi, di lacrime, di nostalgia, di orrore e dolore.

E quando il suono dello Shofar, il corno del richiamo del popolo, si librerà nell’aria, per i nostri cuori mille volte più potente di ogni sirena, pregheremo con tutte le forze che riesca a lacerare il buio velo che si è posato su di noi e sul resto del mondo. Che annulli l’odio gratuito di chi sovverte e diffonde menzogne, che metta fine ai tuoni della guerra, che ci liberi da chi ci costringe a combattere e riporti a casa noi e le 101 anime pure che giacciono nel nulla dei tunnel sotterranei.

Conosciamo la storia e sappiamo che anche stavolta ce la faremo. Siamo fatti di metalli puri: una volontà di ferro, una speranza inossidabile come l’acciaio e una fede nell’umanità d’oro. Chi potrà mai distruggerci?

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