Il parroco di Gaza: “Bombardamenti sempre più intensi. In parrocchia vivono ormai da un anno 500 persone”
dalla nostra inviata Francesca CaferriTEL AVIV – Padre Gabriel Romanelli ha appena finito di celebrare la messa della domenica nella chiesa della Sacra Famiglia di Gaza quando ci risponde al telefono: ha la voce serena nonostante la bomba che, 24 ore prima, è arrivata appena all’esterno del compound della parrocchia, spaccando il muro di cinta, mandando in frantumi le finestre, scardinando porte. “Grazie a Dio, nessuno è stato ferito: una cosa prodigiosa”, ci dice.
Padre, com’è la situazione intorno a lei?
“Oggi non buona, i bombardamenti sono più intensi del solito. Ma la cosa peggiore è il senso di incertezza. Nessuno sa fino a quando durerà la guerra e nessuno parla di cosa potrà essere Gaza dopo la guerra. Qui in parrocchia vivono ormai da un anno 500 persone: fra cui 58 disabili e bambini abbandonati assistiti dalle suore del Rosario di Gerusalemme. Da un anno, la maggior parte di loro non è mai uscita da queste mura per paura. Qualcuno va a casa per un po’, qualcuno va alla Chiesa ortodossa che è 400 metri: ma s…
TEL AVIV – Padre Gabriel Romanelli ha appena finito di celebrare la messa della domenica nella chiesa della Sacra Famiglia di Gaza quando ci risponde al telefono: ha la voce serena nonostante la bomba che, 24 ore prima, è arrivata appena all’esterno del compound della parrocchia, spaccando il muro di cinta, mandando in frantumi le finestre, scardinando porte. “Grazie a Dio, nessuno è stato ferito: una cosa prodigiosa”, ci dice.
Padre, com’è la situazione intorno a lei?
“Oggi non buona, i bombardamenti sono più intensi del solito. Ma la cosa peggiore è il senso di incertezza. Nessuno sa fino a quando durerà la guerra e nessuno parla di cosa potrà essere Gaza dopo la guerra. Qui in parrocchia vivono ormai da un anno 500 persone: fra cui 58 disabili e bambini abbandonati assistiti dalle suore del Rosario di Gerusalemme. Da un anno, la maggior parte di loro non è mai uscita da queste mura per paura. Qualcuno va a casa per un po’, qualcuno va alla Chiesa ortodossa che è 400 metri: ma sono pochi. Molti, nonostante i nostri sforzi, tanti stanno entrando in depressione. E li capisco: sono sfiniti”.
Da maggio, grazie a una missione congiunta del Patriarcato latino e del Sovrano Ordine di Malta, alla parrocchia arrivano aiuti una volta al mese: sono sufficienti?
“No. Il carico arriva ogni mese dopo un lungo processo di controlli, ma non basta mai. Ora il Patriarcato sta lavorando con le autorità per far passare gli aiuti ogni due settimane: speriamo che riescano. Nell’ultimo trasporto c’erano frutta e verdure: per la prima volta qui sono arrivate le mele ed è stata una grande festa. Non si vedevano da un anno. Con quello che è arrivato, abbiamo sfamato le persone che sono qui e quelle che sono a San Porfirio, la chiesa ortodossa. E altre 4500 nel quartiere intorno a noi: la guerra non fa differenza di religioni. Tutti hanno bisogno”.
A parte quelli alimentari, quali sono gli altri bisogni a cui rispondere?
“Quelli psicologi come dicevo. Ma molto di più: penso alle scuole. Grazie alla mediazione del Patriarcato latino con il ministero dell’Educazione di Ramallah siamo riusciti a far sì che i nostri studenti possano fare gli esami a distanza a novembre in modo da non perdere l’anno scolastico 2023-24. Ce la stanno mettendo tutta: abbiamo fatto quattro capanne di legno nel cortile della chiesa e le usiamo come classi, altri studiano nella cappella delle suore. Se Dio vuole almeno una parte dei ragazzi che frequentava le nostre scuole non perderà l’anno: 400 allievi su 2250 che ne avevamo prima. Sembra niente ma per noi è tanto”.
Padre, lei è tornato a Gaza a maggio insieme al cardinal Pizzaballa dopo essere rimasto bloccato fuori a ottobre. Cosa l’ha colpita di più al suo ritorno?
“Molte cose: la distruzione che ho visto. E dal punto di vista umano, l’assenza di alcune persone: chi è fuggito, chi è morto. Ma mi ha fatto moltissima impressione, come anche al Patriarca, il fatto che nessuno si lamenta: non c’è posto per il rancore qui, né verso Dio né verso gli altri. Chiedono solo che questo male finisca. Nella messa che abbiamo finito abbiamo chiesto pace e libertà: per gli ostaggi, per i prigionieri, per la gente di Gaza”.
Quando ci siamo incontrati a Gerusalemme, qualche mese fa, lei mi ha raccontato delle telefonate del Papa. Chiama ancora? (Prima di rispondere padre Romanelli scoppia a ridere)
“Ogni giorno. Alle otto in punto. Anche quando era in Asia, anche quando era in Belgio: prega con noi, chiede come stanno i bambini e ci dà la sua benedizione. Per tutti noi questo è un grandissimo conforto”.