Nella discoteca chic di Beirut, ora rifugio dei bimbi sfollati: “Sciiti o cristiani, tutti uguali”
dalla nostra inviata Gabriella ColarussoBEIRUT – Sul palchetto per i dj adesso c’è un cespuglio di bambini scalmanati. Heba, che viene dalla “Palestina, da Haifa”, dice proprio così, e probabilmente non c’è mai stata. Yassin e Ghazi che sono “di Raqqa”, in Siria, ma neppure lo sanno cosa è stato l’Isis. Kadim che è “libanese, libanese”, mentre Abdel precisa che lui è “di Dahieh”, come se fosse un altro mondo. Pezzi di storia del Medioriente che si incrociano sul dancefloor diventato dormitorio.
Fino a un mese fa lo Skybar era uno dei nightclub più famosi di Beirut, una specie di Piper libanese, ci si veniva per ascoltare i migliori dj della regione, l’elettronica, la techno, per ballare in notti innaffiate dallo champagne. Dall’esterno sembra un museo, un edificio grigio scuro dal design minimalista che svetta sul lungomare della capitale, simbolo della rinascita dopo la guerra civile. Alla fine degli anni Novanta le macerie dei palazzi del centro servirono a costruire un nuovo pezzo di città, il Waterfront appunto, c…
BEIRUT – Sul palchetto per i dj adesso c’è un cespuglio di bambini scalmanati. Heba, che viene dalla “Palestina, da Haifa”, dice proprio così, e probabilmente non c’è mai stata. Yassin e Ghazi che sono “di Raqqa”, in Siria, ma neppure lo sanno cosa è stato l’Isis. Kadim che è “libanese, libanese”, mentre Abdel precisa che lui è “di Dahieh”, come se fosse un altro mondo. Pezzi di storia del Medioriente che si incrociano sul dancefloor diventato dormitorio.
Fino a un mese fa lo Skybar era uno dei nightclub più famosi di Beirut, una specie di Piper libanese, ci si veniva per ascoltare i migliori dj della regione, l’elettronica, la techno, per ballare in notti innaffiate dallo champagne. Dall’esterno sembra un museo, un edificio grigio scuro dal design minimalista che svetta sul lungomare della capitale, simbolo della rinascita dopo la guerra civile. Alla fine degli anni Novanta le macerie dei palazzi del centro servirono a costruire un nuovo pezzo di città, il Waterfront appunto, con l’ambizione di farne la Barceloneta libanese.
Nello Skybar ora vivono 400 sfollati dalla guerra, vengono dal Sud del Libano e dai sobborghi meridionali della capitale, sono libanesi ma anche siriani, palestinesi. L’80% donne e bambini, e dormono dentro. Gli uomini tra i 20 e i 50 anni sono sistemati fuori, in questa comunità di sconosciuti che ora vive come una famiglia e deve darsi nuove regole. “Stiamo gestendo le cose in modo che non ci siano tensioni”, dice Chafic el Khazen, 47 anni, berretto e t-shirt verdi, tre figli, proprietario dello Skybar. Dieci giorni fa ha deciso di aprire le porte a chi non ha più nulla. “Sono tornato a casa e uno dei vigilantes stava piangendo: gli avevano bombardato la casa e non sapeva dove portare la sua famiglia. Gli ho detto di venire al locale, e poi ho visto tutta quella gente sul lungomare...”.
I dipendenti sono corsi a dare una mano e così anche i clienti, in una commovente gara di solidarietà. Una ventina di ragazzi si alternano per aiutare con i rifornimenti, l’acqua, le docce, il cibo e assicurarsi che non ci siano problemi perché Beirut è sotto un’enorme pressione. La guerra ha cambiato con la forza la demografia politica della città. Migliaia di sfollati, principalmente sciiti, si sono rifugiati in altri quartieri e il fragile equilibrio tra le comunità rischia di saltare. Si sentono storie come quella che racconta un cooperante italiano, di casa in un’area cristiana: "Il proprietario non ha voluto che lasciassi le chiavi alla governante perché è sciita e teme che possano occupare l’appartamento”.
Anche el Khazen è cristiano, da sempre impegnato in politica, parte di quella generazione che nel 2019 scese in piazza in tutto il Paese chiedendo un cambiamento radicale della classe politica. Nulla è cambiato. “Sono sempre stato contro Hezbollah, ma ci sono momenti in cui la priorità è essere uniti”. Dopo questa guerra, “sono convinto che molti nella comunità sciita capiranno che essere libanesi è ciò che conta: uno Stato con un governo e un esercito regolari può offrire un futuro migliore della protezione di Hezbollah”.
Mohammed e Tala hanno sei figli e sono già scappati tre volte da quando è iniziato il conflitto, di paesino in paesino su fino a Beirut. Lui faceva l’operaio edile, lei casalinga. Cercano un po’ di privacy riparandosi dietro al divano: "Non sappiamo cosa ne è della nostra casa né dove andremo, speriamo di poter restare qui, ci sentiamo al sicuro”.
Il Comune si è fatto sentire, non può far molto, senza soldi e con il governo centrale sospeso, ma ha promesso un aiuto per tenere pulite le strade intorno. Quella che risale verso il porto è piena di tende, macchine e furgoncini dove dormono le famiglie. La marina è al buio, i locali tutti chiusi. L’esercito israeliano continua a emettere ordini di evacuazione e a bombardare, a Dahieh ma pure a Burj El Barajneh, a ridosso dell’aeroporto. Il ministro della Sanità parla di un milione di sfollati interni, una marea umana che spinge anche sulla capitale. Gli aiuti internazionali non bastano, avverte Filippo Grandi, il responsabile delle Nazioni Unite per i rifugiati. Beirut si sente sola.