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Suad Amiry: "Un anno di fame, guerra e morte e nessuno ha fermato Israele"

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L’autrice palestinese racconta le sofferenze vissute dal suo popolo a causa della guerra: “Nella Striscia non ci sono più posti in cui si può vivere normalmente o stare al sicuro. E la costruzione degli insediamenti in Cisgiordania è accelerata come mai prima. L’Occidente non ha fermato il genocidio. Ormai con Israele ogni dialogo è impossibile”
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GERUSALEMME – È passato un anno. Suad Amiry lo ha passato principalmente a Ramallah, riducendo i suoi soggiorni all’estero. Come tanti palestinesi, ha guardato la guerra da lontano e da vicino contemporaneamente: senza viverla sulla sua pelle in costante contatto con Gaza. E toccando con mano l’inasprimento delle condizioni di vita e l’estremizzazione delle posizioni politiche che il conflitto ha portato sui palestinesi. Scrivendo poco, lei di solito così prolifica: un blocco che imputa prima di tutto alla guerra.

È passato un dall’inizio della guerra a Gaza. Se dovesse spiegare cosa è cambiato per i palestinesi da dove inizierebbe?

“Dal dire che la guerra è contro Gaza, non a Gaza. E poi comincerei dalla terza legge di Newton, secondo cui “per ogni azione c’è una reazione uguale ed opposta”. Salvo che per Israele: per ogni azione c’è una reazione che è mille volte più forte. Passerei poi a parlare del genocidio in corso da un anno contro la popolazione civile della Striscia senza che…

GERUSALEMME – È passato un anno. Suad Amiry lo ha passato principalmente a Ramallah, riducendo i suoi soggiorni all’estero. Come tanti palestinesi, ha guardato la guerra da lontano e da vicino contemporaneamente: senza viverla sulla sua pelle in costante contatto con Gaza. E toccando con mano l’inasprimento delle condizioni di vita e l’estremizzazione delle posizioni politiche che il conflitto ha portato sui palestinesi. Scrivendo poco, lei di solito così prolifica: un blocco che imputa prima di tutto alla guerra.

È passato un dall’inizio della guerra a Gaza. Se dovesse spiegare cosa è cambiato per i palestinesi da dove inizierebbe?

“Dal dire che la guerra è contro Gaza, non a Gaza. E poi comincerei dalla terza legge di Newton, secondo cui “per ogni azione c’è una reazione uguale ed opposta”. Salvo che per Israele: per ogni azione c’è una reazione che è mille volte più forte. Passerei poi a parlare del genocidio in corso da un anno contro la popolazione civile della Striscia senza che nessuno sia stato in grado o abbia voluto fermare i crimini di Israele: a Gaza e ora in Libano. Direi che nell’intera Striscia non ci sono più posti dove si può vivere normalmente: né posti sicuri dove rifugiarsi. Parlerei del fatto che la popolazione è stata affamata in maniera deliberata, quindi arriverei ai doppi standard usati dai Paesi occidentali (Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Francia e Italia) che continuano a parlare di Due Stati ma poi votano all’Onu contro lo Stato palestinese o si astengono, o che ricordano i 120 israeliani a Gaza ma non i 10 mila palestinesi arrestati da Israele lo scorso anno. Oppure discutono dei 60 mila israeliani che hanno lasciato le loro case nel Nord, mentre due milioni di palestinesi e ora un milione di libanesi vivono in strada. Credo che in questo anno l’Occidente abbia perso credibilità: e abbia fatto sentire abbandonati noi palestinesi”.

Lei ha passato la maggior parte di questo anno in Cisgiordania: lì come è cambiata la vita?

“I 150mila palestinesi che lavoravano in Israele hanno perso il lavoro. La costruzione di insediamenti israeliani su terre confiscate ai palestinesi è accelerata come mai prima. Con l’incoraggiamento di Ben Gvir e Smotrich, i coloni sono diventati più aggressivi che mai: aggrediscono contadini sulle loro terre, bruciano e sradicano olivi, attaccano macchine. A livello personale, posso raccontare che nonostante sia l’area in cui vivo, Ramallah, sia io stessa come persona, possiamo essere considerati privilegiati, io e mio marito non possiamo andare nella nostra casa di Jerico perché la strada è controllata dai coloni, che hanno cacciato i beduini dall’area: quindi non è sicura. Non possiamo raggiungere il nostro campo di ulivi perché i cani che lo guardavano sono stati avvelenati e i contadini che lo lavoravano picchiati. Lo scorso mese dovevo andare con urgenza all’Augusta Victoria Hospital, a Gerusalemme Est: ho dovuto chiedere un permesso all’amministrazione civile israeliana che controlla la Cisgiordania. A me è stato dato, solo per un giorno, a mio marito neanche quello: quindi sono andata da sola. La mia unica uscita da Ramallah. Infine, voglio raccontare di Tareq, il giovane architetto che lavorava con me: prelevato in ufficio senza ragione e rimasto per due ore sotto la minaccia della pistola di un soldato puntata sul suo petto. Come risultato di questo è andato via dalla Palestina. E questa è la storia di persone privilegiate, molto diversa dalla guerra non dichiarata contro i campi profughi palestinesi in Gaza e Cisgiordania. Dal momento della sua creazione, nel 1948, Israele è ossessionato dalla questione dei profughi palestinesi: gente che, come ET nel film, vuole solo tornare nelle loro case. Ma se non si capisce l’ossessione di Israele contro i profughi, non si capisce il tentativo che Israele sta facendo di mandarli via anche da Gaza, per allontanarli in modo definivo. E neanche la sua ossessione contro l’Unrwa, l’agenzia Onu che si occupa di loro”.

Entrando in qualunque libreria in Italia oggi c’è una grande presenza di libri sulla Palestina o di autori palestinesi: cosa vuol dire? La gente ha bisogno di capire? O cosa?

“Sono felice di sapere che gli italiani hanno desiderio di ascoltare voci troppo a lungo ignorate o silenziate. E sono felice di vedere la voce di giovani scrittori palestinesi emergere: sono più coraggiosi e più diretti di quanto non sia stata la mia generazione, che si è lasciata intimidire da Israele e dall’Occidente. Sono orgogliosa di essere una delle voci che da più tempo ha trovato ascolto in Italia. Ma il genocidio in corso ha provocato in me un blocco, così che non potrò offrire presto ai lettori italiani un altro libro dopo “Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea” (Mondadori 2020 ndr)”.?

Durante quest’anno, le manifestazioni pro-Palestina si sono moltiplicate in tutto il mondo: come è stato guardarle da Ramallah? Che avete pensato?

“É stata una bella sensazione. Mi pare che sia una buona parte di mondo, a parte qualche governo occidentale, dalla nostra parte. E credo che sia importante che si siano alzate anche voci di ebrei contro il sionismo come ideologia. Penso a Judith Butler, Noam Chomsky, Naomi Klein, Jill Stein e il gruppo Jewish Voice for Peace”.

(reuters)

A gennaio lei mi ha detto: “La mia generazione ha creduto in Oslo e non ci ha portato da nessuna parte. Hamas non mi piace ma molti giovani non vedono alternative intorno…”. È ancora così??

“Ho paura di sì. Nonostante il prezzo altissimo che abbiamo pagato a Gaza e in Cisgiordania in termini di vite umane. L’approccio mostruoso di Israele creerà solo più rabbia e più odio fra i giovani. Il pugno di ferro non ha mai funzionato, neanche gli assassinii mirati. Se non si affronta la vera questione, quella dell’occupazione e delle politiche di apartheid portate avanti da Israele, non ci saranno che più odio e più violenza”.

La letteratura può ancora essere un ponte per il dialogo fra le due parti?

“Credo nel potere della letteratura ma non capisco cosa intende quando dice “dialogo” riferendosi agli israeliani. Crede che ebrei potessero “dialogare” con i nazisti nei campi di concentramento? Crede davvero che io possa accettare che mi spieghino il concetto di “supremazia ebraica”? E perché per loro va bene trattare la metà della popolazione che vive fra il fiume e il mare come cittadini di seconda e terza classe? O perché dovrebbe starmi bene di essere sotto occupazione da 76 anni e sotto assedio da 17? O perché è giusto che mi tolgano ciò che vogliono per prenderselo loro? Gli israeliani che sono contro le politiche razziste del loro governo come Gideon Levy, Amira Hass, Miko Peled e i ragazzi che rifiutano il servizio militare, non hanno mai chiesto il dialogo con i palestinesi. Sono solo i liberali che non prendono posizione chiara contro le politiche razziste di Israele a farlo. L’ho detto molte volte: il “dialogo” è solo una sessione di terapia per gli occidentali che così si sentono bene e possono non fare nulla contro l’occupazione”.

Qual è il ruolo della letteratura in crisi come questa?

“Far ascoltare e voci e le storie delle vittime che spesso non hanno abbastanza spazio di fronte alle voci dei bombardamenti e degli omicidi. Questo è quello che fa la letteratura. Nulla è più importante di un libro in tempo di crisi. I libri sono eterni”.

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