ALIQUIPPA (Pennsylvania occidentale) – La banda musicale della scuola, con percussioni e fiati in prima fila a dare la carica, annuncia l’ingresso in campo dei Quips, la squadra di football del liceo locale. È venerdì sera, e in programma c’è la sfida con i pari età di West Allegheny. È festa grande, sulle grandinate ci saranno almeno duemila persone: compagni di classe, genitori, nonni, zii, fratelli e sorelle arrivati per celebrare la meglio gioventù di questa cittadina sulle sponde del fiume Ohio, una ventina di miglia a Ovest di Pittsburgh. I Quips sono, per ammissione unanime, l’orgoglio della città. L’unico.
E dire che una volta c’era molto altro di cui andar fieri. Fino al 1984, per la precisione, quando dal giorno alla notte la LTV Corporation, nuova proprietaria della storica fonderia Jones and Laughlin's, licenziò 8.000 persone. Vale a dire l’intera forza lavoro di un impianto entrato in funzione nel 1906, e …
ALIQUIPPA (Pennsylvania occidentale) – La banda musicale della scuola, con percussioni e fiati in prima fila a dare la carica, annuncia l’ingresso in campo dei Quips, la squadra di football del liceo locale. È venerdì sera, e in programma c’è la sfida con i pari età di West Allegheny. È festa grande, sulle grandinate ci saranno almeno duemila persone: compagni di classe, genitori, nonni, zii, fratelli e sorelle arrivati per celebrare la meglio gioventù di questa cittadina sulle sponde del fiume Ohio, una ventina di miglia a Ovest di Pittsburgh. I Quips sono, per ammissione unanime, l’orgoglio della città. L’unico.
E dire che una volta c’era molto altro di cui andar fieri. Fino al 1984, per la precisione, quando dal giorno alla notte la LTV Corporation, nuova proprietaria della storica fonderia Jones and Laughlin's, licenziò 8.000 persone. Vale a dire l’intera forza lavoro di un impianto entrato in funzione nel 1906, e che per quasi ottant’anni era stato il motore di tutta la comunità locale. Negli anni Sessanta, all’apice del boom della siderurgia, Aliquippa aveva più di 27mila abitanti. Oggi ne ha meno di 9mila. Il 70 per cento in meno.
C’era una volta la fonderia
Arrivando da Pittsburgh - che dell’acciaio era la capitale mondiale, e che è riuscita a riprendersi dalla crisi della siderurgia reinventandosi come distretto biomedico, di servizi finanziari e facendo leva su una tradizione universitaria di eccellenza – si attraversa una zona rigogliosa, tipicamente suburbana, centri commerciali eleganti e ben forniti, belle case costellate di cartelli che inneggiano a Donald Trump (statistica fatta a spanne: 3 a 1 rispetto a quelle con analogo marchio avversario). È il cuore della Contea di Beaver, una delle spine nel fianco di Kamala Harris. Questo una volta era uno dei mattoni del Blue Wall, il Muro Blu dei Democratici: zona industriale, discreto benessere diffuso, salari che garantivano tre pasti al giorno, la possibilità di comprare una macchina e una casetta, di mandare i figli all’università. Finché la crisi devastante che tra gli anni Settanta e Ottanta ha spento uno dopo l’altro tutti gli altoforni, e massacrato anche un bel pezzo dell’indotto, ha fatto franare quel senso di condivisione di un destino comune: ognuno per sé, e tanti saluti.
Nel 2008 la contea voltò le spalle all’ex partito di riferimento e la maggioranza degli elettori traslocò armi e bagagli nel campo repubblicano. Obama se la cavò lo stesso, ma dopo di lui, nel 2016, qui a Beaver i Repubblicani presero il 57% dei voti, contro il 38 dei Democratici, e la Pennsylvania diede il suo bel contributo a portare Trump alla Casa Bianca a spese di Hillary Clinton. Nel 2020 Joe Biden riconquistò lo Stato – e con esso la presidenza – ma questo rimase territorio ostile: 58 a 40 per i Repubblicani. E ora ci risiamo: con la Pennsylvania che sembra diventata l’asso pigliatutto, Beaver, e con essa tutte le contee che fanno da contorno alle grandi città come Pittsburgh e Philadelphia, è uno dei luoghi dove si deciderà il destino dell’elezione del 5 novembre.
Sulle sponde del fiume Ohio
Per arrivare ad Aliquippa, lungo questa teoria di villette ordinate dove domina il sogno trumpiano di “Make America Great Again”, bisogna imboccare una valle che scende verso il fiume. Anche qui, tipiche casette americane, col patio e il giardinetto davanti. Ma più piccole. E soprattutto, fatiscenti. In ogni isolato ce ne sono almeno quattro o cinque abbandonate, alcune sprangate, altre devastate dagli incendi. In giro non si vede un’anima e solo qua e là spunta un segno di presenza umana: perlopiù, vista la vicinanza con la stagione dei morti, qualche addobbo per Halloween che dà al tutto un aspetto, se possibile, ancora più spettrale.
Ma la fotografia della ghost town, la città fantasma – definizione orribile che tuttavia nessuno qui osa neppure contestare - è Franklin Avenue, quella che quarant’anni fa era la strada principale, e forse oggi lo è ancora visto che ospita due chiese (una, la Deliverance Ministries, chiusa per inattività), il centro di assistenza per i veterani di guerra, la stazione di polizia, due officine meccaniche, un barbiere, un supermercatino discount della catena Dollar, la bottega di un tatuatore e – segno che anche l’umanità più bistrattata ha sempre una qualche riserva nascosta di vitalità – due attività eroiche: una si chiama eQuipbooks, è un negozietto di libri usati dove i volumi rilegati li vendono a 4 dollari e quelli con la copertina morbida a 3, e sulla vetrina ha dipinta una frase che in questo scempio urbano dice tutto: “Tra le pagine di un libro, è sempre un bellissimo posto dove stare”; l’altra è Uncommon Grounds, un vecchio diner dove Marla Duncan ai fornelli sforna sandwich di uova fritte e salsiccia di maiale mentre sogna di imparare l’arte della cucina siciliana; un posto dall’aspetto un po’ bohemienne e molto trasandato, che si regge in piedi grazie alle donazioni di qualche anima gentile, ché con gli incassi non pagherebbe nemmeno la bolletta del gas. Il resto del viale è il cimitero commerciale di quelli che una volta erano uffici, filiali di banca, gioiellerie, negozi di abbigliamento, teatri. E locali di intrattenimento. (Una leggenda, purtroppo inverificabile, narra che negli anni Venti fosse solito venire fin qui da Chicago anche Al Capone, in cerca di svago).
Certo è che di soldi, allora, ce n’erano. Parecchi. “Mia nonna – racconta Marla con un filo di malizia – aveva nove figli. E non ha mai avuto bisogno di lavorare. Bastava quello che il nonno portava a casa dalla fabbrica. Semmai doveva stare attenta che lui non li spendesse tutti per divertirsi”. A un orecchio italiano questa affermazione può sembrare poco credibile, perché un salario operaio è comunque sinonimo di una vita di sacrifici. Ma nell’America della grande industria non era, e spesso ancora non è, così: il motivo per cui nei discorsi pubblici c’è così tanta enfasi sugli “Union jobs”, i posti di lavoro sindacalizzati, è che quei salari sono la principale porta d’accesso per la middle class. La gente si spacca la schiena, ma nel ceto medio ci entra per davvero. Molto più di chi lavora nei servizi.
Seduta su una poltrone del diner, Ada Crumble è una signora nera, più o meno sulla settantina, che si dichiara “Una Cristiana” e che appena accenni alle prossime elezioni presidenziali confessa di non volerne parlare perché “anche in politica credo al mistero del disegno di Dio”, anche se non ti spiega quale possa essere il Piano Celeste per l’America dei prossimi quattro anni. Lei è una testimone dell’Aliquippa perduta. E dei suoi bar: “Quand’ero una ragazza facevo lavoretti, ma senza troppo impegno. Qui c’era troppo da divertirsi. La sera si andava a bere, a ballare, alle feste private, ce n’erano ovunque. La testa a posto l’ho messa più tardi, quando ho iniziato a fare l’aiuto infermiera”. Le domandiamo se sia per redimersi da quell’esistenza dissoluta che ha deciso di dedicarsi a Gesù: “Sissignore”. Ma Ada è tutto meno che una beghina, anzi, e ti racconta senza troppi filtri la realtà della sua cittadina con una precisione da sociologa.
Quasi che il suo cognome - Crumble, voce del verbo crollare - nasconda una vocazione, racconta una comunità che si è semplicemente sgretolata: “Quando hanno chiuso la fonderia è iniziato il fuggi fuggi generale: prima le altre aziende minori hanno tolto le tende, poi pian piano hanno iniziato a chiudere anche i negozi, uno dopo l’altro. Per fortuna il farmacista ha deciso di restare…”. L’ospedale invece no, quello non ha resistito: era grande, in cima alla valle, messo su insieme dai vecchi proprietari della J&L e dallo Swoc, il sindacato dei siderurgici che dopo decenni di lotte furibonde e di intimidazioni anche violente da parte dei padroni delle ferriere, il 2 marzo del 1937 riuscì a imporre una paga minima di 5 dollari al giorno e la settimana lavorativa di 40 ore, una rivoluzione che in poco tempo avrebbe contagiato l’intera Pennsylvania. Ma chiusa la fonderia, ha chiuso anche il policlinico. Per anni è rimasto in piedi come una sorta di memento mori, ora lo hanno demolito e non ce n’è più traccia.
Quel che è rimasto è il crimine – appena tre giorni fa un sedicenne ha sparato quattro volte a un uomo in un parcheggio – e, corollario immancabile, l’epidemia del Fentanyl, quella sorta di eroina sintetica che ormai negli Stati Uniti fa centomila morti all’anno.
"Sono scappati tutti”
“La verità - riattacca Ada - è che qui tutti hanno perso la speranza. Chi può se ne va, molti sono emigrati a Est, verso l’Ohio, o come minimo hanno trovato lavoro fuori da questa valle, perché qui non è rimasto più niente”. Lo sfacelo che racconta è il lato più cupo del quadro che dipinge Tina, una signora borghese, e bianca, che appena fuori da questa valle di lacrime, in un parco, distribuisce insieme a due amiche materiale elettorale a sostegno di Kamala Harris: “Questa una volta era zona nostra, di noi Democratici. Poi hanno chiuso le fabbriche, e addio…”.
Lei non si dà per vinta, anzi, parla con un entusiasmo contagioso mentre allunga un poster, un adesivo per l’automobile, e ricorda che non bisogna votare solo per Kamala, ma anche per il senatore Casey, che “se i Repubblicani ottengono la maggioranza al Senato lei potrà pure essere presidente, ma non avrà alcun potere per cambiare le cose”. Che la contea di Beaver possa veramente ritingersi di blu, probabilmente non lo crede nemmeno lei. Ma anche solo recuperare un po’ di terreno, nel computo generale di questa Pennsylvania così maledettamente in bilico, può fare la differenza. “E una differenza – ammette – l’ha fatta la decisione di cambiare candidato. Noi siamo un gruppo che va a bussare a casa della gente, per convincerla: finché in corsa c’era Biden, eravamo quattro in tutto. Adesso, con Kamala, siamo in 17… e hanno cominciato a muoversi anche i maschi, Dio li benedica! È durissima, ma io ne sono convinta: ce la possiamo fare”.
La scuola che non insegna
Certo che, però, avere fede nell’umanità, in un posto come Aliquippa, è complicato. E forse è per questo, più ancora che per le sue intemperanze giovanili, che Ada Crumble ha scelto di affidarsi a Dio. Perché si guarda intorno, e si dispera. Per esempio, quando parla della scuola, proprio quella Aliquippa High che venerdì sera ha riunito l’intera comunità locale per la partita di football. Il campo, solo lui, è un gioiello: sta in cima alla Plan Eleven Extension, quartiere costruito da J&L negli anni Trenta per gli operai neri – che una rigida politica aziendale di segregazione razziale, divide et impera, voleva separare dai bianchi di origine italiana e slovacca.
Main Street, proprio dietro alla scuola, è una via di case modestissime dove finalmente vedi qualcuno, delle coppie, perfino dei bambini. E dove la gente, almeno a giudicare dai cartelli “Vote for Harris” piantati in giardino, ha ancora la forza di esprimersi. Il problema, spiega Ada sconsolata, è che “qui, dove ci sono sia le medie che il liceo, non insegnano quasi più niente. Tutta l’attività ruota attorno alla squadra di football, perfino il sindaco è un’ex atleta e parla solo di quello. Nelle altre scuole le attività sportive sono il motore per spingere i ragazzi a studiare, qui è il contrario, chi ha voti bassi va avanti lo stesso purché faccia sport. Per i ragazzi, la sola prospettiva è diventare giocatori professionisti. Ma quanti riescono ad arrivare nella Nfl? Praticamente nessuno. E gli altri? A 18 anni escono con un diploma che non serve a nulla, i loro Sat scores (i test nazionali che misurano il grado di preparazione accademica) sono bassissimi e non consentono nemmeno di andare all’università”.
Ada non esagera, purtroppo: stando ai dati ufficiali, tra gli studenti di Aliquippa High il 26% supera la sufficienza nei test di lettura. E appena il 3% in quelli di matematica.Così, alla fine, chi può scappa via. E chi non può resta lì, vivacchia, magari mette su famiglia sperando che i figli maschi riescano dove i loro padri hanno fallito. Perché questi sono i Quips; una squadra che da anni vince tutti i campionati scolastici (venerdì 4 ottobre hanno travolto per 19-7 West Allegheny). Una fabbrica di false speranze. Ma pur sempre l’unico orgoglio della città.