Israele ricorda l’orrore del 7 ottobre tra lacrime, rabbia e venti di guerra
dalla nostra inviata Francesca CaferriRE’IM — Il pellegrinaggio di Israele sui luoghi della strage del 7 ottobre 2023 ieri è cominciato quando fuori era ancora buio. Alle 5.30 del mattino sulla statale 232, “la strada della morte” come venne chiamata un anno fa, c’è già movimento. Qui si affacciano i kibbutz attaccati e la foresta dove si teneva il Nova festival: qui per ore gli uomini di Hamas portarono la morte nelle case, nelle auto, fra i cespugli, lungo la striscia di asfalto. Ieri, su quella stessa strada c’erano parenti, sopravvissuti, auto della polizia, pattuglie dell’esercito, elicotteri.
La prima tappa del dolore è stata Re’im, dove un anno fa alle 6.29, il festival di musica psichedelica Nova party venne interrotto dall’arrivo di missili e paracaduti a motore: 364 persone, nella grandissima maggioranza ventenni venuti a ballare alle porte di Gaza, morirono qui. Oggi i loro volti fissano chi arriva dalla foresta di steli piantati in loro memoria: su ognuno c’è una foto, immancabilmente sorridente. E poi sto…
RE’IM — Il pellegrinaggio di Israele sui luoghi della strage del 7 ottobre 2023 ieri è cominciato quando fuori era ancora buio. Alle 5.30 del mattino sulla statale 232, “la strada della morte” come venne chiamata un anno fa, c’è già movimento. Qui si affacciano i kibbutz attaccati e la foresta dove si teneva il Nova festival: qui per ore gli uomini di Hamas portarono la morte nelle case, nelle auto, fra i cespugli, lungo la striscia di asfalto. Ieri, su quella stessa strada c’erano parenti, sopravvissuti, auto della polizia, pattuglie dell’esercito, elicotteri.
La prima tappa del dolore è stata Re’im, dove un anno fa alle 6.29, il festival di musica psichedelica Nova party venne interrotto dall’arrivo di missili e paracaduti a motore: 364 persone, nella grandissima maggioranza ventenni venuti a ballare alle porte di Gaza, morirono qui. Oggi i loro volti fissano chi arriva dalla foresta di steli piantati in loro memoria: su ognuno c’è una foto, immancabilmente sorridente. E poi storie, disegni, candele, chitarre, tavole da surf, bandiere calcistiche.
«Era venuto a ballare», grida una madre attaccandosi al memoriale del figlio, ucciso insieme alla fidanzata. Si chiamava Itay ma avrebbe potuto esse Sarah, Yoam, Eden, Hersh, Yoav: centinaia di nomi, di famiglie spezzate. Moltissime ieri si sono ritrovate nel punto dove un anno fa era montato il palco. Subito dopo le 6.20 è risuonata la musica: l’ultima playlist di dj Kido, ucciso poco lontano dalla sua consolle. Un ballo pieno di rabbia si è scatenato, fermato alle 6.29 da un minuto di silenzio: a spezzarlo solo l’urlo di una madre, che si è buttata a terra tremante gridando il nome del figlio.
Durante il corso della giornata da Re’im l’epicentro del dolore si è spostato. Prima lungo la statale 232, dove un anno fa i rifugi di cemento armato costruiti per proteggere dai missili diventarono una trappola mortale per dozzine di persone: ad accarezzarne le pareti scheggiate dalle esplosioni e coperte di foto delle vittime c’erano centinaia di persone. E poi, lentamente, nei kibbutz: a Nir Oz, la comunità proporzionalmente più colpita il 7 ottobre, con un abitante su quattro ucciso o rapito, centinaia di persone si sono riunite nel piccolo cimitero. Con loro, il presidente della Repubblica Isaac Herzog e i leader dell’opposizione Benny Gantz e Yair Golan. Nessun rappresentante del governo: «Siamo stati abbandonati», sussurrava un uomo sulla tomba della famiglia Siman Tov genitori, tre bambini e la nonna, uccisi nella loro casa. Già mesi fa Nir Oz è stato uno dei primi kibbutz a rifiutare di partecipare alla commemorazione del governo: tanto forte è stata la contestazione contro Benjamin Netanyahu e i suoi, che alla fine la cerimonia ufficiale si è svolta senza pubblico.
Il momento del lutto nazionale ha raggiunto l’apice in serata, con l’evento organizzato dalle famiglie a Tel Aviv: migliaia di persone si sono riunite nel parco cittadino per una serata di musica, ricordi e lacrime. «Aiutateci a riportarli a casa», è stata la frase più ripetuta sul palco: e da lì sui maxi schermi allestiti in 300 in tutto Israele quando le regole di sicurezza imposte all’indomani del bombardamento iraniano della scorsa settimana hanno impedito la partecipazione del pubblico.
Il pericolo di una nuova escalation è rimasto ben presente anche nel giorno del dolore: ieri due missili lanciati da Gaza sono stati intercettati su Tel Aviv, due dallo Yemen verso il Negev e decine sono caduti sul Nord. Ma a preoccupare è sempre ciò che accadrà quando Israele deciderà di rispondere all’Iran. La visita del ministro della Difesa Yoav Gallant a Washington domani per discutere con la sua controparte Lloyd Austin sembra far pensare a un rinvio dell’azione che tre giorni fa sembrava imminente. Ma nulla è certo: ieri da Teheran è arrivata una velata minaccia di revisione della politica sul nucleare e la Gran Bretagna ha fatto partire le famiglie del personale dell’ambasciata di Tel Aviv, mentre Israele ha continuato a colpire il Libano via terra e via aria. Venerdì il presidente russo Vladimir Putin incontrerà in Turkmenistan quello iraniano Masud Pezeshkian: ennesimo vertice nella crisi infinita che da un anno tiene sull’orlo del baratro non solo Israele, ma l’intera regione.