Filippine, il ritorno di Duterte: indagato per crimini contro l’umanità, si candida a sindaco della sua città natale
di Chiara NardinocchiPochi mesi dopo l’annuncio del ritiro dalla vita politica, l'ex presidente filippino Rodrigo Duterte ha cambiato idea e si è candidato a sindaco della sua città natale Davao. Con più di 1,5 milioni di abitanti, la città del Sud delle Filippine è anche tristemente nota per essere stata uno dei teatri più sanguinosi della campagna di uccisioni mirate da parte degli Squadroni della morte proprio nel periodo in cui l’ex leader era primo cittadino.
A 79 anni Duterte ha già alle spalle una lunga carriera da amministratore locale. Oltre ai 23 anni passati a ricoprire la carica di sindaco di Davao fino alla svolta presidenziale del 2016, è stato anche vicesindaco alternandosi nelle cariche con i figli Paulo e Sara (oggi vice del presidente Ferdinand Marcos). Al momento invece a sedere sulla sedia più alta della città è il figlio più giovane, Sebastian che ha già annunciato si candiderà come vice del padre alle prossime elezioni di metà mandato.
Pochi mesi dopo l’annuncio del ritiro dalla vita politica, l'ex presidente filippino Rodrigo Duterte ha cambiato idea e si è candidato a sindaco della sua città natale Davao. Con più di 1,5 milioni di abitanti, la città del Sud delle Filippine è anche tristemente nota per essere stata uno dei teatri più sanguinosi della campagna di uccisioni mirate da parte degli Squadroni della morte proprio nel periodo in cui l’ex leader era primo cittadino.
A 79 anni Duterte ha già alle spalle una lunga carriera da amministratore locale. Oltre ai 23 anni passati a ricoprire la carica di sindaco di Davao fino alla svolta presidenziale del 2016, è stato anche vicesindaco alternandosi nelle cariche con i figli Paulo e Sara (oggi vice del presidente Ferdinand Marcos). Al momento invece a sedere sulla sedia più alta della città è il figlio più giovane, Sebastian che ha già annunciato si candiderà come vice del padre alle prossime elezioni di metà mandato.
L’ “Hitler delle Filippine”
Un giro di parentele tra famiglie vicine al potere che negli anni hanno garantito all’uomo che si è definito “l’Hitler delle Filippine” (per poi scusarsi con la comunità ebraica) un’ampia zona cuscinetto in cui sono cadute le accuse e le sollecitazioni da parte della comunità internazionale di porre fine alle uccisioni indiscriminate e giustificate con la guerra al consumo di droga.
Durante il suo mandato presidenziale, oltre 6.000 persone, per lo più appartenenti alle fasce più povere della società e sospettate di essere spacciatori di droga, sono state uccise in una serie di operazioni di polizia autorizzate dallo stesso Duterte. Il numero delle vittime secondo le organizzazioni per i diritti umani è molto più alto e include dei blitz di killer assoldati dalle forze di sicurezza. Duterte ha sempre negato di aver mai approvato esecuzioni extragiudiziali, sebbene abbia minacciato apertamente di morte i sospetti e abbia ordinato alla polizia di sparare a chi opponesse resistenza in modo pericoloso.
La Corte dell’Aja
Nel febbraio del 2018 la Corte dell’Aja ha aperto un’inchiesta sui presunti crimini contro l’umanità commessi dal presidente allora in carica e come reazione il leader ha ritirato le Filippine dalla Cpi. L’inchiesta ufficiale è stata poi aperta nel 2021 ma dopo la promessa di un maggior impegno da parte delle autorità nazionali era stata sospesa per poi esser riaperta a gennaio 2023.
A quel tempo il presidente Marcos, uomo di fiducia Duterte e da sempre suo alleato aveva affermato che in nessun caso avrebbe permesso l’estradizione del vecchio leader. Ma oggi alcune frizioni tra le due famiglie mettono in pericolo la forza politica del clan di Duterte. Le divergenze sulla politica interna ed anche internazionale con Marcos, più vicino agli Usa del suo predecessore, stanno cambiando gli equilibri.