Stanno giocando a nascondino tra le basi Unifil. Gli israeliani mettono i mezzi blindati dietro alle strutture protette della missione internazionale Onu, i miliziani di Hezbollah ci piazzano i mortai. Un nascondino bellico pericolosissimo dove lo scopo non è trovare la tana che libera tutti ma ripararsi dalla pioggia di ferro, inducendo il nemico a colpire per errore i caschi blu e causare così l’incidente internazionale. «Quando si avvicinano alle nostre posizioni mettono a repentaglio la vita dei peacekeeper», denuncia Andrea Tenenti, il portavoce Unifil. «Ora le forze israeliane si sono allontanate, ma frammenti di bombe hanno toccato alcune basi, tra cui quella italiana e quella irlandese. È una situazione estrema, il conflitto nel sud del Libano si sta ingigantendo».
Era prevedibile. L’operazione lanciata il 30 settembre dallo Stato ebraico è “limitata” solo a parole, in realtà assomiglia sempre di più a un’invasione convenzionale che, tra l’altro, dal lato est del confine…
Stanno giocando a nascondino tra le basi Unifil. Gli israeliani mettono i mezzi blindati dietro alle strutture protette della missione internazionale Onu, i miliziani di Hezbollah ci piazzano i mortai. Un nascondino bellico pericolosissimo dove lo scopo non è trovare la tana che libera tutti ma ripararsi dalla pioggia di ferro, inducendo il nemico a colpire per errore i caschi blu e causare così l’incidente internazionale. «Quando si avvicinano alle nostre posizioni mettono a repentaglio la vita dei peacekeeper», denuncia Andrea Tenenti, il portavoce Unifil. «Ora le forze israeliane si sono allontanate, ma frammenti di bombe hanno toccato alcune basi, tra cui quella italiana e quella irlandese. È una situazione estrema, il conflitto nel sud del Libano si sta ingigantendo».
Era prevedibile. L’operazione lanciata il 30 settembre dallo Stato ebraico è “limitata” solo a parole, in realtà assomiglia sempre di più a un’invasione convenzionale che, tra l’altro, dal lato est del confine si sta spostando a ovest. Lo stato di allerta del contingente internazionale Unifil (10.400 soldati messi a disposizione da 50 nazioni) da giorni oscilla dal livello due al livello tre, il più alto: i militari hanno l’obbligo di rimanere nei bunker, indossare giubbotto antiproiettili ed elmetto, limitare gli spostamenti.
Il 6 ottobre una trentina di mezzi dell’Idf si trovava a 65 metri dal perimetro della base 6-52, a sud est del villaggio di Marun ar Ras che è una delle roccaforti di Hezbollah, talmente a ridosso della Linea Blu che da lì si vedono i kibbutz della Galilea. Le immagini satellitari quel giorno mostravano, oltre ai mezzi, le tracce dei bulldozer israeliani sul terreno. Nella struttura Unifil è acquartierato un battaglione misto irlandese-polacco, che ha segnalato l’incauta prossimità dell’Idf. Attorno a Marun ar Ras nelle ultime ore si è combattuto pesantemente: le truppe israeliane sono riuscite a prendere il controllo di diversi terreni e di un intero complesso edilizio, su cui hanno issato la bandiera israeliana, dopo aver fatto saltare in aria con l’esplosivo munizioni e posizioni di Hezbollah. Che, d’altra parte, smentisce di aver perso Marun ar Ras.
«Sentiamo i bombardamenti, non possiamo uscire», dicono i caschi blu della 6-52. La base è una delle 55 della missione Unifil, presente nel sud del Libano come forza di interposizione dal 1978. Un ruolo gramo, che le vale le accuse di connivenza col nemico sia da parte di Hezbollah sia da parte dagli israeliani. I comandanti delle divisioni regolari Idf sul fronte nord, a cui si è aggiunta per la prima volta una divisione di riservisti, sostengono che il lavoro dell’Unifil in tutti questi anni sia stato inutile, «perché non ha fatto rispettare la risoluzione 1701 e anzi ha permesso che Hezbollah puntasse i lanciamissili contro di noi».
In realtà, il contingente internazionale non ha potere di intervento diretto per mantenere disarmata la fascia tra il fiume Litani e il confine, come vorrebbe la risoluzione Onu. Il suo compito è addestrare l’esercito regolare locale a farlo. «Era previsto che arrivassero 15 mila soldati libanesi», spiega il portavoce Unifil. «Ma non sono mai stati più di 2 mila». Del resto, se Hezbollah è contemporaneamente milizia e parte integrante del governo di Beirut, difficile che invii l’esercito a smantellare se stessa.
Il nascondino bellico è solo l’ultimo degli attriti. Appena quattro giorni fa lo Stato maggiore dell’Idf ha chiesto con forza che 29 basi lungo la Linea Blu fossero evacuate, inclusa la 6-25, e i caschi blu venissero retrocessi di almeno cinque chilometri. Voleva campo libero. «Abbiamo consultato i vertici politici di tutte le nazioni partecipanti e abbiamo concordato di non andarcene», racconta Andrea Tenenti. La preoccupazione, però, è forte. L’Italia è in Libano con un migliaio di soldati della Brigata Sassari, siamo la nazione che offre il contributo maggiore. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha chiesto rassicurazioni al governo israeliano sulla sicurezza dei nostri soldati, che sono dislocati nel settore ovest a Shama, Naqoura e sulla costa. Unifil resta, per ora. Nonostante le bombe, le schegge, il nascondino. E la sfiducia reciproca.