L’attacco israeliano all’Unifil, l’ira di Crosetto: “Crimini di guerra”. E l’Onu potrebbe congelare la missione
di Tommaso Ciriaco , Fabio TonacciROMA – «Gli atti ostili compiuti e reiterati dalle forze israeliane potrebbero costituire crimini di guerra». Per comprendere la portata dello scontro tra il governo italiano e quello di Netanyahu dopo l’attacco alle basi Unifil, bisogna partire dalla conferenza stampa del ministro Guido Crosetto, convocata d’urgenza dopo aver chiamato l’ambasciatore di Israele a Roma per avere chiarimenti. Che secondo il titolare della Difesa non sono arrivati: «Non era in grado di fornirne. Non si tratta di un errore o di incidente, abbiamo bisogno di spiegazioni formali e reali nel più breve tempo possibile».
A conferma dell’alto livello di tensione, Crosetto parla di «gravissime violazioni delle norme del diritto internazionale, non giustificate da alcuna ragione militare». Ricorda che l’Idf aveva già chiesto a Unifil di evacuare 29 basi a ridosso del confine israelo-libanese. «Ho detto all’ambasciatore di riferire al governo israeliano che le Nazioni unite e l’Italia non possono prendere or…
ROMA – «Gli atti ostili compiuti e reiterati dalle forze israeliane potrebbero costituire crimini di guerra». Per comprendere la portata dello scontro tra il governo italiano e quello di Netanyahu dopo l’attacco alle basi Unifil, bisogna partire dalla conferenza stampa del ministro Guido Crosetto, convocata d’urgenza dopo aver chiamato l’ambasciatore di Israele a Roma per avere chiarimenti. Che secondo il titolare della Difesa non sono arrivati: «Non era in grado di fornirne. Non si tratta di un errore o di incidente, abbiamo bisogno di spiegazioni formali e reali nel più breve tempo possibile».
A conferma dell’alto livello di tensione, Crosetto parla di «gravissime violazioni delle norme del diritto internazionale, non giustificate da alcuna ragione militare». Ricorda che l’Idf aveva già chiesto a Unifil di evacuare 29 basi a ridosso del confine israelo-libanese. «Ho detto all’ambasciatore di riferire al governo israeliano che le Nazioni unite e l’Italia non possono prendere ordini da Israele, perché siamo lì in attuazione di una risoluzione dell’Onu».
È la linea concordata con Giorgia Meloni. A metà pomeriggio, si fa sentire anche la premier. «Ribadiamo con fermezza che quanto sta accadendo non è ammissibile». Insiste il ministro degli Esteri Antonio Tajani: «Non è Israele a decidere lo spostamento delle truppe dell’Onu».
Al telefono con l’ambasciatore israeliano, Crosetto è durissimo. Gli fa presente che le immagini satellitari di cui dispongono gli alleati mostrano chiaramente che non si è trattato di incidente. Ricorda all’interlocutore che l’Italia ha sostenuto con lealtà nel Consiglio di sicurezza dell’Onu la posizione israeliana, senza mai sfilarsi. Ma questa sponda diplomatica non dev’essere ritenuta scontata, e potrebbe venire meno in futuro. Per Meloni, riferiscono le stesse fonti, il rischio per Israele è «l’autoisolamento».
L’inaspettato triplice attacco dell’Idf alle strutture Unifil scava dunque una linea rossa sul martoriato terreno del Libano del Sud. Oltrepassarla di nuovo apre due scenari opposti, ma dalle conseguenze ugualmente serie: la risposta armata dei caschi blu oppure la sospensione immediata della missione, con il personale trasferito d’urgenza fuori dall’area delle operazioni. Al riguardo due navi, una italiana e una francese, che incrociano a largo delle coste libanesi, sono in pre-allerta.
Regolamento alla mano, i 10.500 caschi blu possono usare le armi in due casi: quando la vita dei civili sotto la loro tutela è a rischio e quando a essere minacciati sono i soldati stessi. È quanto è successo al quartier generale di Naqura, dove due militari indonesiani sono rimasti feriti dall’abbattimento della torre di osservazione. «Ovviamente colpire l’Idf è l’extrema ratio, l’ipotesi meno probabile», spiega a Repubblica una fonte qualificata delle nostre forze armate. Solo il capo della missione e force commander Aroldo Lazaro Saenz potrebbe autorizzare tale reazione.
La via della diplomazia è altrettanto scivolosa. Tra lunedì e martedì prossimo, Italia, Francia e Spagna si riuniranno in videoconferenza. L’idea di Roma è concordare, in sede Onu, una posizione comune nei confronti di Israele che, all’osso, è questa: in caso di altro attacco la frattura politica tra i Paesi partecipanti alla missione Unifil e lo Stato ebraico sarà inevitabile. Se addirittura le azioni dell’Idf dovessero causare vittime, il ritiro sarebbe l’esito più probabile.
Il piano è sul tavolo del governo italiano. Lo stesso vale per la Francia. Il problema è che farlo ora darebbe la sensazione di irrilevanza, quasi di fuga al cospetto della forzatura israeliana. Allo stesso modo, la Difesa studia la fattibilità dell’arretramento di cinque chilometri, come chiede Netanyahu, ma vale il discorso precedente sulla necessità di tenere il punto.
D’altra parte Giorgia Meloni — che ieri ha avuto modo di confrontarsi con il Quirinale, a sua volta in diretto contatto con Crosetto — ha fornito questa indicazione: resistere sul terreno fin quando è sostenibile. A incidere sulla linea è il contesto internazionale in rapida evoluzione, ma anche l’incognita delle presidenziali americane, fondamentali per gli equilibri in Medio Oriente.