BEIRUT – Il sole è già alto in cielo quando un primo attacco colpisce il punto di osservazione n.12, la torretta di avvistamento più avanzata gestita dalla missione Onu Unifil nel sud del Libano, al confine con Israele. Da un Merkava israeliano partono due colpi, il primo la sfiora, il secondo la rade al suolo. Finiscono in ospedale i due militari indonesiani che erano di guardia, feriti in maniera lieve. «Non è possibile che sia stato un errore. Il carro armato ha puntato deliberatamente su di noi», racconta all’Ansa un militare italiano che era sul posto.
Negli stessi minuti, altri spari colpiscono la postazione 1-31, anche questa gestita dal contingente italiano, che è vicina alla collina di Labbune, dove da giorni infuria la battaglia tra gli israeliani, che tentano di sfondare con i corazzati in territorio libanese, e Hezbollah che risponde con missili anticarro. Un drone vola sopra la postazione, poi gli spari colpiscono l’ingresso del bunker dove i caschi blu si stavano rifug…
BEIRUT – Il sole è già alto in cielo quando un primo attacco colpisce il punto di osservazione n.12, la torretta di avvistamento più avanzata gestita dalla missione Onu Unifil nel sud del Libano, al confine con Israele. Da un Merkava israeliano partono due colpi, il primo la sfiora, il secondo la rade al suolo. Finiscono in ospedale i due militari indonesiani che erano di guardia, feriti in maniera lieve. «Non è possibile che sia stato un errore. Il carro armato ha puntato deliberatamente su di noi», racconta all’Ansa un militare italiano che era sul posto.
Negli stessi minuti, altri spari colpiscono la postazione 1-31, anche questa gestita dal contingente italiano, che è vicina alla collina di Labbune, dove da giorni infuria la battaglia tra gli israeliani, che tentano di sfondare con i corazzati in territorio libanese, e Hezbollah che risponde con missili anticarro. Un drone vola sopra la postazione, poi gli spari colpiscono l’ingresso del bunker dove i caschi blu si stavano rifugiando. Il terzo attacco è alla 1-32A, la palazzina simbolo della missione di peacekeeping che fu voluta con forza anche dall’Italia nel 2006 per porre fine al conflitto con Israele. In quell’edificio, l’Onu teneva gli incontri tripartito, con israeliani ed Hezbollah, un lavoro di mediazione che per 18 anni è stato essenziale alla pace.
La zona di confine è fatta di colline, campi e frutteti. Tutte le basi, le postazioni e i punti di osservazione Unifil a ridosso della Linea Blu, così come i mezzi su cui si spostano i soldati, sono chiaramente riconoscibili, strutture bianche con le scritte azzurre delle Nazioni Unite. Il triplice attacco di ieri è la sequenza di una escalation che montava da giorni. Martedì i soldati israeliani avevano già sparato alle telecamere di sorveglianza della 1-31, che significa chiudere gli occhi ai caschi blu, lasciarli senza visuale, e isolati, nel corridoio di Labbune che le truppe dell’Idf considerano strategico per sfondare. Gli scontri in quel settore sono intensi, Hezbollah ieri mattina mostrava i video di un Merkava in fiamme. I combattenti sciiti rivendicano di averlo colpito due volte, la prima per farlo saltare e la seconda per bloccare i reparti che stavano intervenendo per prelevare i soldati feriti.
«L’ attacco contro le nostre basi è stato deliberato e intenzionale», denuncia l’Unifil, che al confine schiera circa 11mila soldati, 1.200 sono italiani, tra i contingenti più numerosi. Avevamo «ordinato alle forze Onu nell’area di rimanere in spazi protetti» perché avremmo avviato «operazioni contro Hezbollah che agisce all’interno e in prossimità di aree civili nel Libano meridionale, comprese le aree vicine alle postazioni Unifil», è la spiegazione dell’esercito israeliano che da giorni fa pressione perché i caschi blu sgomberino l’area, si ritirino ad almeno 5 miglia dal confine. Venerdì scorso avevano chiesto agli irlandesi di abbandonare le postazioni, il presidente Michael D. Higgins gli aveva risposto un secco no, come ieri ha fatto il ministro della Difesa Guido Crosetto, chiarendo che «né l’Onu né l’Italia prendono ordini da Israele». Andrea Tenenti, portavoce dell’Unifil, assicura che la missione non si muove. «Restiamo nelle nostre basi a fare il nostro dovere, nel perimetro della nostra sicurezza, fin quando ci sarà consentito dall’Onu e dalla Difesa».
È uno scontro frontale, che manda in subbuglio le cancellerie occidentali, gli americani esprimono «preoccupazione», Borrell parla di «atto inammissibile», interviene anche la Cina che chiede un’indagine: «I responsabili paghino».
In serata, l’offensiva israeliana si allarga anche a Beirut, dove un bombardamento in centro città fa una strage: 22 morti e 117 feriti, il bilancio provvisorio. Il missile è arrivato su un’area considerata “sicura”, nel quartiere densamente popolato di Nweiri, non distante dal museo nazionale e dall’università di Scienze. Non era stato dato nessun avviso di evacuazione. Gli israeliani cercavano Wafik Safa, cognato di Nasrallah ed eminenza grigia di Hezbollah, l’uomo che tiene i rapporti con gli altri partiti politici libanesi e con gli alleati nella regione. Hezbollah dice che è vivo, non era nell’appartamento. Il senso di insicurezza adesso attraversa tutta Beirut.