I ministri pronti a dare a Netanyahu il via libera all’attacco contro l’Iran
dalla nostra inviata Francesca CaferriGERUSALEMME – Israele aspetta con il fiato sospeso la inevitabile risposta all’attacco lanciato il 1 ottobre dall’Iran sul Paese, come conseguenza degli attacchi che in luglio e settembre hanno ucciso il leader di Hamas Ismail Haniyeh e quello di Hezbollah Hassan Nasrallah a Teheran e Beirut.
Come e quando questa risposta arriverà non è chiaro; che ci sarà è ancora più chiaro da ieri sera, quando il gabinetto di sicurezza israeliano si è riunito per approvare l’azione mettendo nelle mani del premier Benjamin Netanyahu e del ministro della Difesa Yoav Gallant la scelta finale. Poco trapela dalla Kirya, il quartier generale della Difesa di Tel Aviv: così come poco era trapelato dalla Casa Bianca dopo la telefonata di due giorni fa tra il presidente americano Joe Biden e la sua vice Kamala Harris da una parte e Benjamin Netanyahu dall’altra.
Quello che è chiaro è cosa gli americani non vogliono: non un attacco ai siti nucleari iraniani, percepito come un punto di non ritorno capa…
GERUSALEMME – Israele aspetta con il fiato sospeso la inevitabile risposta all’attacco lanciato il 1 ottobre dall’Iran sul Paese, come conseguenza degli attacchi che in luglio e settembre hanno ucciso il leader di Hamas Ismail Haniyeh e quello di Hezbollah Hassan Nasrallah a Teheran e Beirut.
Come e quando questa risposta arriverà non è chiaro; che ci sarà è ancora più chiaro da ieri sera, quando il gabinetto di sicurezza israeliano si è riunito per approvare l’azione mettendo nelle mani del premier Benjamin Netanyahu e del ministro della Difesa Yoav Gallant la scelta finale. Poco trapela dalla Kirya, il quartier generale della Difesa di Tel Aviv: così come poco era trapelato dalla Casa Bianca dopo la telefonata di due giorni fa tra il presidente americano Joe Biden e la sua vice Kamala Harris da una parte e Benjamin Netanyahu dall’altra.
Quello che è chiaro è cosa gli americani non vogliono: non un attacco ai siti nucleari iraniani, percepito come un punto di non ritorno capace di accelerare un’escalation regionale. Non un attacco alle infrastrutture petrolifere, che potrebbe scatenare una reazione verso i pozzi degli alleati (Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti) nell’area e far schizzare in alto il prezzo del carburante in America a meno di un mese dalle elezioni del 5 novembre.
Ieri il New York Times spiegava che se questi punti sono stati esplicitati da un irritato Biden a Netanyahu, non è evidente come il primo ministro reagirà, visto che negli ultimi mesi ha messo da parte più di una volta il punto di vista degli americani per agire di testa propria. A sostenere la posizione di Biden ci sono i Paesi del Golfo — Arabia Saudita, Emirati arabi uniti e Qatar — che ieri hanno fatto arrivare alla Casa Bianca il messaggio, riportato dall’agenzia Reuters, che non accetteranno il passaggio di caccia israeliani nei loro spazi aerei. Una delle ipotesi è la possibilità che Israele decida per azioni mirate come quella che a luglio ha ucciso Haniyeh a Teheran.
In attesa di un’escalation che qui è percepita come irreversibile, lontana dagli occhi dei media locali, prosegue l’offensiva su Gaza. Le truppe israeliane sono ancora concentrate nel nord della Striscia, che pure nei mesi scorsi avevano colpito a più riprese: ieri 28 persone sono state uccise nel bombardamento di un rifugio nel campo profughi di Jabalia. L’obiettivo dell’esercito israeliano era un uomo di Hamas.