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Rivolte, Europa e milionari in fuga: che cosa ci dicono i primi 100 giorni al potere di Keir Starmer

Dopo un ottimo inizio, il primo ministro britannico è crollato nei sondaggi: per alcune scelte impopolari, ma anche per un certo modo di fare politica
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LONDRA - Che cosa ha fatto il Labour nei primi cento giorni di governo, che si compiono oggi, sabato 12 ottobre? E che cosa abbiamo capito di Sir Keir Starmer? È davvero l’erede di Tony Blair? E il primo ministro britannico può davvero essere un esempio per il centrosinistra progressista europeo?

Di certo, “la luna di miele” con gli elettori è già finita. Secondo una ultima rilevazione di Ipsos, Starmer aveva un gradimento di +6 tra la popolazione britannica, dopo la vittoria alle elezioni in luglio. Ora, è precipitato a - 21. Al momento, il 26% dei britannici ha un’opinione favorevole nei confronti del primo ministro, contro il 52% di coloro che invece lo considerano al momento non meritevole del loro sostegno.

Simile un altro sondaggio YouGov, solo il 27% approva sinora l’operato di Starmer, una percentuale addirittura inferiore al leader del partito di destra e xenofobo Reform UK. Per fare un paragone, Blair entrò a Downing Street con il 60% di approvazione nei sondaggi e ci m…

LONDRA - Che cosa ha fatto il Labour nei primi cento giorni di governo, che si compiono oggi, sabato 12 ottobre? E che cosa abbiamo capito di Sir Keir Starmer? È davvero l’erede di Tony Blair? E il primo ministro britannico può davvero essere un esempio per il centrosinistra progressista europeo?

Di certo, “la luna di miele” con gli elettori è già finita. Secondo una ultima rilevazione di Ipsos, Starmer aveva un gradimento di +6 tra la popolazione britannica, dopo la vittoria alle elezioni in luglio. Ora, è precipitato a - 21. Al momento, il 26% dei britannici ha un’opinione favorevole nei confronti del primo ministro, contro il 52% di coloro che invece lo considerano al momento non meritevole del loro sostegno.

Simile un altro sondaggio YouGov, solo il 27% approva sinora l’operato di Starmer, una percentuale addirittura inferiore al leader del partito di destra e xenofobo Reform UK. Per fare un paragone, Blair entrò a Downing Street con il 60% di approvazione nei sondaggi e ci mise tre anni per far crollare il suo consenso - complice, in gran parte, la controversa guerra in Iraq.

Che cosa è andato storto per Starmer? E perché non sta convincendo i britannici? Partiamo dal suo inizio molto positivo. Il primo ministro britannico, in campagna elettorale, ha avuto gioco facile contro i conservatori afflitti da scandali, caos e disastri economici alla Liz Truss. Difatti, Starmer e il suo team hanno lasciato autodistruggersi i tory, mentre il Labour ha preferito essere sempre molto cauto, presentandosi come “gli adulti nella stanza” e come persone responsabili.

Questa strategia, almeno all’opposizione, ha pagato. Lo scorso luglio il Labour ha vinto le elezioni con una maggioranza monstre di 411 seggi su 650, ma allo stesso tempo con una delle percentuali di voto popolare più basse di sempre: 33,6% dei voti contro il 23,7 dei collassati conservatori di Sunak. Pure Starmer ha faticato non poco nel suo seggio di Holborn. Insomma, il leader laburista non è mai stato molto amato in generale dai britannici, ma il controverso sistema elettorale secco uninominale first past the post gli ha permesso di ottenere una vittoria storica.

Appena arrivato a Downing Street, Starmer subito ospita il vertice europeo Epc (European Political Community) con grande statura politica, viene accolto da Joe Biden in ambito del vertice Nato, inizia, con grande spirito costruttivo, i colloqui con la Ue per il “reset”, come lo chiama lui: ossia ricostruire i rapporti tra Uk e Unione Europea e far sì che Londra di riavvicini al Vecchio Continente. Infine, ecco i “riots", dopo l’orrenda uccisione di tre bambine a Southport per mano di un minorenne britannico di genitori ruandesi: Starmer, ex procuratore generale della Corona, dimostra di avere il pugno di ferro e in pochi giorni riesce a soffocare le rivolte di estrema destra e razzisti.

Insomma, nel suo primo mese di governo Sir Keir dimostra di saperci fare e di avere subito una spiccata autorità, nonostante i 14 anni del Labour passati all’opposizione. Ma proprio questa astinenza del partito dal potere, inizia presto a farsi pesare. Il primo errore sono i tagli ai benefit di grandissima parte dei pensionati (winter fuel payment), giustificati dal rinvenimento di “un buco delle finanze da 22 miliardi di sterline lasciato dai conservatori”. La misura è decisamente impopolare. Ma la cancelliera dello Scacchiere Rachel Reeves, prima donna ministra delle Finanze della Storia britannica e “Lady di Ferro” delle finanze nel Labour, non fa marcia indietro, in vista della legge di bilancio del prossimo 30 ottobre. Un tema che ha “inquinato” anche l’annuale conferenza di partito a Liverpool due settimane fa, che invece avrebbe dovuto celebrare, insieme agli iscritti, il trionfo del Labour dello scorso luglio.

Il Labour deve fare cassa e dunque, il 30 ottobre, ci si aspetta anche un sostanzioso aumento delle tasse sui "capital gains”, ossia sui profitti da fondi e altri asset finanziari e proprietà immobiliari che, alla vendita, hanno un valore superiore rispetto a quello dell’acquisto. Imposte che attualmente oscillano tra il 20 e il 28%, ma che, in alcuni casi secondo una anticipazione del Guardian, potrebbero presto salire addirittura fino al 39%. Una mossa radicale e, per i suoi critici, altamente controproducente per l’economia britannica, visto che sono migliaia i milionari già in fuga.

Con queste misure, Keir Starmer parla di “risistemare le fondamenta” del Regno Unito, per cercare di trasmettere sicurezza nella popolazione. Ma l’effetto è stato contrario. Molti più britannici si sentono insicuri riguardo al loro futuro, vista la manovra “lacrime e sangue” che si attende tra due settimane. E soprattutto il primo ministro e il suo esecutivo, al di là dell’obiettivo di rimettere a posto i conti, una volta arrivati al governo non sono riusciti a fornire quella visione, quell’ottimismo, quella speranza che invece erano intrinseche in Blair.

Insomma, col passare delle settimane, Starmer e il Labour sono apparsi sempre più cupi e piatti, senza quella spinta, quel brio e quell'ebbrezza politica che invece dovrebbe far frizzare un governo, soprattutto quando è in difficoltà, anche per distogliere l’attenzione.

Invece, questo acume politico è mancato anche perché a Downing Street è presto scoppiata una lacerante faida alla House Of Cards, tra l'austera e potentissima capa dello staff Sue Gray - la funzionaria di Number 10 che per prima inchiodò Boris Johnson nell’inchiesta Partygate e arruolata dal Labour per la difficile transizione da opposizione a governo - e il guru elettorale di Starmer, l’irlandese Morgan McSweeney, artefice della svolta centrista del Labour post Corbyn.

Una battaglia interna che ha ingessato il governo e che è stata combattuta anche a colpi di briefing e leak da parte di coloro che non sopportavano Gray, che aveva accentrato sempre più il potere nelle sue mani, incluso l’accesso al primo ministro. Alla fine, l’ha spuntata McSweeney. Che seppur geniale, non ha alcuna esperienza di governo. Vedremo ora come cambieranno strategia e propaganda a Downing Street.

Allo stesso tempo, la vicenda dei regali, dei vestiti e degli occhiali di marca per 100mila sterline regalati a Starmer e moglie Victoria dal loro massimo finanziatore Lord Alli, ha inevitabilmente incrinato quell’aura integerrima del leader ed incorruttibile ex procuratore. Sono così cresciuti i sospetti di influenze indebite su Starmer e il partito, vedi per esempio anche il caso della scorta di Stato a Taylor Swift.

Nulla di illegale, si è trattato di donazioni sempre dichiarate. Ma forse proprio questo è il punto. Da ex magistrato, Starmer ha pensato che restare nelle regole fosse sufficiente, soprattutto il caso degli omaggi. Invece, la politica è anche opportunismo, immagine, reputazione, soprattutto tra le classi più svantaggiate. Questa vicenda, per uno che comunque guadagna circa 200mila euro lordi all’anno e possiede una casa del valore di circa 3 milioni di euro nella londinese Kentish Town, lo ha alienato da buona parte proprio della working class da cui Sir Keir si vanta di provenire.

Tutto questo ha contribuito a lenire sensibilmente l’immagine di Starmer, e il suo latitante carisma non aiuta di certo. Sì, il Labour ha anche fatto o promesso anche tante altre cose audaci, come una riforma del lavoro molto di sinistra, il fatto che alla prossima legge di bilancio pagheranno soprattutto i ricchi (pensionati a parte) e una volontà cristallina di voler riavvicinarsi il più possibile all’Europa (nonostante tutte le complicazioni della missione).

Ma Starmer e il suo esecutivo sinora hanno mostrato un atteggiamento talvolta tipico di un’opposizione, e non di un partito al potere, facendosi travolgere dagli eventi e senza mai prendere in pugno la situazione e capovolgere la narrativa. Come diceva Obama: “When in trouble, go big”. Nelle difficoltà, gioca al rialzo. Sinora, Starmer e i suoi a Downing Street non hanno avuto il coraggio di farlo.

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