Trump alla conquista dei tifosi d’acciaio: la sfida per i voti della Pennsylvania passa dal football americano
dal nostro inviato Marco ContiniPITTSBURGH — È possibile che una palla ovale sia lo strumento ideale per entrare nello Studio Ovale? A sentire Angi Horn, stratega del team Trump, assolutamente sì: “Uno stadio di football, in autunno, è l’unico posto dove si possono trovare 100 mila elettori potenziali tutti insieme”, ha detto due settimane fa per spiegare come mai, nel bel mezzo della campagna presidenziale, il suo datore di lavoro abbia deciso di assistere alla partita tra l’Università dell’Alabama e quella della Georgia: “Ottenere una copertura mediatica del genere costerebbe milioni, così invece è gratis”. Ma non si tratta soltanto di farsi vedere in pubblico: da anni Trump usa il football americano come arma politica, e non ha mai smesso.
Lo scontro tra Trump e Kaepernick
Nel 2016, durante la sua prima campagna elettorale, si mise alla…
PITTSBURGH — È possibile che una palla ovale sia lo strumento ideale per entrare nello Studio Ovale? A sentire Angi Horn, stratega del team Trump, assolutamente sì: “Uno stadio di football, in autunno, è l’unico posto dove si possono trovare 100 mila elettori potenziali tutti insieme”, ha detto due settimane fa per spiegare come mai, nel bel mezzo della campagna presidenziale, il suo datore di lavoro abbia deciso di assistere alla partita tra l’Università dell’Alabama e quella della Georgia: “Ottenere una copertura mediatica del genere costerebbe milioni, così invece è gratis”. Ma non si tratta soltanto di farsi vedere in pubblico: da anni Trump usa il football americano come arma politica, e non ha mai smesso.
Lo scontro tra Trump e Kaepernick
Nel 2016, durante la sua prima campagna elettorale, si mise alla testa della Vandea contro i giocatori che – in segno di protesta per la brutalità della polizia, soprattutto nei confronti degli afroamericani, agli albori del movimento Black Lives Matter – avevano iniziato a inginocchiarsi mentre negli stadi suonava l’inno nazionale; e l’anno successivo, quando già era il Comandante in Capo, diede a intendere che era merito suo se Colin Kaepernick, il quarterback dei San Francisco 49ers che aveva ideato la protesta, non era più riuscito a trovare una sola squadra che lo ingaggiasse: “Ho parlato con i proprietari”, disse in modo obliquo.
L’aiuto di Musk a Trump
Quest’anno, nuovamente a caccia di facili consensi, si è lanciato in una filippica contro una regola appena approvata dalla National Football League – una cosa minimale, che non cambia nulla nella dinamica del gioco e che ha il solo scopo di ridurre gli infortuni più gravi – tuonando: “Che stanno facendo? È l’inizio della fine!”. Domenica scorsa, invece, ha mobilitato il suo testimonial più famoso, Elon Musk: Mister Tesla si è presentato nella tribuna vip dello stadio di Pittsburgh, dove gli Steelers ospitavano i Cowboys di Dallas, sventolando un Terrible towel, l’asciugamano giallo che dal 1975, quando con l’inflazione alle stelle innescata dallo shock petrolifero nessuno aveva soldi da buttare, è il vessillo ufficiale della squadra locale. Poi, già che c’era. Musk ha fatto sapere urbi et orbi che, nell’intervallo della partita, ha telefonato al governatore della Pennsylvania Josh Shapiro per annunciargli l’intenzione di espandere i suoi investimenti in città, senza però spiegare come né quando.
Elon Musk non fa niente per caso. E anche se in passato si era spacciato per un tifoso dei Philadelphia Eagles (che è come tifare contemporaneamente per l’Inter e per il Milan), il suo blitz aveva uno scopo preciso: far sentire alla Steeler Nation – la squadra di Pittsburgh è la terza d’America con oltre 6 milioni di sostenitori che riempiono gli stadi tutte le domeniche ovunque i loro beniamini vadano a giocare – che lui, e per la proprietà transitiva anche Trump, è con loro.
L’importanza della Pennsylvania per Trump
Ma perché proprio Pittsburgh? La scusa è che Musk era in zona, dato che sabato pomeriggio era stato a Butler, a trentacinque miglia di distanza, per celebrare il ritorno di Trump sul luogo del fallito attentato di luglio. Il motivo strategico, invece, è che in questa città nata alla convergenza di tre fiumi, l’Allegheny, il Monongahela e l’Ohio – 370 mila abitanti nel comune vero e proprio, 2,3 milioni nell’area metropolitana – si gioca una bella fetta della presidenza che verrà. La Pennsylvania, ormai è acclarato, è lo Stato più ballerino dell’Unione, con i sondaggi che danno Kamala Harris in vantaggio minimo - l’1 per cento, ampiamente dentro il margine statistico di errore. Ma mentre Philadelphia per i Repubblicani è inattaccabile (lì alle scorse elezioni presero un misero 18%), e le aree rurali del centro dello Stato sono invece solidamente nel campo di Trump, qui la battaglia è ancora un’incognita. Nel 2020 i Democratici s’imposero 59-41, e conquistare un paio di punti in più, o in meno, può significare vincere o perdere tutto: la Pennsylvania in primis e, per effetto delle combinazioni tra Stati rossi e Stati blu – l’intera elezione.
La storia degli Steelers
Con il campionato di football iniziato da poche settimane, (e con gli Steelers che non si capisce ancora se siano una compagine mediocre o una candidata al trionfo), intercettare la passione dei tifosi, in un luogo dove tutti, ma proprio tutti, vanno regolarmente in giro vestiti coi colori nero e giallo della squadra, diventa un ottimo investimento politico. Diversamente da quanto avviene in altre città, infatti, gli Steelers sono Pittsburgh. Basti pensare al nome (I Siderurgici, nome scelto con un referendum cittadino alla fine della Seconda guerra mondiale), o al simbolo (copiato di sana pianta dalla confindustria locale, tre rombi colorati rossi gialli e blu a indicare carbone, ferro e altri metalli, i componenti base dell’acciaio). Perché fino alla metà degli anni Ottanta, Pittsburgh viveva quasi solo di quello, e anche chi in fonderia non ci ha mai messo piede sente quella storia come la propria. Che la Nazione Siderurgica, la Steeler Nation, voti in modo compatto è ancora tutto da dimostrare (sondaggi specifici non ce ne sono), ma che rappresenti l’anima della città è un dato di fatto. E se qualcuno riesce a metterci il cappello sopra, ha fatto Bingo.
Il football americano e la politica
“Il football è una strana creatura – ci spiega Chris Bonneau, professore di Scienze Politiche alla Pittsburgh University che tiene un corso su “Sport e Politica” – fatta di squadre i cui proprietari sono tutti bianchi ricchissimi, la cui forza lavoro è per la stragrande maggioranza nera cresciuta in povertà e la cui tifoseria è mista, ma in maggioranza bianca e della middle class. Ed essendo uno sport violento, tende a fare della rudezza un valore”, un modo elegante per dire che chi segue questo sport ha un’inclinazione quasi naturale a identificarsi con i conservatori.
Ma c’è dell’altro: “Il nocciolo duro dei tifosi degli Steelers sono gli Yinzers (antico termine scozzese che identifica i nativi pittsburghesi): operai delle fonderie, o figli e nipoti di, che dopo essersi costruiti un discreto benessere nelle fabbriche sindacalizzate, con la crisi verticale della siderurgia sono rimasti traumatizzati. E ora, benché l’industria dell’acciaio sia praticamente sparita, hanno introiettato una mentalità isolazionista, per paura che il libero mercato e la globalizzazione si portino via il resto. Su di loro la promessa di appesantire con i dazi i prodotti d’importazione, aprendo una nuova stagione di protezionismo economico, esercita un certo fascino. Questo non significa che votino necessariamente per Trump, ma il mood è questo”.
D’altronde, la narrativa trumpiana per cui il mondo sta andando a rotoli e il passato è una meta da riconquistare, calza a pennello anche nel football: nella seconda metà degli anni Settanta, pochi anni prima che la Us Steel annunciasse dall’oggi al domani la chiusura di 12 stabilimenti tra Pittsburgh e dintorni, gli Steelers vinsero 4 campionati nell’arco di sei stagioni (’74, ’75, ‘78 e ’79). Nei 43 anni successivi, soltanto due (2005 e 2008).
Harris, un cognome diffusissimo
Complice il fatto che è il 25° cognome più diffuso d’America, il nome Harris in questa vicenda esercita un ruolo tutto particolare: c’è Kamala, naturalmente, che vuol diventare presidente; ma c’è anche Najee Harris, l’attuale e amatissimo running back degli Steelers (in sostanza, il panzer che palla in mano cerca di sfondare la linea di difesa avversaria); e c’è soprattutto Franco Harris, figlio di un soldato americano che dalla campagna d’Italia, nel ’45, si portò in America la moglie Gina Parenti da Pietrasanta, Lucca. Franco, running back degli Steelers pure lui, morto due anni fa, passò alla storia nel 1972 per aver raccolto e portato in meta una carambola incredibile, all’ultimo secondo dei quarti di finale contro Oakland. Prontamente ribattezzata “l’Immacolata Ricezione”, l’azione di Harris sta al football americano come il gol della “Mano de Dios” con cui Maradona eliminò l’Inghilterra nei mondiali del 1986 sta al calcio.
L' "Immacolata ricezione"
Visto che non solo Kamala, ma anche Najee e Franco non hanno mai nascosto la loro fede Democratica, con una Trinità del genere non ci sarebbe nulla da temere. Harris for president, qualunque Harris sia. E invece…
Il voto americano e la prudenza dei giocatori
Lefty’s, nello Strip District, è uno dei principali luoghi di ritrovo della tifoseria dove Jay, tra una birra e l’altra, cerca di scaldare il clima in vista della partita con i Cowboys. Afroamericano, trumpiano pentito - “Nel 2016 ho votato per lui, ora ho visto chi è veramente e me ne guardo bene” – non nasconde la sua delusione per la scarsa aggressività dei Democratici nel cercare di conquistare le simpatie dei tifosi: “L’altro giorno Brett Favre (ex campionissimo dei Green Bay Packers, ora malato di Parkinson anche a causa delle botte prese in campo) ha fatto sapere al mondo intero che voterà per Donald Trump. Qui sappiamo tutti che l’allenatore Mike Tomlin, Najee Harris e un sacco di altri giocatori degli Steelers sono tutti Democratici, ma ce ne fosse uno che prenda un microfono in mano e dica apertamente ‘Votate per Kamala’. Niente”. Jay è un fiume in piena: “Tirino fuori il coraggio, escano allo scoperto, avrebbe un impatto enorme!”. Parola di tifoso.
Il professor Bonneau, invece, non ne è tanto convinto: “Secondo me cambierebbe poco. La gente si è già fatta un’idea, e chi ancora oggi si dichiara indeciso, vedrete, alla fine non andrà a votare affatto. Tomlin poi è un coach molto controverso, o lo ami o lo odi, in più è di colore e ancora c’è gente che alla partita gli urla ‘sporco negro’. La verità è che queste dichiarazioni pubbliche di voto hanno un bell’impatto ottico, ma al lato pratico spostano pochissimo. Al massimo, uno come Tomlin potrebbe far crescere un po’ l’affluenza dei neri”. Che male, comunque, non farebbe…“E poi – rilancia Bonneau – c’è sempre l’effetto Kaepernick. I giocatori in attività hanno paura a esporsi, temono rappresaglie, di perdere il lavoro. Quella vicenda è ancora un monito”.
Pennsylvania in bilico
Non solo per gli atleti, a dire il vero. Anche per i padroni più illuminati. Daniel Milton Rooney, che era il proprietario degli Steelers, nel 2008 fece il suo endorsement per Barack Obama (e venne premiato con la nomina a ambasciatore in Irlanda). Oggi lui è morto e suo figlio, Art junior, è molto più cauto: se in passato gli Steelers si erano esposti senza timori e avevano mobilitato le proprie risorse per portare pasti caldi agli scrutatori nei seggi, ora volano bassi e si impegnano in iniziative più neutre, come sostenere una fondazione bipartisan che aiuta a portare alle urne gli elettori anziani o malati. Sintesi eloquente di un dipendente di cui rispetteremo l’anonimato: “In questo ambiente, di più non si può fare”.
Domenica sera, con le squadre già a bordocampo, su Pittsburgh si è abbattuto un temporale spaventoso, e la partita è stata rinviata di un’ora e mezzo. Passata la tempesta, la sfida è stata combattutissima, un testa a testa deciso a venti secondi dalla fine da un touchdown della squadra venuta dal Texas, roccaforte inespugnabile di Donald Trump. Che fosse un segnale del Cielo?