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L’angoscia dei libanesi: “Assediati dalla guerra, solo Unifil ci aiuta a restare nei villaggi”

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Il racconto. Nel sud del Paese i caschi blu sono essenziali per consegnare i beni di prima necessità alla popolazione circondata dagli scontri tra Israele ed Hezbollah
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BEIRUT — Aspettavano tutti il carburante a Rmeich. È arrivato ieri mattina, con un convoglio scortato dall’esercito libanese, e grazie alla copertura di Unifil. Rmeich è un villaggio cristiano proprio a ridosso della Linea Blu, due chilometri da Israele, ci vivono ancora 6mila persone, civili che non vogliono lasciare le loro case. Le strade per arrivare da Beirut o da Tiro sono esposte al fuoco dell’artiglieria, ai bombardamenti, ai frammenti di missili che cadono quando la contraerea israeliana intercetta i razzi di Hezbollah. Nel paese non ci sono stati attacchi diretti, ma alcune case sono crollate sotto l’onda d’urto delle esplosioni. Frutta, verdure, acqua, medicinali non arrivano più dai villaggi vicini. «Possiamo solo muoverci con l’esercito libanese, coordinandoci giorni prima per i rifornimenti», ci racconta al telefono il sindaco di Rmeich, Milad el Alam, in un raro momento in cui la connessione funziona.

Nessuno se n’è andato, ci tengono a dire, ma il paese è circon…

BEIRUT — Aspettavano tutti il carburante a Rmeich. È arrivato ieri mattina, con un convoglio scortato dall’esercito libanese, e grazie alla copertura di Unifil. Rmeich è un villaggio cristiano proprio a ridosso della Linea Blu, due chilometri da Israele, ci vivono ancora 6mila persone, civili che non vogliono lasciare le loro case. Le strade per arrivare da Beirut o da Tiro sono esposte al fuoco dell’artiglieria, ai bombardamenti, ai frammenti di missili che cadono quando la contraerea israeliana intercetta i razzi di Hezbollah. Nel paese non ci sono stati attacchi diretti, ma alcune case sono crollate sotto l’onda d’urto delle esplosioni. Frutta, verdure, acqua, medicinali non arrivano più dai villaggi vicini. «Possiamo solo muoverci con l’esercito libanese, coordinandoci giorni prima per i rifornimenti», ci racconta al telefono il sindaco di Rmeich, Milad el Alam, in un raro momento in cui la connessione funziona.

Nessuno se n’è andato, ci tengono a dire, ma il paese è circondato, sotto assedio. «Il comune si coordina con i militari, che parlano con Unifil che a sua volta contatta gli israeliani per dare copertura ai convogli che portano le scorte», spiega Wissam. «Finora ha funzionato, ma se continua così nei prossimi giorni potrebbe non essere più possibile. Gli incidenti con i contingenti Onu aggravano la situazione. Per noi è fondamentale che restino, sono gli unici che possono muoversi, almeno lo erano finora».

È il fronte civile del sud del Libano, dove molti paesini si sono svuotati, ma in altri vivono ancora migliaia di persone. Già prima della guerra, Unifil svolgeva un lavoro essenziale a sostegno della popolazione locale, c’è un nucleo dedicato che se ne occupa, facevano progetti per portare l’energia elettrica dove non c’è o consegnare medicinali nei villaggi più remoti. La guerra e ora gli attacchi israeliani riducono le possibilità di azione dei contingenti internazionali, ma il lavoro di coordinamento con l’esercito libanese è essenziale per assistere i civili. Non solo. Le basi hanno tra i loro compiti anche offrire rifugio alla popolazione in caso di pericolo.

Qlayaa è un altro villaggio cristiano al confine, guarda la città israeliana di Metullà, a meno di due chilometri. Dal 1978 fino al 2000 fu occupato dagli israeliani, con la pressione di Hezbollah intorno. Alcuni si schierarono con Israele, altri si opposero.

La guerra adesso torna ma Yassin, 28 anni, e la sua famiglia non se ne sono andati, come loro un migliaio di abitanti. «Sentiamo esplosioni e combattimenti ogni cinque minuti. Non hanno colpito il nostro paese ma sono caduti frammenti di missili quando la contraerea israeliana ha fatto esplodere i razzi in arrivo dal Libano e un paio di palazzi hanno subito danni». Perché non scappare? «Se lasciamo il villaggio verrà distrutto e non avremo nulla a cui tornare. Cerchiamo di tenerlo al riparo da movimenti militari, ci assicuriamo che non vengano sparati missili dalle nostre zone e resistiamo fin quando è possibile».

A una decina di chilometri c’è il contingente spagnolo dell’Unifil e più vicina la base dell’esercito libanese (Laf). Due giorni fa sono riusciti a far arrivare un medico a Qlayaa, è un dottore del posto, ha fatto da solo la strada da Beirut fino al presidio delle Laf e da lì l’hanno scortato al villaggio. E i mille di Qlayaa hanno tirato un sospiro di sollievo perché l’ospedale più vicino, a Marjayoun, è chiuso. La chiesa del Paese si sta dando da fare per far arrivare cibo e carburante, l’esercito dà una mano coordinandosi con l’Unifil per i rifornimenti. Le scuole sono chiuse: volevano organizzare le lezioni online, ma la connessione non tiene. Qualche negozio apre un po’ la mattina, ma per la maggior parte del tempo gli abitanti di Qlayaa restano in casa. «Il problema è che tra un po’ inizierà il periodo per la raccolta delle olive e qui molti vorrebbero provare a farla. Quasi tutti hanno il campo, Qlayaa vive di olio», dice Yassin che questa angoscia l’ha già vissuta, le bombe, i tank, le esplosioni che non ti fanno dormire la notte. «Nel 2006 resistemmo per più di 30 giorni, poi la mia casa fu bombardata e ci evacuarono: l’esercito libanese e le Nazioni Unite. Tre giorni dopo, la guerra finì. Adesso spero solo che finisca una volta per tutte».

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