GERUSALEMME — Ventidue morti ieri, 150 in una settimana: decine di migliaia di persone bloccate in ciò che resta delle loro case dopo avervi fatto ritorno nei mesi scorsi, quando l’offensiva israeliana sul nord di Gaza sembrava essere conclusa. Così non era. Con gli occhi del mondo fissati sul Libano, negli ultimi giorni Israele ha lanciato nuovi, continui attacchi contro il campo profughi di Jabalia, nel nord della Striscia appunto, già teatro di durissimi combattimenti nelle prime settimane di guerra, un anno fa.
Tre gli obiettivi che persegue il governo Netanyahu, ci racconta chi sta seguendo da vicino la manovra: i primi due, scontati, sono fermare le cellule che Hamas ha ricostruito nella zona ed esercitare la massima pressione militare nella convinzione che questo possa facilitare il ritorno degli ostaggi. Il terzo, meno evidente, è aprire la strada al controllo totale degli aiuti umanitari che il premier punta ad ottenere: lo scopo di questa manovra è togliere ad Hamas l…
GERUSALEMME — Ventidue morti ieri, 150 in una settimana: decine di migliaia di persone bloccate in ciò che resta delle loro case dopo avervi fatto ritorno nei mesi scorsi, quando l’offensiva israeliana sul nord di Gaza sembrava essere conclusa. Così non era. Con gli occhi del mondo fissati sul Libano, negli ultimi giorni Israele ha lanciato nuovi, continui attacchi contro il campo profughi di Jabalia, nel nord della Striscia appunto, già teatro di durissimi combattimenti nelle prime settimane di guerra, un anno fa.
Tre gli obiettivi che persegue il governo Netanyahu, ci racconta chi sta seguendo da vicino la manovra: i primi due, scontati, sono fermare le cellule che Hamas ha ricostruito nella zona ed esercitare la massima pressione militare nella convinzione che questo possa facilitare il ritorno degli ostaggi. Il terzo, meno evidente, è aprire la strada al controllo totale degli aiuti umanitari che il premier punta ad ottenere: lo scopo di questa manovra è togliere ad Hamas la governance politica, il potere sociale, che deriva dalla possibilità di gestire e distribuire gli aiuti.
Questo obiettivo è stato delineato dallo stesso Netanyahu nel suo discorso alle Nazioni Unite il 27 settembre. «Pur avendo perso capacità militari, i terroristi continuano a controllare Gaza rubando il cibo che, con il nostro permesso, le agenzie internazionali portano dentro. Hamas ruba il cibo, riempie le pance dei suoi uomini e poi rivende il resto a prezzi esorbitanti, arricchendosi. È così che resta al potere. Questo deve finire: e stiamo lavorando perché finisca», ha detto.
Sul terreno questo “lavoro” si traduce nella drastica diminuzione degli aiuti entrati nella Striscia nelle ultime settimane: non potendo più contare sull’appoggio di alcune potenti famiglie con cui aveva collaborato nei mesi scorsi — Hamas ha ucciso i leader dei clan accusati di aiutare il nemico — Israele ha ridotto al minimo la quantità di camion a cui è consentito attraversare i valichi, imponendo nuove restrizioni a livello di documenti da produrre e del numero di persone che possono entrare.
Un cambiamento che ha avuto le conseguenze più pesanti sul nord della Striscia. Due giorni fa il World food program (Wfp) ha denunciato che nessun aiuto è entrato nell’area dal 1 ottobre e che le scorte residue si stanno esaurendo. «Siamo tagliati fuori. Non siamo in grado di operare», ha detto Antoine Renard, direttore del Wfp per i Territori palestinesi. Il Cogat, l’ufficio dell’esercito israeliano incaricato di gestire gli affari civili, ha respinto le accuse, sostenendo che non ci sono stati cambi nelle procedure o nelle quantità di aiuti ammessi. Ma gli abitanti di Jabalia che hanno parlato con le agenzie di stampa internazionali confermano l’allarme. «Non possiamo uscire perché i combattimenti sono incessanti. E non abbiamo più cibo», ha detto un uomo che ha chiesto di rimanere anonimo alla France Presse due giorni fa.
Secondo i piani del governo — anticipati dalla stampa israeliana nei giorni scorsi — a portare nella Striscia cibo e medicine e a distribuirle alla popolazione nel futuro prossimo dovrebbero essere direttamente le Forze armate israeliane. Il progetto sarà illustrato a breve all’esecutivo dal braccio destro di Netanyahu, Ron Dermer, ministro degli Affari strategici: ma avrebbe già incontrato l’opposizione del titolare della Difesa Yoav Gallant e del capo di Stato maggiore Herzi Halevi. Entrambi, scrive Haaretz, hanno sottolineato i costi altissimi che avrebbe l’operazione: in termini economici ma ancora di più in termini di vite di soldati, messe a rischio dal contatto diretto e continuato con la popolazione palestinese.
Nel piano per togliere ad Hamas il controllo sociale rientra anche la riduzione al livello minimo del contante disponibile a Gaza: l’esplosione di migliaia di walkie-talkie e ricetrasmittenti appartenenti a membri di Hezbollah in Libano ha portato a una drastica diminuzione dell’uso dei cellulari anche fra i combattenti di Hamas. Come conseguenza, si sono bloccate anche le transazioni elettroniche che il gruppo usava per pagare i suoi uomini e c’è stato un ritorno al contante. Per questo Israele nelle ultime settimane ha impedito l’ingresso di moneta nella Striscia: con il risultato che, anche nelle aree dove sono disponibili, acquistare cibo o beni di prima necessità è sempre più difficile.