Portolano: “In Libano, Israele viola il diritto. Gli italiani per difendersi possono anche reagire”
di Gianluca Di Feo«Ho appena finito di parlare con il capo di Stato maggiore delle forze armate israeliane. Mi ha detto che gli attacchi contro i caschi blu sono stati frutto di errori a livello tattico e che avrebbe analizzato tutte le attività svolte sul terreno, assicurandosi che non ci sarebbero più stati errori del genere nei confronti di postazioni dell’Onu». Il generale Luciano Portolano ha assunto da pochi giorni l’incarico di capo di Stato maggiore della Difesa e si trova già alle prese con una nuova crisi: l’ennesima gestita nella sua lunga carriera, che lo ha visto al vertice di tante missioni internazionali inclusa nel 2014 proprio quella Unifil nel Libano meridionale.
Ma il generale israeliano si è scusato? Nel pomeriggio sono stati segnalati altri incidenti tra esercito israeliano e caschi blu...
«Sì, ha parlato di errori a livello tattico. Ma gli ho ribadito che gli accordi presi ad alto livello hanno la necessità di venire trasmessi pure all’ultimo uomo sul terreno, in modo da evi…
«Ho appena finito di parlare con il capo di Stato maggiore delle forze armate israeliane. Mi ha detto che gli attacchi contro i caschi blu sono stati frutto di errori a livello tattico e che avrebbe analizzato tutte le attività svolte sul terreno, assicurandosi che non ci sarebbero più stati errori del genere nei confronti di postazioni dell’Onu». Il generale Luciano Portolano ha assunto da pochi giorni l’incarico di capo di Stato maggiore della Difesa e si trova già alle prese con una nuova crisi: l’ennesima gestita nella sua lunga carriera, che lo ha visto al vertice di tante missioni internazionali inclusa nel 2014 proprio quella Unifil nel Libano meridionale.
Ma il generale israeliano si è scusato? Nel pomeriggio sono stati segnalati altri incidenti tra esercito israeliano e caschi blu...
«Sì, ha parlato di errori a livello tattico. Ma gli ho ribadito che gli accordi presi ad alto livello hanno la necessità di venire trasmessi pure all’ultimo uomo sul terreno, in modo da evitare quegli errori di calcolo che determinano situazioni come quelle. Anche perché i soldati italiani hanno regole di ingaggio per garantire la propria protezione e quindi dare una risposta adeguata. Devo dire però che i nostri militari si sono comportati in maniera estremamente professionale, pur frustrati nel non potere svolgere le attività operative, evitando un’escalation che avrebbe potuto coinvolgere tanti altri Paesi presenti nella missione Onu. Oltre a competenza e coraggio fisico, i nostri soldati hanno quello che chiamo coraggio morale: si assumono la responsabilità dei compiti».
Lei è un profondo conoscitore della situazione libanese, si aspettava quest’offensiva israeliana?
«L’intervento di Israele mi ha sorpreso, perché ha varcato la frontiera del Libano ed è entrato nella fascia sotto mandato delle Nazioni Unite dove operano militari che la risoluzione 1701 vede come forze imparziali. La protesta della premier Meloni e dei ministri Crosetto e Tajani, a cui si sono associate altre nazioni, è la chiara dimostrazione del fatto che azioni condotte da Israele in prossimità delle basi di Unifil e nei confronti dei caschi blu hanno superato i limiti delle convenzioni internazionali. E il tentativo del premier Netanyahu di ottenere il ritiro dei caschi blu va contro una risoluzione che è stata accettata anche dal governo israeliano».
Nel 2006 quella risoluzione, nata anche dalla mediazione italiana, ha permesso di fermare la guerra sul confine…
«Fu voluta da entrambe le parti e dal mio punto di vista appare completa riguardo ai compiti assegnati alla missione. Anche se la risoluzione, per come l’ho vissuta da comandante, manca di un quadro giuridico-legale relativo alle regole di ingaggio che consenta l’assolvimento dei compiti».
Le regole di ingaggio le decidono le Nazioni Unite?
«Sono decise dall’Onu e approvate da tutte le nazioni che partecipano alla missione».
Il problema fondamentale resta il disarmo di Hezbollah?
«La risoluzione 1701 prevede di mettere in atto gli accordi di Ta’if e i contenuti di due altre risoluzioni che impongono il disarmo di tutti i gruppi armati: a sud del fiume Litani possono esserci solo le forze armate libanesi».
Quali sono le attività che Unifil non ha potuto eseguire?
«Ad esempio, le ricerche e i controlli per verificare la presenza di armi, anche all’interno di proprietà private individuate dall’intelligence o dall’attività di raccolta informazioni sul terreno, per impedire che ci fossero minacce che avrebbero potuto sfidare Israele e provocare una reazione contro il Libano».
Quindi lei pensa che i caschi blu in Libano debbano avere regole di ingaggio più estese, come quelle adottate in Afghanistan?
«No, ogni missione fa storia a sé e Unifil ha le sue peculiarità. Tra l’altro spesso viene detto che Unifil è una missione di interposizione: non lo è, è una forza interinale a supporto delle forze libanesi per farle crescere nella protezione della popolazione che vive a sud del Litani. Infatti le postazioni dell’esercito libanese e di quello israeliano lungo la Blue Line a volte si distanziano solo di centinaia di metri: non c’è una terra di nessuno. È un territorio in cui opera Unifil e lo dovrebbe fare con i militari libanesi – anche se in questo momento non ci sono le condizioni operative - per imporre il disarmo di tutti i gruppi inclusi gli Hezbollah».
Il ritorno alla filosofia originaria della risoluzione 1701 con un potenziamento delle truppe libanesi e di quelle Onu resta un’opzione praticabile anche oggi?
«Credo che dal punto di vista militare lo sia. Ci vuole la determinazione politica di entrambe le parti a un cessate il fuoco. A cui deve seguire il ritiro israeliano ma quello che è vitale è che avvenga anche l’allontanamento delle milizie di Hezbollah dalla fascia a sud del fiume Litani, impedendo che in futuro in quel territorio si possano riorganizzare gruppi armati. Ma questa è una decisione che spetta al Libano come stato sovrano».
Lei ha coordinato l’evacuazione finale da Kabul. Se ci fosse l’ordine di lasciare il Libano, saremmo pronti?
«Sono stato in Libano dove ho incontrato i nostri soldati e il team del Comando operazioni di vertice interforze presente a Beirut che ha fatto un lavoro eccezionale per definire gli ultimi aspetti di dettaglio relativi anche all’evacuazione dei civili italiani in Libano. È pronta pure la pianificazione di emergenza per un’eventuale estrazione dei militari, che andrebbe eseguita in un ambiente particolarmente ostile, concordandoci con le Nazioni Unite. Ma le decisioni sul contingente Unifil le prenderà solo l’Onu: non ci possono essere scelte unilaterali, né tantomeno quelle imposte da Israele».