Meloni chiama il premier israeliano: “Attacchi voluti, non ti aiuto all’Onu”
di Lorenzo De Cicco e dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliLe azioni contro l’Unifil «sono stati incidenti». «No, erano attacchi deliberati». Non è andata come sperava Benjamin Netanyahu. Il primo ministro israeliano, nella telefonata di ieri mattina con Giorgia Meloni, metteva in conto, sì, di ascoltare l’irritazione italiana per il ferimento dei caschi blu al confine col Libano ad opera dell’Idf. Ma confidava di trovare una sponda politica nella premier, che da leader di FdI è gemellata col Likud nei Conservatori europei.
Invece fonti di governo ricostruiscono il colloquio come estremamente teso. Più del previsto. Soprattutto, le stesse fonti raccontano che Netanyahu avrebbe chiesto alla premier italiana di intervenire presso il segretario generale dell’Onu per far ritirare le truppe Unifil dalla Linea Blu. Richiesta a cui Meloni avrebbe risposto con un secco no: non farà alcuna pressione su Guterres, perché una simile mossa, su richiesta unilaterale di Tel Aviv, minerebbe la credibilità delle Nazioni Unite. E della stessa missione in futu…
Le azioni contro l’Unifil «sono stati incidenti». «No, erano attacchi deliberati». Non è andata come sperava Benjamin Netanyahu. Il primo ministro israeliano, nella telefonata di ieri mattina con Giorgia Meloni, metteva in conto, sì, di ascoltare l’irritazione italiana per il ferimento dei caschi blu al confine col Libano ad opera dell’Idf. Ma confidava di trovare una sponda politica nella premier, che da leader di FdI è gemellata col Likud nei Conservatori europei.
Invece fonti di governo ricostruiscono il colloquio come estremamente teso. Più del previsto. Soprattutto, le stesse fonti raccontano che Netanyahu avrebbe chiesto alla premier italiana di intervenire presso il segretario generale dell’Onu per far ritirare le truppe Unifil dalla Linea Blu. Richiesta a cui Meloni avrebbe risposto con un secco no: non farà alcuna pressione su Guterres, perché una simile mossa, su richiesta unilaterale di Tel Aviv, minerebbe la credibilità delle Nazioni Unite. E della stessa missione in futuro.
La telefonata non ha smorzato la tensione. Netanyahu si è detto rammaricato per i feriti, ha assicurato di avere dato istruzioni per la sicurezza del nostro contingente. Dunque «farà ogni sforzo per evitare perdite dell’Unifil», ma fino a un certo punto. Perché farà anche «tutto il necessario per vincere la guerra».
Non a caso con Meloni ha insistito, a più riprese, sulla necessità di un ritiro dei caschi blu, perché l’Idf avrebbe evidenza di numerosi depositi di armi di Hezbollah a pochi metri dalle basi. La distanza è rimasta. E così Meloni, nella nota diramata da Palazzo Chigi, ha ribadito che gli attacchi sono stati «inaccettabili» e che c’è «l’assoluta necessità che la sicurezza di Unifil sia garantita».
La premier deve fronteggiare anche la reazione del Pd. Che ieri con la leader Elly Schlein ha chiesto al governo di sostenere la posizione espressa da Macron e Sanchez: fermare ogni esportazione di armi a Israele. «E non solo - dice Schlein - chiediamo al governo anche di riconoscere lo Stato di Palestina».
Meloni su questo non interviene. Ieri ha sentito il vicepremier Tajani e il ministro della Difesa, Guido Crosetto. Il quale, dopo l’ennesimo attacco, è tornato a protestare con l’israeliano Yoav Gallant, parlando di «atto inaccettabile» e «gravi violazioni». Altro che «errori», come dichiarato dal portavoce dell’Idf Daniel Hagari al Tg1.
Il pressing italiano su Israele sembra condiviso dai partner Ue, che dopo giorni hanno trovato un’intesa per un documento di risposta agli attacchi all’Unifil, nonostante la ritrosia della Repubblica Ceca, guidata da Petr Fiala, alleato di Meloni in Ecr, e di Orbàn. C’è poi un’altra dichiarazione a cui lavora Crosetto, in vista del G7 della Difesa il prossimo weekend a Napoli: un impegno per cambiare la missione libanese da «peace keeping» a «peace enforcement», come in Kosovo. Così i caschi blu potrebbero reagire agli attacchi. Sarebbe un segnale all’Onu: oggi il Consiglio di sicurezza si riunisce a porte chiuse per consultazione di routine sul Libano. La Francia vorrebbe un incontro specifico sull’emergenza, includendo l’Italia, ma il dubbio riguarda l’obiettivo. Una risoluzione difficilmente passerebbe per le divergenze tra Usa, Russia e Cina, mentre una dichiarazione non avrebbe effetti significativi.
Al Palazzo di Vetro spiegano che la strategia di Israele è sgomberare Hezbollah a sud del fiume Litani, come sarebbe dovuto avvenire se le parti avessero applicato la risoluzione 1701 che aveva sancito la fine del conflitto del 2006. Gli Usa non sono contrari e sul piano diplomatico le iniziative di Washington per un cessate il fuoco sono state congelate.
L’impressione è che gli Usa abbiano dato via libera all’operazione, perché un ulteriore indebolimento di Hezbollah non dispiace. Anzi, potrebbe aprire la porta ad una soluzione che prevederebbe lo schieramento a sud del Litani dell’esercito libanese e l’elezione del presidente, con Washington che punta sul generale Joseph Aoun, in opposizione a Frangieh appoggiato dal “Partito di Dio”. In questo quadro però Unifil dovrebbe restare al suo posto. Il problema dunque diventa fino a che punto intende spingersi Netanyahu: il timore è quello di un incidente mortale, che potrebbe forzare l’evacuazione