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Taiwan, la “strategia dell’anaconda”: ecco perché la Cina accerchia l’isola

La Guardia Costiera taiwanese controlla da lontano i movimenti cinesi
La Guardia Costiera taiwanese controlla da lontano i movimenti cinesi (afp)

L’idea di Pechino è quello di arrivare a sottomettere Taipei evitando l’intervento militare, ma di fatto soffocandola. L’obiettivo delle esercitazioni militari è mandare messaggi intimidatori

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PECHINO - Un accerchiamento per arrivare ad un eventuale futuro blocco che avrebbe un triplice scopo: fermare la rotta delle importazioni, la via di fuga delle “forze indipendentiste”, gli aiuti di Usa e alleati. Sottomettere Taipei senza bisogno di dover sparare un colpo o avventurarsi in invasioni vere e proprie che Pechino sa bene quali rischi comporterebbero. L’obiettivo delle esercitazioni cinesi è di mandare messaggi intimidatori, di dimostrare che la Cina è in grado di controllare queste zone strategiche, rendendo lo Stretto di Taiwan e le acque attorno all'isola una sorta di mare interno. Piuttosto che un conflitto armato diretto immediato con lo scopo di invadere, Pechino preferisce testare in questa fase il blocco. Avvicinarsi sempre di più, normalizzare la propria presenza, fare pressione, estendere le operazioni della cosiddetta zona grigia. È quella che gli esperti chiamano la “strategia dell’anaconda”.La metafora l’ha riutilizzata di nuovo proprio qualche giorno fa l’ammiraglio Tang Hua, comandante della Marina taiwanese. “L’esercito cinese sta usando una strategia dell'anaconda per soffocare l’isola”, ha detto in un’intervista all’Economist. “Sono pronti a bloccare Taiwan in qualsiasi momento”.

Fino all’agosto di due anni fa l’esercito cinese - nelle sue incursioni quasi quotidiane o nelle sue esercitazioni militari - aveva operato principalmente nel sud e nell'ovest di Taiwan. Da maggio (quando Pechino lanciò due giorni di manovre in seguito all’insediamento del presidente taiwanese Lai Ching-te) si sta concentrando maggiormente sulla costa orientale dell’isola: lì si trovano gran parte delle infrastrutture militari taiwanesi; controllare questo pezzo di mare servirebbe pure a bloccare le importazioni dell’isola ed evitare che Usa e alleati (non siamo molto lontani dalle isole meridionali giapponesi) intervengano in favore di Taiwan dal Pacifico. Proprio sulla costa est di Taiwan si sta muovendo in queste ultime esercitazioni la portaerei cinese Liaoning: la sua presenza sarebbe cruciale per dissuadere l'intervento straniero, soprattutto degli Stati Uniti.“Un blocco mirerebbe a paralizzare Taiwan tagliando gli scambi commerciali, in particolare le importazioni di energia e di altri materiali necessari per sostenere l’economia dell’isola”, sostengono gli analisti del Center for Strategic and International Studies. “Se la Cina riuscisse a infliggere all'isola un danno sufficiente per un periodo sufficientemente lungo, potrebbe costringere Taiwan a sedersi al tavolo dei negoziati. Il successo o il fallimento di un blocco dipenderebbe dalla capacità di resistenza di Taiwan e dalla portata della sua risposta, nonché dalla reazione politica ed economica internazionale”.

La strategia dell’anaconda non è soltanto militare, ma anche diplomatica, economica e psicologica: attacchi informatici, ritorsione su accordi commerciali, isolamento internazionale facendo pressing su quei pochi Paesi che hanno relazioni diplomatiche ufficiali con Taipei affinché passino dalla parte di Pechino. Questo il senso dello “stritolamento” dell’anaconda: creare la sensazione che la resistenza sia inutile e che la riunificazione alle condizioni di Pechino sia inevitabile.Insomma, vincere senza combattere.

Un’invasione su larga scala di Taiwan sarebbe l'ultima spiaggia per il Partito comunista cinese: estremamente costosa, sia in termini di uomini che di danni economici all'economia globale. Che si porta dietro, inoltre, un punto interrogativo non da poco: fino a che punto gli Stati Uniti sono disposti a spingersi per difendere Taiwan? Una strategia della coercizione che finora non ha premiato moltissimo Xi Jinping, però: alle ultime elezioni taiwanesi ha vinto per la terza volta consecutiva il Partito democratico-progressista (il Dpp) e non il Kuomintang storicamente più favorevole al dialogo con Pechino. “Tutti gli occhi di Pechino sono ora puntati su ciò che accadrà alle prossime elezioni presidenziali di Taiwan, nel 2028. Se Lai o un altro candidato del Dpp vincerà di nuovo, Xi - le cui forze armate staranno completando l'attuale programma di modernizzazione - potrebbe concludere che la persuasione coercitiva ha fallito e che sono necessarie misure più severe. A quel punto, le cose potrebbero farsi davvero difficili nello Stretto di Taiwan”, scrive in un editoriale su Bloomberg Hal Brands, professore alla Johns Hopkins.

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