Shaban, lo studente modello morto tra le fiamme all’ospedale di Gaza per un bombardamento israeliano
dal nostro inviato Paolo BreraTEL AVIV – Shaban lo studente di informatica. Shaban che “essendo il più grande” si prendeva cura “delle sorelle e dei due fratellini”. Aveva implorato il mondo di salvarlo “dalla barbarie e dalla fame” della Striscia, ma il mondo lo ha lasciato bruciare vivo a Gaza, vittima di un bombardamento israeliano. È morto insieme alla madre Alaa prima dell’alba di lunedì, tra le fiamme della tenda in cui si trovavano nel cortile dell’ospedale Martiri di Al Aqsa di Deir al-Balah, nel cuore della Striscia. Era attaccato alla flebo. Le sue urla di dolore, il suo braccio alzato di fronte alle fiamme che lo ghermiscono inesorabilmente mentre nessuno riesce ad avvicinarsi, restano impresse in un video che toglie il fiato anche a chi non era lì.
“Ciao dalla tenda in cui risiediamo - diceva presentandosi in un altro video che aveva postato sui social - sono Shaban Ahmed Al-Dalou, studente 19enne di ingegneria informatica. Siamo stati sfollati cinque volte finora. Ora siamo all'ospedale Al Aqsa, n…
TEL AVIV – Shaban lo studente di informatica. Shaban che “essendo il più grande” si prendeva cura “delle sorelle e dei due fratellini”. Aveva implorato il mondo di salvarlo “dalla barbarie e dalla fame” della Striscia, ma il mondo lo ha lasciato bruciare vivo a Gaza, vittima di un bombardamento israeliano. È morto insieme alla madre Alaa prima dell’alba di lunedì, tra le fiamme della tenda in cui si trovavano nel cortile dell’ospedale Martiri di Al Aqsa di Deir al-Balah, nel cuore della Striscia. Era attaccato alla flebo. Le sue urla di dolore, il suo braccio alzato di fronte alle fiamme che lo ghermiscono inesorabilmente mentre nessuno riesce ad avvicinarsi, restano impresse in un video che toglie il fiato anche a chi non era lì.
“Ciao dalla tenda in cui risiediamo - diceva presentandosi in un altro video che aveva postato sui social - sono Shaban Ahmed Al-Dalou, studente 19enne di ingegneria informatica. Siamo stati sfollati cinque volte finora. Ora siamo all'ospedale Al Aqsa, nel centro di Gaza, a Deir al-Balah. Con la mia famiglia viviamo in condizioni molto difficili, soffrendo cose come la mancanza di una casa, cibo limitato e medicinali estremamente scarsi. L'unico mezzo che ci divide dal gelo è questa tenda che abbiamo costruito noi stessi. Faccio questo video per chiedere l’evacuazione e ricominciare una nuova vita in Egitto”.
Era uno studente modello, “aveva avuto 97,9 di media alla maturità - scrive l’autrice e docente di letteratura araba Suja Sawafta – ed era entrato nel programma di mentorship di cui faccio parte. Sognava di studiare e faceva ogni giorno mezz’ora di strada avanti e indietro” per trovare un briciolo di connessione internet “anche mentre era ferito, affamato e disidratato”. Come per centinaia di migliaia di ragazzi nella Striscia, la vita quotidiana era diventata impossibile. Ecco le sue foto col papà al matrimonio del cugino, prima del massacro del 7 ottobre e della conseguente aggressione israeliana, ma il cugino non c’è più. Eccolo qui, invece, abbracciato al suo migliore amico, Anas Al Zarad, quando sognavano di diventare grandi in un mondo normale; ma due settimane fa Shaban aveva sepolto Anas con i sogni di entrambi.
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E pure lui era scampato alla morte che lo aspettava tra le fiamme. “Salam ragazzi – aveva scritto pochi giorni prima ai compagni della Scholarships for Ghaza Initiative fondata da Ahmed Issa – ieri hanno bombardato davanti all’ospedale Al Aqsa, io ero lì che dormivo e mi sono visto la morte in faccia. Mi hanno tirato fuori dalle macerie: ero svenuto, ferito e insanguinato come in un incubo. Ho una ferita alla testa e mi hanno dato 11 punti dietro alle orecchie. Se il colpo fosse stato appena più forte ormai sarei morto, o avrei subito danni ai polmoni. Al momento mi fa male dappertutto”.
“Shaban – scrive ora Issa su Instagram - mi aveva scritto che era stato ferito”. Mostra lo screenshot: “Mi dispiace tanto Shaban – gli ho risposto - non ho davvero parole. Mi raccomando, abbi cura di te”. La replica arriva domenica mattina alle 11,16: “Grazie a Dio ora sto un po’ meglio”. È morto poche ore più tardi.
Prima di lasciare questo mondo che non ha ascoltato il suo appello – né quello di migliaia di altri ragazzi come il food blogger “Medo” Halimy, un altro meraviglioso 19enne ucciso ad agosto da un bombardamento israeliano a Khan Younis – Shaban aveva affidato la sua disperazione a un post su Facebook. Ora pare un messaggio nella bottiglia: “Mai nella mia vita ho sentito qualcosa di più terrificante del pensiero della morte di una persona, della sua scomparsa in un attimo. Della sua fine improvvisa, e dell’impossibilità del ritorno. La mente umana, con tutta la sua vivida immaginazione e la capacità di comprensione e creazione, è impotente di fronte a questo vuoto. Se non fosse per la misericordia di Dio su di noi, per la nostra fede che questa è la Sua volontà e per la nostra accettazione di ciò, certamente perderemmo la ragione”. Il suo addio al mondo non poteva essere più straziante.