Yayha Sinwar e la sua scorta si sono messi in marcia all’interno di una kill zone: una distesa di palazzi disabitati e semidistrutti dall’offensiva dell’esercito israeliano, con strade deserte sorvegliate notte e giorno da sensori nascosti sui tetti e da droni eternamente in volo. A ogni angolo di Tal Al Sultan c’era il rischio di incontrare una pattuglia. Il leader di Hamas lo aveva già fatto altre volte, anche se gli 007 dello Shin Bet ritengono che abbia trascorso il novanta per cento del tempo chiuso nei cunicoli, spesso circondato da gruppi di ostaggi come scudi umani a garanzia della sua vita. Da Khan Yunis però si era spostato a Rafah, nascondendosi proprio in un sotterraneo di Tal Al Sultan: il suo dna sarebbe stato rinvenuto in un bunker espugnato una decina di giorni fa, poco lontano da una galleria dove sono stati uccisi sei ostaggi.
Non sappiamo cosa lo abbia spinto a lasciare l’ultimo rifugio. Le informazioni sulla sua morte vengono esclusivamente da fonti israeliane…
Yayha Sinwar e la sua scorta si sono messi in marcia all’interno di una kill zone: una distesa di palazzi disabitati e semidistrutti dall’offensiva dell’esercito israeliano, con strade deserte sorvegliate notte e giorno da sensori nascosti sui tetti e da droni eternamente in volo. A ogni angolo di Tal Al Sultan c’era il rischio di incontrare una pattuglia. Il leader di Hamas lo aveva già fatto altre volte, anche se gli 007 dello Shin Bet ritengono che abbia trascorso il novanta per cento del tempo chiuso nei cunicoli, spesso circondato da gruppi di ostaggi come scudi umani a garanzia della sua vita. Da Khan Yunis però si era spostato a Rafah, nascondendosi proprio in un sotterraneo di Tal Al Sultan: il suo dna sarebbe stato rinvenuto in un bunker espugnato una decina di giorni fa, poco lontano da una galleria dove sono stati uccisi sei ostaggi.
Non sappiamo cosa lo abbia spinto a lasciare l’ultimo rifugio. Le informazioni sulla sua morte vengono esclusivamente da fonti israeliane, convinte che non stesse tentando di raggiungere l’Egitto, ma puntasse verso la “zona umanitaria” di Mawasi: una tendopoli sul mare pochi chilometri più a nord. Sinwar aveva con sé il passaporto di un dipendente dell’Onu, un insegnante dell’Unrwa, e banconote israeliane per un valore di circa 10 mila euro. Era armato con una pistola, un Kalashnikov e indossava un giubbotto antiproiettile.
Il regista del più grande massacro della storia israeliana si è incamminato nel viaggio finale assieme a Muhammed Hamdan, il capo locale di Hamas, e a un combattente esperto con un fucile da cecchino. Sul loro tragitto però hanno trovato una squadra del Battaglione 450, un’unità di formazione con i fanti meno esperti di tutti: ragazzi che hanno indossato l’uniforme mesi dopo il 7 ottobre.
I soldati hanno intimato l’alt e aperto il fuoco. Probabilmente sono rimasti sorpresi dalla veemenza della risposta: i miliziani hanno sparato con tutte le armi e lanciato bombe a mano, poi si sono divisi. Hamdan e il guardaspalle si sono infilati in un palazzo, cercando di focalizzare su di loro le attenzioni degli israeliani. Sinwar, ferito al braccio destro, è salito al secondo piano di una villa sventrata.
I militari della “brigata-scuola” hanno applicato alla lettera le procedure, seguendo il manuale. Anzitutto hanno chiamato i rinforzi, inclusi due tank Merkava, e circondato l’area. Forse Sinwar è riuscito inizialmente a far perdere le tracce ma un altro plotone si è avvicinato: «Uno dei miei uomini ha notato qualcosa – ha raccontato il sottotenente - e io sono uscito sulla strada per osservare meglio con il cannocchiale del mio mitragliatore. Poi ho capito che ero allo scoperto e mi sono buttato in una casa: lì ho notato delle macchie di sangue sulla scala e ho dato l’allarme».
A quel punto hanno mandato all’interno un drone Fpv: il quadricottero con visore all’infrarosso ha puntato il misterioso uomo con la keffiah sul volto, immobile su una poltrona nell’angolo più buio ma tradito dal calore del suo corpo. Quando si è reso conto di non potere sfuggire agli occhi elettronici della macchina, Sinwar ha avuto uno scatto di orgoglio, o di disperazione, e gli ha tirato contro un bastone.
I soldati non hanno minimamente immaginato chi fosse, altrimenti avrebbero fatto di tutto per catturarlo. Invece il giovane ufficiale, temendo la presenza di ordigni, ha dato ai carri Merkava l’ordine di sparare: l’aereo teleguidato ha filmato la partenza dei proiettili da 120 millimetri che sono esplosi dentro la stanza, inondandola di schegge. Una ha colpito Sinwar in mezzo alla fronte e l’ha ucciso all’istante. «Un anno dopo, abbiamo chiuso il cerchio», ha detto il comandante del battaglione.