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Fethullah Gulen, è morto il leader religioso ritenuto dalla Turchia la mente del golpe del 2016 contro Erdogan

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Si è spento in Pennsylvania, dove viveva dopo essersi trasferito negli Usa nel 1999
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Dopo quasi 30 anni di esilio americano, Fethullah Gulen continuava a parlare solo poche parole di inglese. Viveva in una sorta di reclusione auto-imposta nelle campagne della Pennsylvania, vicino Saylorsburg, dove aveva ricreato la sua piccola Turchia: il Golden Generation Worship and Retreat Center, venticinque ettari di boschi con due grandi edifici in stile ottomano, una comunità in cui le donne indossavano eleganti hijab tipici della classe media turca fedele all’Islam.

Scomparso oggi a 83 anni, Gulen è stato il religioso più potente nella storia della Repubblica fondata da Ataturk, patriarca dell’organizzazione Feto, amico e alleato di Erdogan agli esordi della sua carriera e poi arcinemico, accusato di essere la mente dietro il fallito colpo di Stato del 2016.

Austero, di salute fragile, Gulen aveva costruito dagli Anni 70 una rete influente di scuole, charities, organizzazioni benefiche e sociali, radicata in tutte le branche del potere turco - dalla magistratura alla polizia -…

Dopo quasi 30 anni di esilio americano, Fethullah Gulen continuava a parlare solo poche parole di inglese. Viveva in una sorta di reclusione auto-imposta nelle campagne della Pennsylvania, vicino Saylorsburg, dove aveva ricreato la sua piccola Turchia: il Golden Generation Worship and Retreat Center, venticinque ettari di boschi con due grandi edifici in stile ottomano, una comunità in cui le donne indossavano eleganti hijab tipici della classe media turca fedele all’Islam.

Scomparso oggi a 83 anni, Gulen è stato il religioso più potente nella storia della Repubblica fondata da Ataturk, patriarca dell’organizzazione Feto, amico e alleato di Erdogan agli esordi della sua carriera e poi arcinemico, accusato di essere la mente dietro il fallito colpo di Stato del 2016.

Austero, di salute fragile, Gulen aveva costruito dagli Anni 70 una rete influente di scuole, charities, organizzazioni benefiche e sociali, radicata in tutte le branche del potere turco - dalla magistratura alla polizia - e all’estero. Si ispirava all’Islam moderato del teologo Said Nursi, che predicava la necessità per l’Islam di sposarsi con la scienza, il business, il capitalismo. Piaceva anche per questo Gulen all’Occidente, che lo ha protetto dalle ripetute richieste di estradizione: Clinton, Obama, Trump, Biden, nessun presidente Usa ha mai accettato di riconsegnarlo alla Turchia.

Quando Erdogan iniziò la sua scalata al potere come sindaco di Istanbul e poi nel 2003 come primo ministro, Gulen era già in esilio, fuggito dopo uno scontro con i militari che allora dominavano le istituzioni turche, ma aveva già una vasta rete di sostenitori all’interno dello stato. Erano spesso professionisti, la borghesia colta delle grandi città che non dichiarava la propria appartenenza al movimento per non vedersi sbarrata la strada del potere. Erdogan vide nell’alleanza con Gulen la leva per aumentare la sua influenza sulla magistratura e sulla polizia, e proprio dal sodalizio tra i due scaturì il primo grosso repulisti per ridimensionare il peso dell’esercito nelle istituzioni.

La rottura tra i due alleati avvenne con l’avvio del processo di pace con i curdi, voluto da Erdogan, e poi con le proteste di Gezi Park, in cui il religioso decise di non schierarsi. Nel 2016 fu accusato di aver ideato il colpo di Stato durato una notte e sventato da Erdogan grazie alla fedeltà dei militari e a un radicato consenso popolare. Dopo il fallito golpe, il presidente turco diede vita alla più grande ondata di arresti e interrogatori nella storia recente della Turchia, decine di migliaia di persone furono licenziate e finirono in galera, dalle università alla magistratura, dalla polizia alle banche. Ankara ha continuato a chiedere agli Stati Uniti la sua estradizione, senza mai ottenerla, e ancora oggi un portavoce del governo ha maledetto l’arcinemico Gulen: «Un traditore morto senza patria».

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