Tra le macerie di Jnah, Beirut è come Gaza. Tre famiglie uccise: “Qui nessun miliziano”
dal nostro inviato Fabio TonacciJnah (Beirut) — Hanno tirato senza avvertire, come quando hanno ammazzato Nasrallah nel bunker. Due missili israeliani, c’è chi dice tre, e le case fragili di polvere, traforati e tondini sono tornate a essere solo polvere. Un pompiere ha visto un braccio che spunta da sotto a un solaio, di là invece una gamba, scavare, sperare. Un padre in lacrime assiste al recupero del cadavere del figlio. La strage dei poveri, ecco cos’è. Disoccupati e sfollati. È morto anche un immigrato sudanese, un amico, uno solo, lo sta cercando.
Qui non siamo a Dahieh, difficile che si rifugino capi di Hezbollah da queste parti. A Jnah votano l’altro partito sciita, Amal, e si sa come funziona, dove votano uno non entra l’altro. Dietro quel cantone c’è l’ospedale pubblico più importante del Libano, il Rafic Hariri, 544 letti, venti metri in linea d’aria. Se ora bombardano anche gli ospedali, Beirut diventa Gaza.
Si raccolgono questi pensieri, mentre si sta in equilibrio incerto su una montagnola di mac…
Jnah (Beirut) — Hanno tirato senza avvertire, come quando hanno ammazzato Nasrallah nel bunker. Due missili israeliani, c’è chi dice tre, e le case fragili di polvere, traforati e tondini sono tornate a essere solo polvere. Un pompiere ha visto un braccio che spunta da sotto a un solaio, di là invece una gamba, scavare, sperare. Un padre in lacrime assiste al recupero del cadavere del figlio. La strage dei poveri, ecco cos’è. Disoccupati e sfollati. È morto anche un immigrato sudanese, un amico, uno solo, lo sta cercando.
Qui non siamo a Dahieh, difficile che si rifugino capi di Hezbollah da queste parti. A Jnah votano l’altro partito sciita, Amal, e si sa come funziona, dove votano uno non entra l’altro. Dietro quel cantone c’è l’ospedale pubblico più importante del Libano, il Rafic Hariri, 544 letti, venti metri in linea d’aria. Se ora bombardano anche gli ospedali, Beirut diventa Gaza.
Si raccolgono questi pensieri, mentre si sta in equilibrio incerto su una montagnola di macerie, in mezzo a pompieri che scavano con le mani attorno a una ruspa che scava col ferro. Fino a qualche ora fa erano cinque palazzine a due piani, incastrate tra loro per rubarsi i pochi metri quadrati rimasti di Jnah, il quartiere abusivo a sud di Beirut sorto per caso durante la guerra civile degli anni Settanta e privo di qualsiasi senso urbanistico. «I morti sono 13», «no, sono 18, ne abbiamo tirato fuori un altro adesso», «sono 35, la metà sono donne e bambini»... Il bilancio cambia proporzionalmente allo stato di agitazione di chi lo diffonde. La protezione civile libanese all’ora di pranzo parla di 35 decessi, 10 bambini piccoli e 8 donne, nel pomeriggio il ministero della Salute corregge in «18 vittime accertate, 60 feriti», a sera la tv Al-Jadeed dice «30 martiri».
Tre famiglie distrutte. I Mokdad, che vivevano qui da quarant’anni, 12 morti. I Bazzi, 5 morti. Erano arrivati da poco, i Bazzi. Sfollati dal villaggio sciita di Bent Jbail, nel sud dove la guerra viene dal cielo ma anche da terra: mamma Soad, i suoi 3 figli e il nipote non ci sono più. I Sakr, 2 morti, padre e figlio. Il numero dei dispersi varia, in due ore di ricerche si vedono portar via quattro sacchi neri e un sacco bianco. «Allontanatevi tutti, buttiamo giù la casa!», urla Gassan Zheim, caposquadra della Lebanese civil defence. Un ragazzo biondo e rigido è uno dei Bazzi, e non ci pensa proprio a fare un passo indietro, di quel fascio di pericolosi fili elettrici penzolanti sulla sua testa non gliene importa niente. «Gli israeliani avevano detto che avrebbero bombardato Ouzai, invece hanno colpito noi, ci ammazzano solo per il gusto di ucciderci, non ci sono gli Hezbollah a Jnah», fa il biondo, che muove a malapena la bocca mentre sibila di rabbia.
Quando trovano un cadavere diventano ancora più nervosi. «Toglietevi di mezzo», «sparite», urlano ai giornalisti con cui un secondo prima parlavano. Non vogliono che si diffondano le immagini dei sacchi. A un fotografo lanciano dei sassi, gli rompono il naso, un tizio tira fuori una pistola e spara in aria. «È tutto troppo, tutto troppo...». Mona indossa gli stessi indumenti della notte, nemmeno lei lo sa come ha fatto a salvarsi. Con le ciabatte rosa e le dita dei piedi scorticate, scala a fatica il rudere che una volta era la sua cucina indicando al pompiere dove era suo marito «quando tutto è diventato buio». Rovista tra il niente e ne tira fuori la cornice con la foto di famiglia che teneva sulla mensola.
«Il raid è un messaggio a Nabih Berri, perché accetti le condizioni degli israeliani», si è convinta la gente di Jnah, e non solo loro. È la prima volta che l’Idf bersaglia così in un quartiere di Amal, senza spiegazioni. Finora a Beirut aveva preso di mira soprattutto il cuore di Dahieh, roccaforte di Hezbollah. Vero che domenica aveva buttato giù un edificio a Shiah, dove la maggioranza sta con Amal, ma era una delle sedi finanziarie di Al-Qard al-Hassan, il monte dei pegni legato a Hezbollah. L’86 enne Nabih Berri, capo di Amal e presidente del Parlamento dal 1992, sta conducendo anche per conto del Partito di Dio le trattative per il cessate il fuoco. Due giorni fa ha ricevuto Amos Hochstein, l’inviato di Biden, che gli ha portato l’idea americana e le condizioni israeliane.
Davanti alla cancellata dell’ospedale Hariri le macchine hanno i vetri sfondati e un dito di polvere delle case di Jnah sulla carrozzeria. La minaccia si misura in metri. In mattinata i reporter sono andati a frotte in un altro ospedale, il Sahel a Dahieh, i cui sotterranei sono stati indicati dall’Idf come la cassaforte segreta dei milioni di dollari di Hezbollah.«Ma dove? Non esistono i cunicoli, ai piani di sotto abbiamo l’obitorio e le caldaie», diceva il direttore Walid Alame invitando a perlustrare. Come risposta, l’Idf ha pubblicato sui social una cartina con i punti esatti degli edifici nelle vicinanze dove si troverebbero le imboccature dei tunnel. Una storia già sentita i miliziani accusati di utilizzare strutture civili per nascondere e nascondersi. Oltre alla polvere di Jnah, anche questo fa somigliare Beirut a Gaza.