Mettere al sicuro il 30% delle terre emerse e dei mari incontaminati. Trovando le risorse economiche necessarie a garantirne la protezione, soprattutto quando queste oasi di wilderness si trovano in Paesi poveri, dal punto di vista del Pil, ma ricchissimi di natura. Sono questi gli obiettivi principali della 16esima Conferenza delle parti sulla biodiversità che ha mosso i primi passi a Cali, in Colombia, e che fino al primo novembre terrà impegnate le delegazioni di quasi 200 Paesi.
L’evento è la prima delle tre Cop che caratterizzeranno quest’ultimo scorcio di 2024: dall’11 al 22 novembre i fari saranno puntati su Baku, capitale dell’Azerbaigian, dove si terrà la 29esima Conferenza Onu sul clima, mentre dal 2 al 13 dicembre Riad, in Arabia Saudita, ospiterà la Cop dedicata alla desertificazione.
I dati sulla biodiversità sono drammatici: secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, «il mondo sta vivendo la più grande perdita di vita dai tempi dei dinosauri: circa un mil…
Mettere al sicuro il 30% delle terre emerse e dei mari incontaminati. Trovando le risorse economiche necessarie a garantirne la protezione, soprattutto quando queste oasi di wilderness si trovano in Paesi poveri, dal punto di vista del Pil, ma ricchissimi di natura. Sono questi gli obiettivi principali della 16esima Conferenza delle parti sulla biodiversità che ha mosso i primi passi a Cali, in Colombia, e che fino al primo novembre terrà impegnate le delegazioni di quasi 200 Paesi.
L’evento è la prima delle tre Cop che caratterizzeranno quest’ultimo scorcio di 2024: dall’11 al 22 novembre i fari saranno puntati su Baku, capitale dell’Azerbaigian, dove si terrà la 29esima Conferenza Onu sul clima, mentre dal 2 al 13 dicembre Riad, in Arabia Saudita, ospiterà la Cop dedicata alla desertificazione.
I dati sulla biodiversità sono drammatici: secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, «il mondo sta vivendo la più grande perdita di vita dai tempi dei dinosauri: circa un milione di specie animali e vegetali sono ora a rischio estinzione». Poche settimane fa Wwf International ha pubblicato il suo rapporto biennale Living Planet, realizzato in collaborazione con la Zoological Society di Londra: le popolazioni di animali selvatici a livello mondiale sono crollate in media del 73% in 50 anni.
Il vertice colombiano, con oltre 12mila delegati e una decina capi di Stato, sarà il più grande mai dedicato alla biodiversità. E avrà il difficile compito di mantenere le promesse “storiche” fatte nella precedente Cop15 ospitata a Montreal nel 2022: in Canada furono individuati gli obiettivi per tentare di preservare la natura nel decennio in corso.
Tra questi, proteggere il 30% della biodiversità del Pianeta entro il 2030 e, per i Paesi ricchi, sostenere con «almeno 20 miliardi di dollari all’anno entro il 2025 e almeno 30 miliardi di dollari all’anno entro il 2030» la conservazione della natura nei Paesi in via di sviluppo.
Ora si tratta di dare corpo a quegli impegni, scoprendo le carte: a Cop16 i governi nazionali dovranno svelare cosa stanno facendo per garantire quel 30% di terre e mari incontaminati sottoscritti due anni fa. Ma alla vigilia della Conferenza i progressi risultavano modesti: su 196 firmatari, meno di trenta avevano presentato le loro strategie sulla biodiversità.
Ancor più complessa la questione finanziaria. Chi contribuirà? Chi avrà diritto agli aiuti? E perché l’Occidente dovrebbe sostenere la biodiversità negli angoli più remoti del Pianeta? «Molte nazioni hanno costruito la loro ricchezza estraendo risorse da quelle più povere», ha risposto al Washington Post David Obura, ecologo delle barriere coralline in Kenya. «È il momento che venga restituito qualcosa».
Clima e biodiversità pongono gli stessi problemi ai governi. E sono strettamente intrecciati come fenomeni planetari. Tanto che sempre più osservatori si chiedono che senso abbia affrontarli in due Cop distinte. Anche perché entrambe le convenzioni Onu videro la luce nel Earth Summit di Rio de Janeiro del 1992.
Vedremo quali risultati porterà la Cop16 di Cali. E guardando a novembre già si teme per la Cop29 di Baku, indebolita da una serie di defezioni eccellenti. Poco più di 100 leader mondiali hanno confermato la loro presenza all’inizio dei lavori, un quinto in meno dell’anno scorso a Dubai. Mentre big come Modi, Macron, Xi Jinping e Biden non hanno ancora sciolto la riserva.
Sul vertice incombono le presidenziali Usa del 5 novembre, il cui esito potrebbe imporre una nuova svolta alle politiche climatiche di Washington. Ma c’è anche il tema centrale di Cop29: la finanza climatica, miliardi per aiutare la transizione ecologica dei Paesi in via di sviluppo. Scalderà i portafogli, ma non certo i cuori. E così molti, anche tra le lobby e gli attivisti, guardano già alla Cop30 di Belem del 2025, in Amazzonia, nel Brasile di Lula, a 15 anni dagli Accordi di Parigi. E lì che si capirà davvero se riusciremo a tenere sotto controllo il riscaldamento del Pianeta.