KAZAN (RUSSIA) — Non capita tutti i giorni, soprattutto a un giornalista di un Paese definito “ostile”, di trovarsi a una decina di metri dall’uomo che ha riportato i carri armati nel cuore dell’Europa e che, con piglio perentorio, dice, di essere pronto alla pace in Ucraina «purché tenga conto delle realtà sul campo» e «nient’altro». Vladimir Vladimirovich Putin arriva col suo proverbiale ritardo alla conferenza stampa che conclude la tre giorni del summit dei Paesi emergenti Brics a Kazan.
L’appuntamento è previsto alle 15.30, ora locale, ma i giornalisti accreditati — tra cui gli inviati al seguito delle 35 delegazioni Brics — sono accalcati già da tempo davanti al padiglione “A3” dell’Expo di Kazan. Ci ritroviamo stretti tra un corrispondente libanese e la presentatrice del talk show 60 minuti di Rossija 1 Olga Skabeeva che sgomita pur di guadagnare un centimetro di più sulla strada che la separa dal suo presidente. Nessuna corsia preferenziale per “la bambola di ferro della …
KAZAN (RUSSIA) — Non capita tutti i giorni, soprattutto a un giornalista di un Paese definito “ostile”, di trovarsi a una decina di metri dall’uomo che ha riportato i carri armati nel cuore dell’Europa e che, con piglio perentorio, dice, di essere pronto alla pace in Ucraina «purché tenga conto delle realtà sul campo» e «nient’altro». Vladimir Vladimirovich Putin arriva col suo proverbiale ritardo alla conferenza stampa che conclude la tre giorni del summit dei Paesi emergenti Brics a Kazan.
L’appuntamento è previsto alle 15.30, ora locale, ma i giornalisti accreditati — tra cui gli inviati al seguito delle 35 delegazioni Brics — sono accalcati già da tempo davanti al padiglione “A3” dell’Expo di Kazan. Ci ritroviamo stretti tra un corrispondente libanese e la presentatrice del talk show 60 minuti di Rossija 1 Olga Skabeeva che sgomita pur di guadagnare un centimetro di più sulla strada che la separa dal suo presidente. Nessuna corsia preferenziale per “la bambola di ferro della tv putiniana”, com’è chiamata. Quando finalmente, tre ore dopo il previsto, la sala apre ai giornalisti, troviamo posto in seconda fila tra un agente del Servizio federale di protezione e un giornalista sudafricano della tv Brics Africa con tanto di copricapo tradizionale. Dopo interminabili minuti di silenzio, che nessuno osa rompere neppure con uno starnuto, Putin si palesa camminando spedito verso un tavolo a debita distanza persino dal suo portavoce Dmitrij Peskov, qui nella veste di cerimoniere. La scena dev’essere tutta sua.
Peskov inizia dando la parola a un gruppo di testate russe selezionate, Pervyj Kanal, Ria Novosti, Izvestija, che pongono cauti quesiti sugli esiti del summit. Bisogna aspettare che la parola venga data a sorpresa alla tv statunitense Nbc per la domanda che offre il destro a Putin per non smentire, e quindi confermare, l’arrivo di truppe nordcoreane in Russia. «Le immagini satellitari sono una cosa seria. Se ci sono, allora riflettono qualcosa», risponde dopo essersi concesso una rara risata. Poi menziona l’accordo di partenariato con Pyongyang appena ratificato: «C’è l’articolo 4 che riguarda la mutua difesa. Non abbiamo mai dubitato minimamente che la leadership nordcoreana prendesse sul serio i nostri accordi. Ma ciò che facciamo nell’ambito di questo articolo sono affari nostri».
Nbc chiede anche se sia vero che Donald Trump in passato avesse minacciato Putin di non attaccare l’Ucraina. «Puoi minacciare chiunque. Ma è inutile minacciare la Russia perché semplicemente ci rinvigorisce. Ma non ricordo una conversazione simile con Trump». Semmai — dice rispondendo al suo “intervistatore seriale” Pavel Zaburin — pensa che il candidato repubblicano alle presidenza Usa sia «sincero» quando sostiene di voler porre fine al conflitto in Ucraina. In ogni caso, «dichiarazioni di questo tipo, da chiunque provengano, le accogliamo con favore». Peccato che, quando Antonio Guterres, alla plenaria, aveva ribadito il suo appello a «una pace giusta», Putin lo aveva gelato: «Per il Segretario generale Onu dovremmo vivere tutti come una grande famiglia. Purtroppo nelle famiglie ci sono spesso litigi». In conferenza stampa, invece, si dice pronto a «prendere in considerazione qualsiasi opzione per accordi di pace purché tenga conto delle realtà sul campo». «Non sono pronto per nient’altro», ribadisce.
Il leader del Cremlino prende appunti, gioca con gli auricolari, si strofina le mani, gesticola con una penna. Quando la tv britannica Bbc gli chiede quanto sia conciliabile la richiesta di giustizia sottoscritta mercoledì dai Brics nella “Dichiarazione di Kazan” con quanto accade in Ucraina, Putin risponde come il “ratto nell’angolo” protagonista di un suo noto aneddoto d’infanzia: attacca. Si lancia così in un’interminabile litania di accuse puntando il dito e chiedendo se sia «forse giusto» quanto hanno fatto la Nato e tutto l’Occidente per anni. Energico a dispetto di chi lo vorrebbe malato. Aveva già accusato l’Europa di aver inviato ufficiali in Ucraina. «Sappiamo chi è presente lì, da quali Paesi europei della Nato vengono».
Una volta finita la girandola di giornalisti selezionati da Peskov, bisogna sperare di catturare l’attenzione del presidente con costumi e cartelli. Putin, non a caso, cede la parola a una camerunese in un abito colorato, a un saudita con la kefiah e a un kirghizo col kalpak.
I corrispondenti di Nbc e Bbc sono, tirate le somme, gli unici giornalisti “ostili” chiamati a parlare. E il perché è presto detto: quando tutto finisce, vengono accerchiati dalle tv russe che chiedono provocatoriamente loro: «Vi sembra giusto che voi abbiate potuto fare una domanda al nostro presidente, mentre i vostri Paesi negano visti e accrediti ai nostri colleghi?». Anche Skabeeva, come noi, resta a bocca asciutta dopo aver inutilmente teso la mano. Evidentemente non è più «la dama di ferro» che dicono.