ATLANTA (GEORGIA) – «I’ve done my best to live the right way…». Quando giovedì sera Bruce Springsteen è salito sul palco dello stadio all’aperto di Clarkston, Georgia, il silenzio si è fatto assoluto. Ad ascoltarlo c’era l’intera popolazione - e anche di più di questo sobborgo di 14mila anime a 25 minuti da Atlanta - “il miglio più multietnico d’America”, vera oasi di rifugiati, il 40 per cento della popolazione. Mentre la luce del tramonto autunnale arrossava dolcemente il cielo, il Boss ha imbracciato la chitarra e intonato The Promised Land: la ballata scritta nel 1978, vero inno all’America di chi ha un sogno da realizzare.
L’emozione si è fatta palpabile: poi però si è ballato. Al ritmo di Dancing in the dark e del suo ritornello “You can’t start a fire without a spark”, non puoi accendere il fuoco senza una scintilla. Chiara allusione a Kamala Harris. Perché questo non è un concerto, ma un comizio elettorale. E infatti il rocker ha posato la chitarra e arringato brevemente la f…
ATLANTA (GEORGIA) – «I’ve done my best to live the right way…». Quando giovedì sera Bruce Springsteen è salito sul palco dello stadio all’aperto di Clarkston, Georgia, il silenzio si è fatto assoluto. Ad ascoltarlo c’era l’intera popolazione - e anche di più di questo sobborgo di 14mila anime a 25 minuti da Atlanta - “il miglio più multietnico d’America”, vera oasi di rifugiati, il 40 per cento della popolazione. Mentre la luce del tramonto autunnale arrossava dolcemente il cielo, il Boss ha imbracciato la chitarra e intonato The Promised Land: la ballata scritta nel 1978, vero inno all’America di chi ha un sogno da realizzare.
L’emozione si è fatta palpabile: poi però si è ballato. Al ritmo di Dancing in the dark e del suo ritornello “You can’t start a fire without a spark”, non puoi accendere il fuoco senza una scintilla. Chiara allusione a Kamala Harris. Perché questo non è un concerto, ma un comizio elettorale. E infatti il rocker ha posato la chitarra e arringato brevemente la folla: «Serve un presidente che rispetti la Costituzione, protegga la democrazia, si batta per i diritti delle donne, lavori a creare un’economia della classe media. C’è un solo candidato a sostenere questi principi...».
Subito dopo di lui, sullo stesso palco si sono ritrovati per la prima volta la candidata dem e l’ex presidente Barack Obama, che è andato dritto al punto: «L’America volti pagina. Non abbiamo bisogno di un aspirante re, aspirante dittatore pronto a passare i prossimi 4 anni a cercare di punire i suoi nemici». Lunedì toccherà a Michelle, non lontano da qui.
Nell’America dove i due candidati alla Casa Bianca sono testa a testa col 48 per cento ciascuno, secondo l’ultimo affidabile sondaggio New York Times/Siena College, e il 18 per cento degli elettori dice di essere ancora indeciso, ci si prova anche così. Tanto più che un quotidiano progressista come il Washington Post rinuncia per la prima volta dagli Anni Ottanta a dare l’endorsement annunciando: “Torniamo alle origini, non lo faremo più”.
Ai comizi-spettacolo, si vedono gratis superstar come Springsteen, Eminem, Beyoncé o l’ex coppia presidenziale più amata dai dem, gli Obama capaci di mobilitare la base elettorale, spingendo quanta più gente possibile.
Qui in Georgia nel 2020 Joe Biden vinse per 11 mila preferenze in più, primo dem a riconquistare lo Stato dal 1992. E solo grazie a un capillare sforzo per portare gli elettori alle urne. Oggi la gara è più serrata: Trump in vantaggio con l’1,5 per cento. Anche per questo ci si gioca la carta Springsteen.
Amico di Obama, tanto da aver realizzato con lui un podcast nel 2021 intitolato Born in the U.S.A. come il suo brano più famoso, il Boss ricorda a tutti: «Trump mira a diventare tiranno d’America». Lo ripeterà pure lunedì a Philadelphia in quella Pennsylvania un tempo epicentro del muro blu-dem nel cuore operaio del Paese, dove nel 2020 Biden vinse per una manciata di voti e ora Trump è in vantaggio e si rischia di perdere come nel 2016: Stato ed elezioni.
Tanto più che è a rischio pure il Michigan, lo Stato più arabo d’America: i dem boicottati perché incapaci di fermare la guerra di Gaza. Pure qui martedì si è ricorsi a una star: il rapper Eminem, finora sempre schivo a parlar di politica, che nella sua Detroit non si è esibito (è toccato a Obama improvvisarne Lose Yourself) ma ha detto serio: «Usiamo la nostra voce. Votiamo».
Ieri perfino la superstar Beyoncé ha intonato il suo Freedom, inno della campagna di Harris, a Houston, in quel Texas repubblicano, dove c’è chi spera che i mutamenti demografici cambino l’esito del voto. «Springsteen non porterà a Kamala il voto dei lavoratori» ha reagito aspro Trump. I’ve done my best to live the right way. Se bastasse una sola canzone…